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1974. Una lettera dall’ospedale e alcuni ricordi

Alpe La Rusa

Ferragosto 1974. Attorno a una affollata tavolata, nel prato dell’Alpe Rusa (sopra Casale Corte Cerro), ospiti dei padroni di casa, i coniugi Alberganti, si trascorre la festa in lieta compagnia. Militanti de il manifesto, Gino Vermicelli con la famiglia e alcuni suoi parenti omegnesi, altri compagni più o meno giovani e molti bambini che giocano nel prato tra una portata e l’altra. La giornata è assolata e naturalmente non manca l’anguria. Una pausa nella attività politica del gruppo locale de Il manifesto[1]. Qualche insetto gira ma non sembra un problema.

Dopo circa tre settimane da quel ferragosto tre ospiti alla Rusa, per l’esattezza Madel Monti, la figlia minore di Vermicelli, Maura, e una sua cugina omegnese manifestano i sintomi dell’Epatite Virale, ceppo A. La concomitanza dell’infezione fa capire che è durante quel ferragosto che il virus è stato trasmesso. Verificata da parte degli Alberganti l’assenza di contaminazione dell’acqua nella locale sorgente ci ricordiamo che dalle fette di anguria abbiamo più volte dovuto scacciare delle vespe che si erano posate sopra. L’ipotesi più plausibile è che siano state loro a trasmettere il virus.

Madel e la giovane Maura dall’Ufficiale sanitario verbanese vengono mandate all’Ospedale Maggiore di Novara, reparto infettivi, mentre l’altra ragazzina viene ricoverata ad Omegna da un’Ufficiale Sanitaria più comprensiva.

Sulle incredibili condizioni reparto novarese, Madel, di concerto con un’altra degente anche lei di Verbania, dopo che tutti i ricoverati son tornati a casa, invia a il Manifesto una lettera che viene pubblicata in prima pagina il 6 di dicembre.

Di seguito il testo.

Lettere e opinioni

Così si curano le degenti all’ospedale della Carità di Novara

Dal reparto medicina Infettiva del­l’ospedale Maggiore della Carità di Novara — stanza epatiti virali — sez. donne.

Il reparto è situato in un edificio dichiarato «monumento storico» (forse la cupola della Chiesa di S. Gaudenzio dell’Antonelli è più re­cente). Che sia stato un lazzaretto non è del tutto provato, ma molto probabile. Fu ospedale militare e poi reparto infettivi durante le ter­ribili epidemie di poliomielite. Voi vi immaginate il reparto in­fettivi — dove noi siamo costrette «in isolamento» dai vari ufficiali sanitari dei Comuni — un ambiente sterilizzato, lucido e comodo, con un profumo di pulito e di cera. Di­silludetevi!!!  

Stanzoni polverosi e lugubri. Vetri grigi di polvere. Armadietti dove nell’interno regnano le ragnatele. Servizi igienici sporchi e malsani, veri e propri «cessi». Un piccolo lavabo di un bianco «aulico», un bidet di plastica e un water mal di­sinfettato, il tutto condito da bestioline varie che dal cesso escono e entrano nel cassetti dei comodi­ni. Tutto questo per sei persone adulte e due bambine.

Tre medici e un primario visitano all’entrata (con tutto comodo: chi entra di sabato viene visitato e gli vengono fatte le analisi al lunedì), poi per tutta la degenza mettono la fleboclisi, guardano le palle de­gli occhi a noi malate di epatiti virali (per il tifo o altro non sap­piamo) e buona notte.

Questo è l’ambiente riposante e di­stensivo dove viene curata l’epatite virale. Se si sta male, il grande pri­mario (vero e proprio barone) vie­ne, sempre che ci sia, dice «bene, bene» e se ne va, lasciandoti col tuoi dolori senza dare disposizioni per farteli passare. All’entrata ti fanno un sacco di domande (dove sei stata, cosa hai mangiato, ma­lattie tue e della tua famiglia ecc.), riempiono moduli su moduli che dovrebbero in teoria, servire per cercare di capire da dove cacchio arriva l’epatite, ma che in realtà servono a riempire gli scaffali pol­verosi di qualche ufficio di igiene.

Non cercate di domandare notizie su di voi! Il primario vi guarda schifato e se ne va; gli altri eludono la domanda con risposte spiritose ed esilaranti (secondo loro). Oppu­re, se sono in buona, spiegano cos’è la malattia in generale, ma mai che parlino del tuo caso specifico (for­se perché non lo conoscono nemme­no loro). Una dovrebbe stare tran­quilla perché il fegato ha bisogno di serenità, ma qui la vedete la tranquillità?

I medici, ad eccezione di qualcuno giovane che ti tratta meglio, sono i «signori medici» ed è inutile in­cazzarsi e rispondere male perché la loro aria distaccata e superiore non li abbandona. Qui si tocca con mano come la classe medica si sen­ta una «casta», come il primario si senta un «superman», come noi mutuati siamo per lui solo merda, merda da curare in qualche modo e da trattare coi piedi.

Non parliamo del vitto dell’ospedale. Riso scotto, pastina collosa; ver­dure con sporcizie varie tipo capel­li, terra e sassolini ecc., carne grassa (e ci raccomandano la roba ma­gra), bistecche legnose. E le suore che, oltre alle preghiere, ti voglio­no rifilare gli avanzi. Facciano be­ne o facciano male, chi se ne frega? Questo è il reparto Infettivi, stanza epatiti; compagni traetene voi le conclusioni: a noi sembrano chiare e lampanti.

Un gruppo di degenti

[da il manifesto quotidiano del 6 dicembre 1974, pag. 1]

La pagina de il manifesto con la lettera in primo piano è stata affissa sulla bacheca sindacale dell’Ospedale. Nessuna smentita è arrivata al quotidiano ma … nel giro di pochi giorni, ci han fatto sapere da Novara, l’intero reparto è stato ripulito a fondo e mobilia delle stanze e dei servizi completamente rinnovati! Da non credere!

Alcuni ricordi

Madel, oltre a quanto scritto, ricorda in particolare un episodio. Per la fleboclisi anche per le due bambine venivano utilizzati aghi “regolari” rigidi che provocavano bruciori. Alla richiesta delle degenti adulte di utilizzare le cosiddette farfalline il primario ha risposto “che costano”. Alla rimostranza delle degenti ricordando che i genitori delle ragazzine pagavano la mutua e di fronte alla minaccia di una protesta anche clamorosa alla fine le due “farfalline” sono arrivate.

Personalmente ricordo che, andando ogni due giorni a Novara portando da leggere e altre scorte, mi chiedevo le prime volte come mai a Novara ci fosse tanta nebbia.  Non è nebbia mi hanno poi detto, ma la spessa incrostazione di sporco sui vetri esterni, come ho potuto appurare. Tra l’altro aprendo un attimo la finestra, la vista al piano terra, proprio di fronte, era quella dell’ingresso all’Obitorio. Non proprio rassicurante.

Ingresso Ospedale Maggiore (foto 2014)

Il ricordo di Maura

Ciao Gianmaria, i miei ricordi sono abbastanza vaghi. Non avevo ancora 12 anni ed era probabilmente la prima volta che per diverso tempo (17 giorni se non sbaglio), mi trovavo in un luogo sconosciuto senza qualche famigliare. Il posto era orrendo esattamente come descritto da Madel e il rapporto col personale sanitario quasi inesistente. Avrei potuto vivere giorni pieni di angoscia ed invece quello che ricordo di più è il senso di accoglienza, di calore e leggerezza ricevuti dalle altre pazienti (Madel soprattutto).

Nel grande squallore del Reparto in quella camerata sì scherzava, ci si raccontava e ci si consolava tra donne (e bambine). Quando mi hanno detto che potevo tornare a casa ho pianto perché avrei voluto rimanere ancora un po’…

Appendice

Il successivo 24 dicembre, sempre su il manifesto Felice Piersanti, medico patologo e tra fondatori del quotidiano e dell’omonimo gruppo politico, cita e riprende la lettera “delle degenti di Novara” collegandola all’allora dibattito sulla sanità e al rapporto decisamente carente sia tra istituzioni e lavoratori, che tra lavoratori ospedalieri e lavoratori ricoverati. La riproduco e in nota[2] è possibile accedere al testo in word.


[1] Da poco diventato Partito di Unità proletaria per il comunismo con la fusione con il PDUP. Cfr. La nascita del gruppo de il manifesto a Verbania.

[2] Felice Piersanti, I medici di Novara e gli altri, il manifesto 24.12.1974.

Ramelli, Brasili e tutti gli altri

Il 3 agosto scorso il Sindaco di Verbania, forse pensando che nel periodo agostano potesse passar sotto silenzio, ha emanato una delibera per intitolare il Lungolago di Intra a Sergio Ramelli. Luogo già dedicato ai Marinai d’Italia e nella memoria cittadina ricordato per il corteo dei 43 partigiani costretti a sfilare prima di esser trucidati a Fondotoce.

Ne è subito seguita un’ampia mobilitazione, un dibattito riportato dalla stampa locale, una raccolta di firme contrarie alla nuova intitolazione e molteplici iniziative coordinate dall’ANPI[1] e sfociate nella grande manifestazione del 27 settembre.

Quello che segue è il mio contributo di riflessioni e ricordi pubblicato il 10 settembre sul settimanale EcoRisveglio. Visto che la vicenda ha travalicato l’ambito locale, lo ripubblico qui con allegata una documentazione, di necessità parziale, degli articoli, prese di posizione ed iniziative. 

Lettera aperta ai cittadini verbanesi *

Provo a sintetizzare alcune considerazioni sulla Intitolazione del Lungolago di Intra tenendo conto del dibattito ampio e della mobilitazione che danno il segno di una vitalità democratica verbanese che su altre tematiche pur cruciali (es. ospedale) non si era manifestata con questa intensità. Mi pare che il nervo che è venuto allo scoperto abbia a che fare con la nostra identità cittadina. Chi siamo, come ci vediamo e, soprattutto, come vorremmo ci vedano gli altri. Significativo che l’iniziativa contestata sia partita da un sindaco non originario di Verbania.

L’introduzione della violenza come metodo sistematico di lotta politica ha una origine storica precisa: squadrismo e fascismo, nati in Italia e dilagati nel secolo scorso in Europa e nel resto del mondo sia nel metodo (aggressioni sistematiche ad avversari singoli) e nelle forme (una divisa incentrata soprattutto sul colore della camicia: nera, bruna ma anche verde in Egitto, blu in Cina, arancione in Sud Africa, oro in Messico ecc. …). L’aggressione vigliacca di una “squadra” contro un singolo avversario politico.

Terrorismo, Anni di piombo, anni di sangue, ecc. La dizione giusta è ricordata in due belle lettere di Bobo Bolognesi all’attuale sindaco e all’ex sindaco Zacchera richiamando la legge n. 56 del 4 maggio 2007. All’art. 1 recita: “La Repubblica riconosce il 9 maggio, anniversario dell’uccisione di Aldo Moro, quale «Giorno della memoria», al fine di ricordare tutte le vittime del terrorismo, interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice.” Di quel maggio 1978 ricordo la scelta degli studenti del Cobianchi, di sinistra e non, di aderire alla manifestazione di cordoglio che ha percorso silenziosa le vie della città. Una città unita poi nella intitolazione ad Aldo Moro di quella che tutti chiamavamo Piazza delle Banche.

Quando inizia la stagione del terrorismo? A Brescia vi è un “Memoriale vittime del terrorismo” che porta con percorso pedonale dal Castello sovrastante sino a Piazza della Loggia con incisi su pietra calpestabile episodi e nomi: la prima a ridosso del Castello è dedicata a Portella della Ginestra (1° maggio 1947). Si può anche ricordare lo studente Paolo Rossi, giovane militante socialista aggredito negli scontri all’Università di Roma e morto precipitando dalle scale il 27 aprile 1966. I più comunque ne individuano il tragico inizio con la bomba di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Quindici anni che si concluderebbero con la seconda bomba a San Benedetto Val di Sambro sul Rapido 904 del 23 dicembre 1984 (la prima, sull’Italicus, il 3-4 agosto 1974).

Ramelli e gli altri. Tra i tantissimi testi dedicati a quegli anni di sangue faccio riferimento a Il rosso e il nero. Repertorio ragionato del terrorismo italiano. Al periodo 1969-1984 dedica un capitolo di 128 pagine (143-270) in cu riporta in modo asettico, senza commenti tutti gli episodi di sangue di quegli anni. Alla aggressione a Sergio Ramelli (13 marzo 1975) sono dedicate quattro righe a pag. 187. Nella pagina successiva alla data 16 aprile in sette righe vengono ricordati Claudio Varalli ucciso dal neofascista Braggion e Giannino Zibecchi travolto e ucciso da una camionetta dei Carabinieri. Ancora una pagina e, rimanendo a Milano, in data 25 maggio due righe sono dedicate ad Alberto Brasili “circondato, accoltellato e ucciso da un gruppo di neofascisti.” E mi fermo qui.

Una deriva tragica. Ho frequentato la Statale di Milano, borsista all’Istituto di Filosofia, sino al 1973/74 e ho osservato con preoccupazione il costituirsi, rafforzarsi, sino a diventare veri e propri corpi separati, dei “servizi d’ordine” nati come strumenti temporanei di difesa nelle manifestazioni. Dalla Casa dello Studente del Politecnico, militarmente occupata da Lotta Comunista, ai servizi d’ordine del Movimento studentesco della Statale (i Katanga), Marxisti leninisti vari, Lotta Continua a quello, appunto di Avanguardia operaia. Corpi separati militarizzati che ricalcavano modalità squadriste, spesso partecipi di scontri anche fra loro. Avanguardia Operaia non era gruppo terrorista, semmai operaista, ma la deriva del suo servizio d’ordine, oltre all’omicidio di Ramelli, portò alcuni suoi aderenti (come per gruppi analoghi) a confluire nel terrorismo, nello specifico in Prima Linea. Nel 1977 la direzione di Ao sciolse definitivamente il proprio servizio d’ordine.

Perché Ramelli? La vicenda è nota come gli eventi successivi alla sua aggressione e la sua morte dopo 47 giorni. Fu il periodo di più acceso scontro a Milano ed ebbe ampio risalto mediatico. Dodici anni dopo il processo ai responsabili dell’aggressione e della morte. Sergio Ramelli era militante del Fronte della Gioventù organizzazione collegata al MSI di Almirante ma spesso con posizioni critiche e più radicali rispetto al partito. Sergio vi militava, partecipava alle affissioni abusive di propaganda e ne era referente presso la sua scuola (l’Itis Molinari) ove preponderanti erano i movimenti di sinistra; non risulta abbia partecipato ad azioni violente ma il Fronte non era affatto estraneo al clima di violenza a Milano di quegli anni. Certe zone erano presidiate militarmente dall’estrema destra e chiunque fosse di sinistra, o apparisse tale, doveva stare alla larga da Piazza San Babila. Qui mi pare il significato della mitizzazione di Ramelli: un esponente esplicitamente di estrema destra vittima della violenza della sinistra come icona atta a sdoganare fascismo e neofascismo più estremi. Da qui la corsa alle intestazioni e ai ricorrenti cerimoniali nostalgici dedicati al Camerata Ramelli.

Alberto Brasili. Bene ha fatto Bruno Lo Duca a ricordare questa vicenda. Studente lavoratore di 19 anni, il 25 maggio passeggiava in Via Mascagni, non lontano da S. Babila, con la fidanzata Lucia Corna. Non era esponente di nessuna organizzazione né si occupava direttamente di politica, le sue preoccupazioni erano altre: completare gli studi e sposarsi con Lucia cui era legato da tre anni. Di sera vengono aggrediti con coltelli alle spalle da una squadra fascista di cinque elementi. Lui muore: uno dei fendenti ha raggiunto il cuore. Lei, nonostante le molte ferite, riesce a sopravvivere e a contribuire all’arresto dei responsabili. Il capo squadra Antonio Bega e la sua spalla Pietro Croce sono noti esponenti del Fronte della Gioventù, la stessa organizzazione del Camerata Ramelli. Gli altri tre neofascisti un esponente della Milano bene, un aspirante paracadutista e un minorenne che dopo un anno al Beccaria riuscì a darsi alla latitanza. Su questa vicenda Carlo Lizzani nel 1976 ha realizzato il film San Babila ore 20. Un delitto inutile. Dopodiché vicenda dimenticata. Eppure se proprio si vuol ricordare il clima di violenza a Milano, Brasili meriterebbe certo di più di qualsiasi altro.

Omicidio Brasili. Scena finale del film “San Babila ore 20: Un delitto inutile

Che bisogno c’era? Il segretario dell’Anpi di Verbania in una riflessione diffusa sui social si chiede: “Che bisogno c’era di tirare in ballo una vicenda avvenuta cinquant’anni fa, lontana dalla storia della nostra città, che forse molti cittadini nemmeno conoscono?” Certo la decisione del sindaco (Giunta silente) pare di per sé senza senso e lui stesso appare in evidente difficoltà a giustificarla, tal che in suo aiuto è dovuto intervenire a più riprese l’ex sindaco Zacchera. Ma, come i testi, anche i fatti prendono luce dal contesto come ben evidenziano le due lettere aperte di Bobo Bolognesi e Michael Immovilli. La ricerca di sostegno politico nelle forze politiche più esplicitamente di destra da parte di un sindaco che, nato civico, oramai cerca sostegno, e magari prospettiva di carriera, nell’area politica che oggi pare vincente. Immovilli fa riferimento a Fratelli d’Italia; personalmente non escludo, visti i plausi sfegatati di due noti esponenti locali, l’emergente Futuro nazionale. Chi vivrà vedrà.

Gianmaria Ottolini (Verbania)

* Pubblicata col titolo “Nervo scoperto che ha a che fare con l’identità”


Documentazione

1 – Andrea Galli (Corriere della Sera) sulla uccisione di Alberto Brasili riproposto da Bruno Lo Duca

2 – Comunicato ANPI di Verbania del 6 agosto 2026

3 – Risposta del Sindaco all’ANPI di Verbania (11 agosto)

4 – Petizione al Sindaco di Verbania (promossa dal verbanese Riccardo Riccardi)

5 – Dopo l’Assemblea della Sezione:

Convocazione Assemblea pubblica alla Casa del Popolo di Trobaso


6 – Comunicato sull’esito della Assemblea pubblica di Trobaso sulla Intitolazione del lungolago



7 – Che bisogno c’era? Contributo social di Flavio Maglio (Segretario ANPI Intra)

8 – Lettera aperta di tre ex sindaci verbanesi (1° settembre)

9 – Banchetti a Intra con raccolta firme (5, 12, 19, 26 settembre)


10 – Banchetti a Pallanza (11 e 18 settembre)


11 – EcoRisveglio del 3 settembre: Lettere di Bobo Bolognesi e di Michael Immovilli


12 – EcoRisveglio del 10 settembre: articolo del giornalista Roberto Bioglio

13 – EcoRisveglio del 10 settembre: lettere ex sindaco Marco Zacchera e Gianmaria Ottolini


14 – Stefano Catone: Il sindaco di Verbania intitola a Ramelli il lungolago dove sfilarono i partigiani condannati a morte (Rivista O­2 Ossigeno, ed.  People, Busto Arsizio settembre 2026)

15 – Manifestazione del 27 settembre: manifesto e foto



16 – Articoli da La Stampa – VCO del 22, 28 e 29 settembre


17 – Le liste di maggioranza e la giunta, sino al giorno prima silente (qualcuno in privato diceva di non saperne niente), il 29 settembre rispondono picche.


… … …

Mi fermo qui alla fine di settembre 2026. Naturalmente il dibattito e le prese di posizione continuano e la vicenda non si chiude certo con la presa tardiva di posizione della Giunta comunale.

Con un interrogativo. Se la delibera non venisse abrogata o in qualche modo rinviata sine die dovremo, noi verbanesi e l’intera comunità provinciale, celebrare il prossimo 25 aprile sul lungolago di Intra intitolato al camerata Ramelli?

Chi vivrà vedrà.

” quarantatré” di Ruggero Zearo

[1] Componenti Comitato No Intitolazione Lungolago Intra a Ramelli
ANPI – Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – Comitato Prov.le VCO e sez. Augusta Pavesi Verbania; ARCI – Associazione Ricreativa Culturale Italiana – Comitato Provinciale Verbania; LIBERA – VCO; IEEM – Istituto Ecclesiastico Evangelico Metodista Verbania; AUSER Insieme Verbania; Idea Socialista; Presidio Permanente per la Palestina Verbania; Giovani Democratici del VCO; Movimento Cinque Stelle; CGIL – Confederazione Generale Italiana del Lavoro Novara e VCO; Italia Viva; Casa Riformista; Partito della Rifondazione Comunista; Alleanza Verdi Sinistra; Partito Democratico; VOLT Europa; Associazione Alleanza Civica Verbania; Verbania senza Censura; Montagna Libertaria.

Oltre la stupidità della remigrazione

I commenti ricevuti al precedente post La stupidità della remigrazione e dei suoi accoliti mi sono sembrati più attenti all’aspetto satirico che al contenuto politico. Certo parlando di stupidità è inevitabile un po’ di ironia, ma il post voleva essere molto serio nella denuncia del grave pericolo che corrono i paesi ove i partiti “remigratori” diventano forza di governo (Sassonia-Anhalt docet) o sono in grado di condizionare il governo. Il nostro in primis. L’ulteriore accelerazione del declino demografico ed economico come ricordato ne sarà l’esito inevitabile. Paesi invecchiati, impauriti, privi di forze giovani in grado di produrre ricchezza e benessere, avvitati in una spirale autodistruttiva.

È il nostro inevitabile futuro? Non necessariamente.

Avevo scritto anche delle note a margine che non consideravo affatto marginali. Provo a riprenderle in particolare su calo demografico, immigrazione e occupazione.

Calo demografico e denatalità

Da qualche mese si è accentuata l’attenzione al calo demografico del nostro paese sia sul piano giornalistico che su quello politico.

I numeri sono impietosi: dal 2016 al 2025, in dieci anni la popolazione italiana è diminuita di 1milione e 720mila unità: una media di 172mila all’anno che ha però avuto andamento diverso nel decennio. Gli anni di maggior calo sono quelli fra il 2019 e 2022 che corrispondono in parte al periodo della Pandemia Covid-19, mentre negli anni successivi (2032-2025) il calo demografico è rallentato attestandosi su una media di circa 29mila all’anno, frutto anche di un maggiore afflusso migratorio.

Porre l’attenzione solo sulla diminuzione della popolazione è però fuorviante. Come ricordavo nel precedente articolo il calo demografico (tasso negativo di crescita naturale) dipende principalmente da quello che viene da tempo individuato come il problema principale del nostro paese: la denatalità. Nel 2025 con 355mila nascite abbiamo un calo del 3,9% rispetto ai 370mila dell’anno precedente, una diminuzione che dura da tempo. Per avere una popolazione stabile il numero medio di figli per donna dovrebbe essere di 2,1 mentre oggi è al minimo storico del 1,14 con un ulteriore calo dall’anno precedente quando era del 1,18. A questo calo del numero medio di figli per donna si accompagna un costante aumento dell’età media al parto che nel 2025 è salita a 32,7 anni.

Se il maggior afflusso migratorio, come affronteremo più avanti, porta notevoli benefici, questo però non incide, almeno per ora e probabilmente solo in parte nel futuro sulla denatalità. Per due principali motivi: da un lato gli ostacoli frapposti ai ricongiungimenti familiari e, come ricordavo in una nota a margine, la diminuzione del tasso di fertilità (il numero di figli per donna) è in calo a livello mondiale e i paesi con popolazione stabile o in aumento si sono fortemente ridotti. È quella che è stata definita (nuova) transizione demografica[1] che non riguarda solo i paesi ad economia sviluppata, ma è oramai diffusa a livello globale. Un comportamento culturale ed economico che rende sempre più infrequente un numero elevato di figli e di cui gli immigrati sono già portatori o a cui facilmente si adatteranno.

Gli studiosi di demografia da tempo utilizzano un metodo grafico particolarmente efficace che permette di analizzare la struttura della popolazione per fasce di età e per sesso di un paese e prevederne le dinamiche: la cosiddetta Piramide della popolazione. La configurazione del grafico è a pagoda nei paesi a forte crescita demografica, appunto a piramide ove la crescita è regolare e con forme diverse, come vedremo, nei casi di stabilità o decrescita più o meno rapida.

Il sito Popolation Piramid ci permette di analizzare la popolazione mondiale complessiva e per ogni singolo paese, anno per anno, dal 1950 con proiezioni, sulla base degli studi delle Nazioni Unite, sino al 2100.

Per l’Italia possiamo ad esempio confrontare tre situazioni il 1950, il 2026 e il 2063, anno in cui secondo le previsioni si tornerà ad avere lo stesso numero di abitanti del 1950.

Nel 1950 la struttura è quasi cilindrica per le fasce sino ai 29 anni segno di una tendenza stazionaria, un brusco restringimento per la fascia 30-34 che ricorda il dramma della prima guerra mondiale a cui si era accompagnata la pandemia di Spagnola e successivamente una struttura più classicamente piramidale.

L’età mediana è di anni 28,6 e il tasso di fecondità (figli per donna) era di 2,3 con tendenza a salire negli anni immediatamente successivi.


Nel 2026 la struttura piramidale si è persa del tutto, la forma pare richiamare simbolicamente un’urna cineraria etrusca. Le fasce d’età dei bambini sono di molto ridotte rispetto a quelle dei loro genitori a indicare una popolazione che invecchia e regredisce complessivamente.

Negli ultimi 10 anni vi è un calo demografico del 2,6% e l’età mediana è salita a 49,6 anni.


Tra trentasette anni, con l’attuale tendenza, ritorniamo a una popolazione complessiva analoga a quella del 1950, ma con una composizione decisamente diversa. Le fasce di età più consistenti sono tutte oltre i cinquant’anni.

L’età mediana prevista è di 54,2 anni.

Un calo demografico (-8,8% in un decennio) e un invecchiamento sempre più accentuati che dovrebbe portare nel 2100 ad una popolazione ridotta a 35.376.821 abitanti.

Sempre meno e sempre più vecchi.


Un altro sito (Tutt’Italia/statistiche) nella (ex) piramide demografica aggiunge al sesso e all’età un’altra variabile, quella dello stato civile (celibi/nubili, coniugati/e, vedovi/e, divorziati/e).

La forma complessiva (urna cineraria etrusca) nel 2025 naturalmente è analoga a quella del 2026, ma vi possiamo vedere in particolare il peso delle coppie nelle diverse fasce di età.

Se la si raffronta con la prima disponibile (2002) si nota ad esempio come in poco più di vent’anni la presenza dei non coniugati (single) cresca significativamente dopo i 29 anni; difatti se nel 2002 nella fascia 30-34 rappresentavano il 40% di quell’età, nel 2025 sono cresciuti sino al 71%.

Parallelamente si sposta verso l’alto la presenza di coniugati. Se nel 2002 la fascia d’età con maggiori coniugati era quella dai 35 ai 39 (74% di coppie in quella fascia d’età) nel 2025 la fascia più rappresentativa di coppie si sposta di vent’anni: fascia 55-59 ove i coniugati sono il 71% degli italiani con quell’età.

Fattori culturali: il minor desiderio a far figli in un mondo dove cambiamento climatico e diffusione dei conflitti bellici non fanno prevedere un bel futuro per i possibili eredi. Fattori economici che rendono difficile la vita per le giovani coppie.

Vi è un ulteriore fattore.

Come ricordavo nel post precedente, un ulteriore elemento che incide sulla denatalità è il declino della fertilità, in particolare maschile, solo in parte contrastato dal ricorso alla procreazione medicalmente assistita. Argomento tabù e relegato alla iniziativa privata (ed economica) delle coppie. Eppure, sulla base degli ultimi dati noti, nel 2024 su 370mila nascite ben 17.660 sono potute avvenire grazie alle tecniche della procreazione assistita, ossia il 4,8%, quasi una su venti. L’AIFE – Associazione Italiana Fertilità in un recente manifesto[2] propone di rendere pubblico il problema con una apposita Legge Quadro su Fertilità e Natalità per promuovere informazione, formazione e accesso alla procreazione assistita con il servizio sanitario nazionale superando i vincoli legislativi attuali (legge 40 del 2004) che escludono donne single e coppie lesbiche. Ma le forze politiche di destra ad una simile prospettiva sono fermamente avverse sia per un’idea di famiglia e procreazione retrograda che, in particolare, per l’ostracismo alla possibilità che vi accedano coppie dello stesso sesso.

Politiche per l’incremento della natalità

Contrastare la denatalità non può che esser frutto di un’azione che si prospetti nel medio-lungo termine, ovvero che incida a livello strutturale. Come è noto i “bonus bebé” e altre simili azioni sono solo propagandistici e non servono ad affrontare il problema. Il dibattito è ampio e le esperienze in altri paesi non mancano. Accenno per sommi capi ad alcuni elementi fondamentali.

  • Innanzitutto serve una battaglia culturale: la natalità non riguarda solo le madri ma entrambi i genitori. Il modello padre che lavora e moglie relegata a casa “a far figli e accudirli”, oltreché iniquo è irrealizzabile nel mondo attuale: non vi sono le condizioni economiche. Le coppie prolifiche sono quelle ove entrambi i genitori lavorano e si prendono paritariamente cura dei figli. Serve pertanto sostenere la maternità e la paternità ad esempio con congedi retribuiti a entrambi i genitori.
  • La possibilità di reperire una abitazione a condizioni economiche sostenibili è condizione prima per il formarsi di nuove famiglie e serve pertanto una energica politica per la casa e l’edilizia popolare.
  • Oltre all’abitazione i genitori devono poter accedere ad una rete efficiente di servizi sanitari e sociali. Sanità pubblica e servizi pediatrici di prossimità. Asili nido e Scuole materne come servizi indispensabili. Tra l’altro il loro incremento favorirebbe lo sviluppo dell’occupazione femminile che, come abbiamo visto, a sua volta incrementa la natalità. Una spirale positiva che può lasciare il segno.
  • Politiche fiscali che alleggeriscano in modo sostanziale le famiglie con figli e detrazioni per tutte le spese che riguardano la salute, l’educazione e una vita sana ed equilibrata delle nuove generazioni.

Sono adeguate queste politiche a far crescere la natalità? Gli storici sanno che mentre i cambiamenti politici hanno una temporalità breve, quelli culturali si modificano nel medio periodo. Il desiderio a procreare può entrare in conflitto con una cultura oggi diffusa incentrata sulla libertà individuale orientata alla propria personale realizzazione o al successo e alla carriera. Come ricordavo sopra guerre e cambiamenti climatici non offrono certo uno scenario favorevole. Da non dimenticare inoltre come lo sviluppo attuale concentrato sul cosiddetto neoliberismo esasperi le differenze economico-sociali accentrando la ricchezza in una élite sempre più esigua con impoverimento di ceto medio ed operaio. Far figli e sostenerne la crescita ha un costo non sostenibile per una fascia crescente della popolazione.

In un articolo su Il Post di due anni fa[3] passando in rassegna i diversi paese ove questo tipo di misure sono state realizzate si osserva come i risultati appaiano modesti o assenti con la prosecuzione del declino della natalità. Rimane comunque il dubbio che forse in loro assenza il calo delle nascite sarebbe stato ancor più accentuato e comunque vi sono stati effetti positivi sulla condizione delle famiglie.

Participants take part of a bachelor’s meeting event on during a mass match-making event ahead of Singles Day in Shanghai, China, Saturday, Nov. 9, 2013. (AP Photo/Eugene Hoshiko)

Il caso più eclatante è quello della Corea del Sud, il paese al mondo con il tasso di fecondità più basso al mondo: nel 2023 lo 0,72 per donna (in Italia il tasso nel 2024 era del 1,18). E pensare che cinquant’anni prima il governo aveva attuato una politica per dissuadere le famiglie ad avere oltre due figli. Politica che ha funzionato, mentre dal 2009 si sono sviluppate politiche pro natalità ad ampio spettro (come quella degli “Appuntamenti al buio”) che non si sono dimostrate efficaci. Le hanno provate tutte, ricorda un articolo[4], tranne una: quella culturale per cui una donna deve sostenere la maternità con poco supporto del marito, nonostante gli incentivi al riguardo, e soprattutto incontra discriminazioni e ostacoli nel lavoro e nella carriera dopo la maternità.

In sostanza le leggi e le azioni politiche, anche quelle più avanzate, non sono sufficienti per modificare gli atteggiamenti e pregiudizi culturali: necessitano azioni a tutto campo: scuola, tessuto associativo, denuncia delle discriminazioni di genere, campagne culturali ecc. e la pazienza di chi è consapevole che cambiare gli atteggiamenti, la cultura, delle persone è ancor più difficile della modifica delle loro condizioni socio-economiche.

Immigrazione: cambiamo focus

Siamo da tempo di fronte ad una narrazione nei confronti del fenomeno migratorio che pone l’enfasi su sbarchi, immigrazione illegale, a cui vengono di fatto equiparati i richiedenti asilo (per i quali le procedure sono state rese più restrittive), salvataggi in mare da parte dello ONG dipinti quali azioni criminali al pari degli scafisti (veri o presunti), ecc. ecc..

Francisco Goya – Follia della paura

Il tutto dentro la retorica della invasione[5] ove un termine militare impiegato per definire un fenomeno di tutt’altra natura serve a creare allarmismo, insicurezza e soprattutto paura nelle popolazioni più fragili. Al di là della dimensione ideologica il fine propagandistico ed elettoralistico è ben chiaro.

«Ci sono diversi modi per governare una nazione. Ma la destra, e non soltanto quella “estrema”, ne ha uno che predilige da sempre: quello della paura. Instillare nell’elettorato una perenne, costante e profonda insicurezza, agitando i peggiori fantasmi e raccontando la favola che soltanto un governo “forte” può affrontare simili questioni.»[6]

Chi si oppone a questa narrazione e magari spera in un quadro politico diverso allora non dovrebbe “stare al gioco”. Se ci si limita a richiamare i diritti dei migranti, a sottolineare l’odiosità delle procedure adottate e la vergogna di una propaganda e di azioni che trattano in modo del tutto disumanizzante le persone migranti non si esce da quella narrazione, anzi presta al fianco ad accuse che possono andare da “i soliti buonisti che ignorano il pericolo” a “la sinistra che vuol favorire l’invasione” sino a “escono allo scoperto i fautori della sostituzione etnica”.

Spero di esser chiaro. I diritti di tutti vanno tutelati. Punto.

Occorre spostare l’attenzione, il fuoco del discorso ad una diversa narrazione che non deve essere retorica e propagandistica, ma che vada al cuore di problemi ed esigenze reali. Oltre quanto sostenuto sopra relativamente al declino della natalità e all’esigenza del ricongiungimento familiare per i lavoratori immigrati che regolarmente lavorano.

L’invecchiamento della popolazione, e pertanto l’aumento del numero dei pensionati, e parallelamente la diminuzione delle fasce giovanili e in età di lavoro, e di conseguenza dei contributi versati dai lavoratori attivi e dai loro datori di lavoro, può mettere in crisi l’intero sistema pensionistico.

È infatti noto, ma non molto risaputo, che il sistema pensionistico italiano funziona in modo diverso dal sistema “a salvadanaio” delle pensioni private ma è basato sul criterio della ripartizione detto altrimenti “Patto tra le generazioni”.

Il funzionamento è semplice: i contributi di lavoratori ed aziende versati oggi vengono immediatamente utilizzati dall’INPS per erogare le pensioni degli attuali pensionati.[7] Per quanto potrà reggere questo sistema senza una ripresa della natalità?

Dall’altro lato in molti settori vi è una strutturale carenza di forza lavoro, per una serie di fattori oltre a quello della diminuzione delle fasce di età più giovani: salari bassi, titoli di studio non congrui per giovani diplomati o laureati con le offerte di lavoro disponibili, ricerca di migliori condizioni di vita di giovani italiani che “fuggono all’estero”, ecc. Una domanda di lavoro in molti settori (industria, agricoltura, servizi alla persona …) che può esser soddisfatta solo con l’assunzione di lavoratori immigrati. Porre l’attenzione su queste tematiche che toccano sul vivo le esigenze economiche del paese e la tenuta del sistema della Previdenza Sociale significa porre il focus sulla necessità di una Immigrazione regolare ribaltando la retorica della “invasione”.

Un progetto governativo attivo ma “sotto silenzio”

Il cosiddetto DL Cutro (poi legge 2023/50)[8], legge che prevede una serie di restrizioni alla immigrazione irregolare e ai richiedenti asilo con riduzioni delle già limitate garanzie precedenti[9], in una delle sue pieghe[10] prevede Corsi di formazione professionale e civico-linguistica all’estero con possibile ingresso “fuori quota” degli “stranieri, apolidi o rifugiati” che abbiano completato tali corsi. Il progetto è seguito dai ministeri Lavoro, Interno e Istruzione.

Le Linee Guida indicano i criteri e le modalità di questi corsi “finalizzati all’inserimento lavorativo in Italia” e l’iter che ne consente la approvazione. Su un’altra pagina è possibile sapere con precisione i Corsi approvati: sono oltre 140 distribuiti in 31 paesi[11] quasi tutti extra-europei. La tipologia è molto varia con prevalenza di Meccanica e impiantistica (35 corsi), Edilizia (22), Trasporti e logistica (15), Socio sanitari (13), Turismo (11) e un’altra cinquantina relativa a variegate professionalità. I corsisti sono 10.800 comprensivi di oltre 1200 che hanno già ultimato il corso.

Una iniziativa che evidentemente tiene conto di un dato di realtà: vi è una consistente domanda lavoratori formati in una serie di settori ove solo un afflusso di mano d’opera immigrata può dare adeguata risposta. Certo questi corsi non sono risolutivi ma indicano una possibile strada. Potrebbe parer strano che il governo o suoi esponenti non li rivendichino, ma è evidente che incapperebbero negli strali del general della remigrazione o in altri suoi accoliti: “Invece di cacciare gli immigrati voi li volete fare entrare a porte aperte”. E la cosa sembra terrorizzare questo governo che stupidamente rincorre i fautori della remigrazione.

Certo la normativa “corsi all’estero per fuori quota” non è esente da critiche, in particolare per le procedure di ingresso e assunzione complesse e burocratiche. Soprattutto nulla si prevede per l’inserimento sociale degli immigrati che arrivano con queste procedure (accoglienza, disbrigo pratiche, abitazione, servizi socio sanitari ecc.).

È possibile immaginare (e sperare) un altro governo in grado di mettere a punto e realizzare un progetto di raccordo fra domanda e offerta di lavoro immigrato che preveda in tutte le sue fasi il coinvolgimento di enti pubblici e privati (enti locali, camere di commercio, associazioni imprenditoriali, sindacati, associazioni di volontariato ecc.). Con centri di formazione non solo all’estero ma anche in Italia (o magari nella struttura dell’assurdo Cpr – Centro per il rimpatrio in Albania[12]): non centri per l’espulsione ma per l’accoglienza e la formazione professionale e linguistica di migranti provenienti da paesi dove questi corsi non sono presenti né attuabili.

Un inserimento lavorativo e sociale di nuovi immigrati in grado di dare risposta sia al loro bisogno di una vita migliore che ai guai della nostra economia e all’attuale fragilità del sistema pensionistico; non da ultimo al tanto sbandierato tema della sicurezza. Non è certo il colore della pelle o religioni non cristiane ma precarietà, assenza di lavoro e marginalità sociale che possono produrre degrado e allarme sociale.

Conclusioni

Non tocca certo a me entrare nel dettaglio di un programma alternativo per le prossime elezioni, mi sembra però che dalle tematiche affrontate non si possa prescindere.

Ho già espresso la mia contrarietà al sistema delle primarie che mette al centro le personalità e non i programmi e tende a dividere piuttosto che unire. Inoltre è portatore di un paradosso: si combatte la nuova legge elettorale imposta dalle forze di governo come incostituzionale e nello stesso tempo ci si pone dentro quella ottica tutta centrata sul leader.

Personalmente, come da dettato costituzionale, penso debba essere il Presidente della Repubblica, sulla base dei risultati elettorali, a convocare le forze politiche e, tenuto conto delle loro proposte, scegliere a chi dare l’incarico di formare il governo.

La speranza è riuscire a vedere una luce nonostante tutta l’oscurità.

(Desmond Tutu)


[1] Transizione demografica: passaggio da una popolazione che ha tassi di natalità e mortalità elevati a una popolazione con tassi di natalità e mortalità bassi (da Wikipedia).

[2] Scaricabile > qui <

[3] Le politiche sulla natalità funzionano poco dappertutto.

[4] Le hanno provate tutte per far fare più figli ai sudcoreani, tranne una.

[5] Invasione: Irruzione forzata e aggressiva, solitamente perpetuata attraverso un’occupazione militare e violenta (Wikipedia). Ingresso nel territorio di uno stato da parte delle forze armate di uno stato belligerante (Treccani).

[6] Andrea Gaiardoni, incipit del suo articolo su La Rocca: “Fate paura” (nel senso di “costruite/fabbricate paura”).

[7] Una semplice spiegazione del meccanismo ad esempio nell’articolo Come funziona il sistema delle pensioni in Italia e con quali soldi si pagano?

[8] Una analisi complessiva del cosiddetto Decreto Cutro ad es. su Altalex: Immigrazione- Guida al Decreto Cutro.

[9] Un’analisi critica dopo la sua approvazione ad es. su l’Unità: Cosa afferma il ‘Decreto Cutro’ convertito in legge dal governo.

[10] Cfr. Ingressi fuori quota (pag. 6).

[11] Albania; Argentina; Bangladesh; Brasile; Colombia; Costa d’Avorio; Cuba; Ecuador; Egitto; Etiopia; Filippine; Ghana; Giordania; Guinea; India; Kenya; Libano; Macedonia del Nord; Marocco; Messico; Nepal; Perù; Repubblica Dominicana; Senegal; Siria; Sri Lanka; Thailandia; Tunisia; Uganda; Uzbekistan; Venezuela.

[12] “«Il paradosso di questa vicenda – aggiunge l’esperto di ActionAid – è che le persone che sono attualmente trattenute in Albania sono state prese dai Cpr italiani e portate in Albania e se devono essere rimpatriate devono comunque essere riportate in Italia». L’eventuale rimpatrio infatti deve avvenire dall’Italia perché non c’è nessun accordo con l’Albania e i Paesi terzi per il rimpatrio.” (da Avvenire del 27.02.2026).

L’Hotel della memoria

Poco dopo l’8 settembre del 1943, per l’esattezza il 13, le SS della Leibstandarte-SS-Adolf-Hitler si installano sulla sponda piemontese del Lago Maggiore e il 15 settembre inizia il rastrellamento degli ebrei presenti e la loro strage. L’episodio più conosciuto è quello relativo all’Hotel Meina anche grazie all’impegno costante per tutta la sua vita della più giovane sopravvissuta, Becky Behar, a testimoniare, in particolare nelle scuole, quel tremendo eccidio. Testimonianze e studi hanno progressivamente fatto emergere l’entità complessiva della strage che a partire dal 15 settembre ha investito nove località dell’allora Provincia di Novara con almeno 58 vittime. La Casa della Resistenza ha dato con continuità il proprio contributo a far conoscere e depositare nella memoria collettiva questa strage, in particolare con il documentario Even 1943, una Banca dati sull’eccidio e una, collegata, sulla Deportazione nel novarese, con la partecipazione al Progetto Zakhor-Ricorda che nell’80mo ha coinvolto numerosi soggetti e tutti i comuni coinvolti e l’organizzazione del Convegno Internazionale Storie, memorie, oblio. I crimini di guerra tedeschi e italiani nella seconda guerra mondiale tra colpe e rimozioni.[i]

Il documento che di seguito riporto integralmente[ii] è il testo della intervista che il compianto scrittore e giornalista Erminio Ferrari ha effettuato a Becky Behar in occasione del Giorno della Memoria del 2003 per la testata ticinese laRegione. Una bellissima intervista grazie alla competenza di Erminio e alla lucidità di Becky. Di questi tempi in cui i replicanti di fascismo e nazismo accusano loro oppositori politici e antifascisti di antisemitismo per poi riversare il loro odio razziale sugli immigrati, la lettura di questo documento permette di rimettere sui corretti binari la memoria della Shoah sia generale che locale. Buona lettura.


Erminio Ferrari. L’Hotel della memoria. Incontro con Becky Behar Ottolenghi scampata all’eccidio

Il passato presente. Da LaRegioneTicino del 27 gennaio 2003

Milano – Becky tiene sempre a portata di mano dei cioccolati­ni. Un po’ sorridendo, un po’ sul serio, quei bonbon le ricordano il soldato che per confermarle che era finita in Svizzera estrasse dalle tasche della divi­sa dei cioccolatini e glieli diede.

Ottobre 1943. «Ero terrorizza­ta. Mi aveva intimato l’alt in te­desco, e poi aveva un elmetto uguale a quello dei tedeschi che ci perseguitavano». E poi aveva dodici anni.

Becky Behar («sposata Ottolenghi», come precisa sempre) era l’ultima figlia della sola fa­miglia ebrea sopravvissuta agli eccidi del Lago Maggiore del settembre 1943. La prima strage di ebrei in Italia: sedici uccisi e gettati nel lago tra il 22 e il il 24 settembre.

Dopo l’infamia delle leggi razziali; la vergognosa codardia dei circoli accademici; la tacita connivenza di una nazione in mano al duce; la persecuzione degli ebrei d’Italia era entrata nella fase più cruenta e spieta­ta, quella della soluzione finale.

Sessant’anni fa, sembra ieri, per chi come Becky della me­moria ha fatto un dovere.

«Noi stavamo a Meina, dove mio padre possedeva l’Hotel Vic­toria. Siamo stati presi con altre famiglie di ebrei che si trovava­no nell’albergo. Gente che aveva case a Meina o erano sfollati, o clienti. Erano famiglie fuggite dalla Grecia, ma con passaporto italiano.

«Quando, dopo l’8 settembre, i tedeschi sono arrivati in alber­go, avevano già una lista dei pre­senti ebrei, fornita dal comune e da alcune spie del posto. Ricordo una signora che si era presenta­ta pochi giorni prima e aveva chiesto alloggio per qualche giorno; ci teneva molto a fre­quentare gli ospiti dell’albergo, a fare amicizia con noi ragazzi e a tempestarci di domande. Dopo pochi giorni questa signora ha lasciato l’albergo e in breve arri­varono i tedeschi.

«Abbiamo visto i soldati tede­schi scendere dai camion e cir­condare l’albergo. Uno di loro prese il mio cagnolino che scor­razzava davanti all’ingresso e lo gettò nel lago. Per me bambina fu uno choc.

«Tre militari entrarono poi nella camera dei genitori, dove eravamo riuniti mamma, papà e i quattro figli. Un ufficiale chiese a mio padre se era lui il proprie­tario dell’albergo. Alla risposta affermativa di mio padre, disse: lei è ebreo e dà ospitalità ad ebrei nemici della Grande Germania, quindi si ricordi che da questo momento niente più le appartie­ne. Detto questo ci lasciarono in camera e riunirono tutti gli altri ebrei dell’albergo. Poi ci condus­sero tutti all’ultimo piano, i sedi­ci ospiti più noi sei. Eravamo ra­gazzi, bambini, anziani.

«Il giorno dopo prelevarono mio padre per portarlo al co­mando tedesco di Baveno. Ricor­do le lacrime di mia madre e le parole di mio padre: tornerò, ab­biate fede.

Becky Behar.
Foto di scena da Even 1943.

«A salvarlo, e noi insieme a lui, fu il console turco che si tro­vava ospite della nostra villa, dove si era stabilito dopo i bom­bardamenti di Milano. Erava­mo infatti di nazionalità turca e la Turchia non era ancora in guerra. Quella santa persona, informata dal personale dell’al­bergo, si precipitò al comando te­desco a Baveno e picchiando i pugni sul tavolo disse: non pote­te toccare un cittadino turco, ne farò un caso diplomatico. I tede­schi, forse sperando ancora che la Turchia si alleasse con loro, riportarono mio padre a Meina.

«Restammo ancora qualche giorno chiusi all’ultimo piano dell’albergo, finché il console ot­tenne che la nostra famiglia ve­nisse “liberata” dall’ultimo pia­no dell’albergo, senza tuttavia poterlo lasciare.

«Una sera sentimmo dei passi cadenzati sulle scale. Il mattino dopo ci dissero che una parte degli ebrei era stata portata ad un interrogatorio. Poche ore dopo un cameriere venne da mio padre e disse che erano stati pescati dei cadaveri nel lago, tra Meina e Arona, e che qualcuno aveva riconosciuto gli ebrei dell’albergo.

«Riuscii di nascosto dai miei genitori a uscire dall’albergo, at­traverso una porticina che i tede­schi non conoscevano. In biciclet­ta andai sul posto a vedere e per primo riconobbi il padre dei miei amici Fernandez, poi la madre, mentre altri non riuscii a riconoscerli perché erano troppo sfigurati. Tornai in albergo e do­po poche ora salii le scale per tro­vare il mio amico John figlio dei Fernandez. Mi chiese se avevo saputo che avevano portato via i suoi e un’altra famiglia, i Tor­res. Credeva ancora che li avreb­bero ricondotti in albergo. Io avevo già visto i cadaveri dei suoi genitori e gli dissi sì, di ave­re fiducia. Non so come fece quel­la ragazzina…

«Dopo due o tre giorni vennero a prelevare i ragazzi e i più an­ziani. John mi salutava dicendo che ci saremmo rivisti. Il nonno Fernandez, abbracciandomi mi ringraziò per il tabacco che tal­volta gli procuravo: grazie Becky, non so se ci rivedremo, disse. Aveva capito.

«Il giorno dopo, altri cadaveri galleggiavano sul lago. I tede­schi li uccidevano legando loro una pietra al collo e li gettavano nel lago. Solo che nella fretta non sempre riuscivano a legare bene la pietra, così che alcuni ca­daveri riemersero».

E c’è ancora chi dice che in Italia non è successo niente.

Quell’Italia che ha fatto del 27 gennaio la Giornata della Me­moria. Un bel problema la me­moria: ogni giorno ne aggiunge un po’ al successivo. Strato su strato fino a essere quel che sia­mo e ciò che già stiamo dive­nendo. Ma questa è una memo­ria eletta a qualcosa di più di un processo di identificazione: a virtù civica. E chissà se funzio­na.

“A chi servono le storie di un ennesimo ebreo?”, si chiede un personaggio dell’ultimo roman­zo di Chaim Potok. Immaginia­mo che servano, giacché sono anche le nostre. Di noi, (“che vi­vete sicuri/nelle vostre tiepide case”) ai quali Primo Levi chie­se se “questo” era un uomo.

E infatti c’è Levi in un mo­mento preciso del ricordo di Becky.

«Non siamo mai stati religio­si, ebrei, sì, ma piuttosto laici. Mio padre ci aveva insegnato che esisteva Dio, ma non erava­mo praticanti. Non avevamo mai sentito la nostra presunta diversità. Non mi sono mai sentita diversa.

«Di esserlo perché altri avevano deciso che lo fossi, l’ho capito quando una sera mio padre ci radunò nel suo studio per dirci che il giorno dopo non avremmo più potuto andare a scuola. Fu un trauma. I miei genitori ave­vano sempre cercato di tutelarci, ci tenevano all’oscuro degli avve­nimenti europei e italiani. Alle mie domande, mio padre rispon­deva evasivamente.

«Il mattino seguente, mio pa­dre mi accompagnò a salutare l’insegnante e i compagni. Ricor­do ancora le lacrime negli occhi di questa maestra; ma ricordo anche che alcuni dei miei più ca­ri compagni, che frequentavano abitualmente casa nostra, non si fecero più vivi».

Inizia così la complicità in uno sterminio? Tra chi insulta­va gli ebrei per strada e chi li re­se invisibili ai propri occhi la differenza rischia di essere così labile. Tra chi firmò le leggi razziali e gli accademici che firmarono il formulario in cui si dichiaravano “non di razza ebraica”. Tra la ferocia e le ma­ni davanti agli occhi.

«I tedeschi – ricorda Becky –si comportavano in maniera sprezzante nei nostri confronti. Ricordo la faccia di disprezzo del militare che ci portava da mangiare. Era giovanissimo. In­dottrinato e feroce. Con un gusto particolare nell’infierire su per­sone che avvertiva più istruite e colte di lui».

Ma, Becky lo sa, è pur un’al­tra la domanda che viene – qua­si che la ferocia del giovane mi­litare tedesco abbia una sua oscena plausibilità (pur se resta lo sgomento per come una na­zione civile come quella tedesca abbia potuto) nelle dinamiche di manipolazione delle masse in circostanze di crisi di valori e certezze – e cioè: nessuno si è accorto di quello che si stava preparando e poi avvenne? È ben vero che i contadini polacchi “non sapevano” di Auschwitz; i concittadini di Goethe “non sapevano” di Buchenwald, ma.

Hotel Meina: la Hall

«In quei giorni di Meina, non avevamo contatti con l’esterno, se non attraverso il personale e i clienti dell’albergo. Tra questi c’erano dei giornalisti, inviati a Meina perché lì c’era la villa Mondadori; ma non si interessa­vano più di tanto di quello che stava succedendo nelle camere superiori. Alla sera i saloni del­l’albergo erano requisiti dai te­deschi per le loro feste, a cui si as­sociavano alcune clienti. Come se niente fosse.

La gente non ne faceva parola. Forse non immaginava cosa sa­rebbe successo, forse non se lo do­mandava nemmeno. Forse non voleva saperlo».

Riprendiamo il ricordo. Scampati all’eccidio, i Behar dovevano pure mettersi in salvo. E fu di nuovo il console turco (una specie di sconosciuto Perlasca) la loro salvezza.

«Infatti ci avvertì che di lì a pochi giorni la Turchia sarebbe entra­ta in guerra e a quel punto lui non avrebbe più potuto aiutarci.

«Così organizzammo la no­stra fuga, in barca. Di notte at­traversammo il lago verso la sponda lombarda, dove ci ospi­tarono, a gruppi di due, alcuni amici. Poi alcuni contrabban­dieri ci fecero passare in Svizze­ra, la nostra salvezza. Ci aveva­no fatto trascorrere l’ultima not­te in una stalla, dalle parti di Abbiate Guazzone e il mattino presto ci fecero passare la rete, dalle parti di Ponte Tresa, mi pare. Io avevo in spalla uno zai­no colmo di scatolette di viveri ed ero tutta infagottata, perché mia madre aveva una gran pau­ra che morissimo dì fame e di freddo.

«Le istruzioni erano che appe­na passata la rete, avremmo do­vuto metterci a correre per non essere presi a fucilate dai tede­schi. Io lo feci, ma ero gravata dallo zaino e caddi. Mi ritrovai davanti un militare che mi in­timò l’alt in tedesco. Ero sola, non vedevo più gli altri. Quel mi­litare aveva un elmetto come i te­deschi. Ero terrorizzata, piange­vo disperata. Lui non riusciva a spiegarsi, ma per farmi capire che eravamo in Svizzera, mi al­lungò dei cioccolatini

«Fummo riuniti e portati a Bellinzona da cui ripartimmo per il campo di Rovio, sfilando per le vie della città e sentendo su di noi lo sguardo delle persone che si affacciavano a vedere “gli ebrei”. A Rovio abbiamo preso pidocchi e scabbia, infezioni in­testinali, ma insomma eravamo vivi. Grazie alla Svizzera».

Non che sia facile essere un “salvato”, di nuovo Levi, come è scritto in un libro capitale del Novecento.

«No che non lo è. Ci si chiede perché “loro” no e noi sì. Mio padre, rientrato dopo la guerra, si chiuse in un mutismo totale. Non amava parlarne, an­che perché c’era una grande in­differenza attorno a noi. Lo dice anche Primo Levi: quando tornò e avvertì l’indisponibilità della gente ad ascoltare certe cose. Mio padre lo sperimentava, e ta­ceva».

E per lei Becky, invece, cosa significa essere una “salvata”?

«Ho vissuto questa condizione come un incarico, portando la mia esperienza in giro, parlan­done di preferenza ai giovani. Penso che a loro serva: solo testi­moniando tra i giovani c’è spe­ranza. Vedo oggi ripetersi gli stessi errori di sessant’anni fa. Mi spiace per loro e mi sforzo di ripetere le parole di Levi: è acca­duto e quindi potrà accadere an­cora.

«E constato che i giovani non sono estranei a questi discorsi. Ci ascoltano come le ultime voci di un’epoca, coscienti che ci fu un tempo in cui chi doveva parlare ha taciuto portandosi dietro sof­ferenze mai dette.

«Lo faccio talvolta con fatica, a causa dei miei anni, ma è que­sto il mio dovere della memo­ria».

Ma senta, Becky al processo che si celebrò venticinque anni dopo l’eccidio di Meina, gli im­putati vennero sì condannati (anche grazie alla sua testimo­nianza), ma furono presto am­nistiati, «e qualcuno fece una bella carriera; uno divenne pre­sidente della Pepsi Cola»; e an­cora oggi si avverte come del fa­stidio quando un ebreo rac­conta…

«C’è ancora antisemitismo in giro, certo, ma è di nuovo lo spec­chio dell’odio verso il diverso. Non saprei spiegare diversa­mente il disprezzo verso gli im­migrati più poveri, la xenofobia che si accanisce nei confronti di chi non appartiene alla nostra cultura. Quando assisto a certe aggressioni anche verbali ai danni di qualche extracomuni­tario (che magari qui vende ac­cendini, ma al suo paese è una persona istruita), ciò che vedo davanti a me è il volto del tedesco che ci imprigionò».

La memoria, grazie Becky, è il presente. «E c’è ancora chi dice che in Italia non è successo [non succede] niente».


[i] Il mio contributo nell’occasione era: La Strage del Lago Maggiore. Una lenta emersione.

[ii] Ringrazio Silvia Magistrini per avermi fornito il giornale originale per permetterne la scansione al fine della pubblicazione su fractaliaspei.

La stupidità della remigrazione e dei suoi accoliti

Della stupidità

“Investigare, conoscere e quindi possibilmente neutralizzare una delle più potenti e oscure forze che impediscono la crescita del benessere e della felicità umana.”

Utilizzata impropriamente come insulto la stupidità è invece una categoria storica economica e sociale ben precisa e talora, ahimè, anche politica. Dobbiamo al prestigioso storico dell’economia Carlo Cipolla[i] una sua precisa disamina ne Le leggi fondamentali della stupidità umana scritto inizialmente in lingua inglese e successivamente pubblicato in versione italiana con un altro breve saggio in Allegro ma non troppo per l’editore Il Mulino. Testo conosciutissimo e ristampato innumerevoli volte per cui non sto a riprenderlo passo a passo ma ne richiamo quanto qui ci interessa per il nostro discorso.

Il numero di stupidi è generalmente sottovalutato (Prima legge) e la loro presenza è percentualmente egualmente distribuita in ogni genere e categoria umana (Seconda legge) si tratti di bidelli, studenti, professori o generali.

Si arriva così alla Terza legge “aurea” che permette di definire ed individuare la categoria degli stupidi. Partendo dalla definizione di Aristotele dell’uomo come animale sociale e che pertanto intrattiene relazioni con i suoi simili, Cipolla distribuisce le tipologie di comportamento umano in quattro categorie sulla base dei costi e dei benefici per sé e per gli altri di queste relazioni (sia economiche che di altro tipo):

  • Sprovveduto: produce un danno per sé a vantaggio di altri
  • Intelligente: agisce in modo vantaggioso sia per sé che per gli altri
  • Bandito: agisce in modo criminale acquisendo vantaggio a danno degli altri
  • Stupido: produce danno agli altri senza alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita

 Se nelle prime tre situazioni il comportamento è razionalmente comprensibile e collegabile ad elementi valoriali (generosità, altruismo / perspicacia / assenza di scrupoli) nel caso della stupidità “nessuno sa, capisce o può spiegare perché quella assurda creatura fa quello che fa. Infatti non c’è spiegazione – o meglio – c’è una sola spiegazione: la persona in questione è stupida.”

Nelle relazioni individuali è bene “non sottovalutare il potenziale nocivo delle persone stupide” (Quarta legge) evitando l’errore “di associarsi con individui stupidi” acquisendo la consapevolezza che “la persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esiste” (Quinta legge).

Tale pericolosità aumenta con evidenza quanto più il soggetto stupido detiene una posizione di potere: in questi casi il danno non ricade solo sui vicini con cui entra in contatto, ma si riverbera sull’intera società.

“Il fattore che determina il potenziale di una persona stupida deriva dalla posizione di po­tere e di autorità che occupa nella società. Tra bu­rocrati, generali, politici, capi di stato e uomini di Chiesa, si ritrova l’aurea percentuale σ di individui fondamentalmente stupidi la cui capacità di dan­neggiare il prossimo fu (o è) pericolosamente ac­cresciuta dalla posizione di potere che occuparono (od occupano).”[ii]

Mentre nelle società in crescita economica e civile la costante σ di persone stupide è tenuta “sotto controllo”, in quelle in declino l’influenza di tale costante σ è invece preponderante e “il potere distruttivo della frazione σ degli stupidi porta il paese alla rovina”.

Della Remigrazione, con annessi orripilanti neologismi

Limitandoci a etimologie e guai del nostro Bel Paese[iii], dal punto puramente linguistico la parola deriva dal verbo remigrare attestata già nel ‘500[iv] con il significato “ritornare al proprio luogo d’origine”. Analoga e più legata ai flussi migratori è la parola, meno diffusa, di reimmigrazione: il ritorno nel proprio paese di chi era migrato per l’esaurirsi – o talora il fallimento – del proprio progetto migratorio.

Evidentemente la Remigrazione di cui oggi si parla e che i suoi fans sventolano come bandiera è altro. Può esser così definita:

Espulsione forzata di persone immigrate, di prima o successiva generazione, obbligate a rientrare nel loro paese d’origine, espulsione che deve riguardare non solo i “clandestini” o i richiedenti asilo ma tutti coloro che per cultura, abitudini, lingua, religione ecc. mostrano di non volere o potersi integrare.

Se il remigrante era colui che sua sponte rientrava nel proprio paese, in seguito al significato oggi assunto da Remigrazione diventano necessari due nuovi termini:

  • Remigratore: colui che auspica o direttamente esegue la remigrazione
  • Remigrato: colui che è costretto al rientro nel paese d’origine

L’Accademia della Crusca che tra le sue attività di conoscenza e valorizzazione della lingua italiana effettua il monitoraggio costante dei neologismi[v], ha collocato nel 2017 la prima “attestazione” italiana di Remigrazione. Riporto per intero:

“Un gruppo di manifestanti ha fatto irruzione, poco dopo le 15, sul palco del cinema Lux di Borgosesia dove era in corso la conferenza «L’Italia sono anch’io», promossa dall’associazione culturale islamica di Borgosesia. Un convegno pensato per raccontare la vita quotidiana e l’integrazione dei ragazzi di origine musulmana nati in provincia di Vercelli. In quel momento erano appena finiti i saluti di rito e stavano parlando i dirigenti dell’associazione. I manifestanti – una decina in tutto – hanno sventolato uno striscione con la scritta a caratteri cubitali «Remigrazione contro l’islamizzazione»”. (Giuseppe Orrù, Conferenza Islam, blitz dei manifestanti sul palco di Borgosesia, “La Stampa”, 14/1/2017).

Non so se questa è davvero la “prima attestazione” ma l’episodio mi sembra chiarire, forse più di una definizione, il significato della parola e gli auspici dei “remigratori”.

Delle critiche – perlopiù inefficaci – alla remigrazione

La critica più diffusa ed immediata sul piano linguistico è quella di essere un Eufemismo teso a nascondere ed alleggerirne il vero significato: quello più crudo, violento ed esplicito di deportazione e che nella memoria collettiva rimanda alla seconda guerra mondiale e al nazismo. “Non sia mai!” Alla obiezione in tal senso posta dalla giornalista Marianna Aprile nella puntata del 17 luglio della trasmissione In Onda il generale (ex?) dei remigratori[vi] obietta candidamente che i “deportati” non venivano certo riportati a casa loro come avverrebbe con la remigrazione.

L’altra diffusa obiezione riguarda la Sostenibilità economica di una operazione di arresto, concentramento, trasporto non di decine, né di centinaia o migliaia ma di qualche centinaia di migliaia di remigrati a forza. Un costo che graverebbe su tutto il Paese (pardon Nazione) ma che non spaventa i teorici italici e d’oltralpe della remigrazione prospettando Piani dettagliati e strutture apposite quali un “Alto commissariato e/o un Ministero per la Remigrazione”.

Una critica più specifica è quella di credere alla leggenda complottista della Sostituzione etnica, ovvero ad un presunto complotto[vii] delle élites economico dominanti, presumibilmente giudaico-massoniche, atto a incentivare immigrazioni non europee per sostituire le popolazioni bianche con un meticciato più facilmente asservibile all’economia globale.  La risposta è che non serve ipotizzare un complotto, ma osservare quello che sta avvenendo: ci stanno invadendo e la remigrazione è la giusta controffensiva atta a salvare l’identità bianca oggi in pericolo.

 Non mi dilungo sulle critiche che richiamano i valori umanitari (Lasciamole ai preti e al loro capo di Roma) o sui diritti civili (I soliti buonisti!).

Peggio ancora per quelle di tipo più esplicitamente politico come quella di sostenere esplicitamente posizioni razziste: “Razzisti sono quelli che non difendono la ‘razza’ bianca”.

Se poi si afferma che di fatto si tratta di una concezione fascista, lo prendono per un complimento.

In conclusione le critiche più diffuse alla remigrazione non sembrano scalfire in alcun modo i suoi accoliti né, d’altronde, servono più di tanto per tutti coloro che per motivi religiosi, morali, civili e politici ne sono già spontaneamente avversi.

Provo allora un’altra strada: prendere sul serio l’idea (l’ipotesi) della Remigrazione cercando di valutarne le possibili conseguenze per il nostro Paese (pardon, sulla nostra Nazione).

Quanti sono gli stranieri in Italia?[viii]

All’interno di una popolazione complessiva nel 2025 e 2026[ix] di 58 milioni e 900mila abitanti (in calo di un milione e trecento mila negli ultimi dieci anni: erano 60,2 milioni nel 2016) nel gennaio 2025 gli stranieri sono 5 milioni e 898mila, quasi il 10% cioè uno straniero ogni 10 abitanti. Gli stranieri residenti risultano 5 milioni e 371mila (il 9,1 della popolazione) a cui si aggiungono 188mila non residenti e circa 339mila non regolari.

La seguente tabella ci informa sulla loro provenienza:

Difficile quantificare i cittadini italiani appartenenti alla cosiddetta “seconda generazione”, cioè figli di immigrati che secondo i “remigratori” dovrebbero essere inclusi nel progetto remigratorio. Possiamo partire da un dato minimo certo, ovvero i minori di vent’anni che hanno acquisito la cittadinanza italiana negli ultimi dieci anni: sono 622mila giovani; se ipotizziamo che gli italiani di seconda generazione superiori ai vent’anni siano almeno altrettanti possiamo pensare che gli italiani “di seconda generazione” siano almeno un milione e 200mila. La “platea” dei possibili remigrati salirebbe così a circa 7 milioni.


Secondo alcune affermazioni dei fans della remigrazione l’elemento “religione” rappresenterebbe un fattore discrimine importante o comunque prioritario per la remigrazione. Questa tabella illustra la distribuzione dei culti religiosi degli stranieri in Italia.

 La religione musulmana prevale (31%) e considerando le altre religioni non cristiane (buddista, indù, ecc.) arriviamo al 40%. Il secondo gruppo è costituito dagli ortodossi (28,6%) che in genere sono anche europei e che potrebbero essere depennati. Vi sono anche il 16,6% di cattolici ma che dal punto di vista dei remigratori, espresso in molteplici commenti ad eventi sportivi, concorsi di bellezza ecc., hanno perlopiù un grave difetto: la loro carnagione non è particolarmente chiara e offenderebbe il prototipo ideale italico.

Tenendo conto di tutto ciò possiamo valutare che il progetto di remigrazione in Italia riguarderebbe una popolazione tra i quattro e i sette milioni tra stranieri e cittadini di seconda generazione. Quale impatto comporterebbe una sua eventuale realizzazione sul nostro Paese (pardon Nazione)?


Della manifesta stupidità della Remigrazione

Data per scontata l’identificazione dei remigratori con i destini della nazione italica che manifestano a più riprese issando il vessillo tricolore – anche se in più occasioni accompagnandolo con meno colorati e non sempre italici contrassegni –, richiamando la nozione di stupidità ben definita dal citato Carlo M. Cipolla (procurare danno ad altri non ottenendone alcun vantaggio e talora anche a proprio danno) potrei limitarmi alla seguente considerazione:

La remigrazione qualora attuata oltre a produrre un evidente e grave danno agli stranieri di prima e seconda generazione rimpatriati a forza e contro la loro volontà nel loro paese d’origine, produrrebbe un danno ancora maggiore al nostro paese già in forte declino demografico e a corto di mano d’opera in molteplici settori con il facilmente prevedibile collasso demografico ed economico. Altro che difesa della patria italica! Una prospettiva decisamente controproducente e pertanto stupida!

Siccome potrei esser accusato di pregiudizio negativo porto qualche, seppur sintetico, elemento che avvalora quanto sopra.

La seguente tabella dell’ISTAT illustra lo sviluppo attuale della popolazione mettendo in relazione il tasso di crescita naturale (n su 1000 residenti) con quello migratorio e quello globale. La situazione è di sostanziale pareggio, con differenze fra le diverse aree del paese, grazie appunto al tasso migratorio positivo (in numero di immigrazioni che supera le emigrazioni). Senza di questo afflusso con il solo tasso di crescita naturale (negativo) avremmo una diminuzione della popolazione di circa 300mila abitanti in un solo anno.

Il calo demografico (tasso negativo di crescita naturale) dipende principalmente da quello che viene da tempo individuato come il problema principale del nostro paese: la denatalità. Nel 2025 con 355mila nascite abbiamo un calo del 3,9% rispetto ai 370mila dell’anno precedente, una diminuzione che dura da tempo. Per avere una popolazione stabile il numero medio di figli per donna dovrebbe essere di 2,1; la seguente tabella ci dice che oggi è al minimo storico del 1,14 con un ulteriore calo dall’anno precedente quando era del 1,18. A questo calo del numero medio di figli per donna si accompagna un costante aumento dell’età media al parto che nel 2025 è salita a 32,7 anni.

Sempre nel 2025 il numero di decessi è di 652mila con un calo dello 0,2% rispetto all’anno precedente. Nel frattempo la speranza di vita continua a crescere: tre mesi per gli uomini e quasi due per le donne.

Quali i motivi di questa sempre più preoccupante denatalità? In primo luogo vi sono gli aspetti economico- sociali e l’assenza di politiche adeguate a contrastarla. Come ricorda Chiara Saraceno

«Da tempo demografi e sociologi sostengono che il modo più efficace di sostenere le scel­te positive di fecondità non è qualche bo­nus una tantum, ma un ecosistema com­plessivo: occupazione stabile e adeguatamente re­munerata, sia per gli uomini che per le donne; riequi­librio nelle responsabilità del lavoro di cura tra uo­mini e donne e orari amichevoli; servizi per la prima infanzia e scuole a tempo pieno di qualità e accessi­bili; abitazioni adeguate, economicamente sosteni­bili, e in contesti percepiti come sicuri e vivibili.»[x]

Altro fattore che incide sulla denatalità è il declino della fertilità, in particolare maschile, solo in parte contrastato dal ricorso alla procreazione medicalmente assistita. Argomento tabù e relegato alla iniziativa privata (ed economica) delle coppie. Eppure, sulla base degli ultimi dati noti, nel 2024 su 370mila nascite ben 17.660 sono potute avvenire grazie alle tecniche della procreazione assistita, ossia il 4,8%, quasi una su venti. L’AIFE – Associazione Italiana Fertilità in un recente manifesto[xi] propone di rendere pubblico il problema con una apposita Legge Quadro su Fertilità e Natalità per promuovere informazione, formazione e accesso alla procreazione assistita che superi i vincoli legislativi attuali. Ma (Stupidità nella stupidità?) gli aspiranti remigratori e i loro amici politici più intimi ne sono fermamente avversi.

Quale allora il destino demografico del nostro paese? Senza addentrarmi in analisi statistiche sofisticate il seguente grafico mi pare eloquente.

Il declino demografico ha modificato la struttura della popolazione con un’età media che oggi è di 47,1 anni con un aumento di due mesi e mezzo rispetto al 2025. In dieci anni i più giovani, fino a 14 anni sono diminuiti del 16,7% mentre i più anziani, oltre i 65 anni sono aumentati dell’11,3% da 13,3 milioni a 14,8 milioni con un incremento particolarmente significativo degli over 90 cresciuti in un decennio del 34,6%. Tutto questo nonostante l’afflusso migratorio.

Cosa avverrebbe con la remigrazione ovvero con l’espulsione tra i 4 e i 7 milioni di “stranieri” di prima e seconda generazione? Secondo i dati più recenti (ISTAT 2023) l’età media degli stranieri in Italia è tra i 36 e 37 anni con una forte presenza di giovani adulti e famiglie giovani. La loro “remigrazione” farebbe impennare la curva degli over 65 e declinare drasticamente quella degli under 14, portare l’età media oltre i 50 anni con un invecchiamento senza precedenti.

Un disastro demografico – con conseguenze sociali ed economiche inimmaginabili – per la Nazione dei remigratori e ahimè anche nostro Bel Paese.

In conclusione difficile ipotizzare e agognare un’operazione più stupida della remigrazione.

Una dissertazione inutile?

Quanto sopra argomentato servirà a qualcosa? Se con questo vogliamo intendere un cambiamento di posizione e un abbandono del progetto remigratorio da parte dei suoi accoliti, evidentemente no. Per tanti motivi. Innanzitutto perché non è molto probabile che incappino in questo testo e soprattutto si addentrino a leggerlo e capirlo.

In secondo luogo soprattutto perché, come ben sottolinea il nostro Carlo M. Cipolla «lo stupido non sa di essere stupido» e certamente non ammetterebbe mai di esserlo.

«Ciò con­tribuisce potentemente a dare maggior forza, incidenza ed efficacia alla sua azione devastatrice. Lo stupido non è inibito da quel sentimento che gli an­glosassoni chiamano self-consciousness. Col sorriso sulle labbra, come se compisse la cosa più naturale del mondo Io stupido comparirà improvvisamente a .., distruggere la tua pace …e tutto questo senza malizia, senza rimorso, e senza ragione. Stupidamente.»[xii]

E, ricorda ancora Cipolla che è proprio nei paesi in declino che la loro influenza è preponderante e “il potere distruttivo degli stupidi porta il paese alla rovina”.

A vedere come gran parte della attuale politica, abbagliata dai sondaggi, da un lato rincorra le tematiche dei remigratori e dall’altra parte (il cosiddetto campo largo) auspichi che la presenza del nuovo partito dei remigratori indebolisca il campo avverso.

Pochi prendono di petto il pericolo che l’influsso di quelle stupide posizioni possono produrre al nostro paese accelerandone il declino, denunciandone stupidità (o follia come qualche voce isolata afferma) attrezzandosi non solo a denunciare ma ad elaborare risposte intelligenti al declino demografico e ai problemi migratori.

Mi tocca concludere citando Gianfranco Fini che con il suo “Remigrazione, Basta slogan da Caserma”[xiii] affronta di petto in particolare quella che privilegerebbe tale azione contro gli islamici osando ricordare la differenza fra islam e islamismo ed auspicando un cambio di prospettiva da parte della “destra di governo”. Immagino voce inascoltata per lo scarso credito che ardisce attribuire ai sondaggi.


Note sintetiche a margine

  • Da tempo penso che Verbania e la nostra provincia senza nome anticipino le dinamiche demografiche, sociali ed economiche nazionali. Sull’invecchiamento della popolazione rimando ai lontani anni scolastici 1981-83 e alla Ricerca sulla popolazione anziana di Verbania effettuata dai corsi sperimentali di Scienze Umane Sociali ed Elettronico dell’Istituto Cobianchi.
  • Ci siamo occupati dell’Italia, ma calo demografico, declino fertilità e invecchiamento della popolazione sono un fenomeno globale monitorato e fonte di preoccupazione dalle stesse Nazioni Unite che tra l’altro osservano come «i tassi di fertilità complessivi del mondo sono in calo: le donne hanno in media un figlio in meno rispetto al 1990»[xiv]. Il numero di paesi in cui la popolazione è in crescita o stabile si sta riducendo a poche unità. Un articolo del Fiancial Times ripreso da Internazionale (12.06.26) parla di crollo demografico, di una transizione demografica[xv] globale e tra suoi fattori sembra preponderante la diffusione pervasiva della tecnologia cellulare.
  •  Sulle politiche per contrastare la denatalità rimando all’articolo sopra citato di Chiara Saraceno e al manifesto dell’AIFE. Sarebbe logico pensare a iniziative unitarie cosiddette bipartisan, non sottoposte alle logiche contrapposte della campagna elettorale permanente. Persino negli Stati Uniti di Trump il Senato, proprio per contrastare la denatalità, ha approvato (in modo quasi clandestino) una legge a larghissima maggioranza (89%) per facilitare l’acquisto di abitazioni per le giovani coppie.[xvi]
  • È possibile una politica migratoria che non sia di furibondo accanimento e nemmeno solo di un po’ sprovveduta generosità? Penso e spero di sì. Si potrebbe pensare ad un progetto complessivo che a partire dalla formazione professionale nei paesi di origine, o in appositi centri, semplifichi e accompagni i migranti nell’inserimento lavorativo e in quello sociale superando i limiti e alcuni vincoli della attuale normativa. Nelle pieghe del DL Cutro (poi legge 2023/50) sono già previsti Corsi di formazione professionale e civico-linguistica all’estero con possibile ingresso “fuori quota”[xvii]. Le attuali procedure di ingresso e assunzione[xviii] non sono particolarmente facilitanti e soprattutto nulla si prevede per l’inserimento sociale (accoglienza, disbrigo pratiche, abitazione ecc.). In sintesi immagino un progetto di raccordo fra domanda e offerta di lavoro che dovrebbe naturalmente prevedere il coinvolgimento di enti pubblici e privati (enti locali, camere di commercio, associazioni imprenditoriali, sindacati, associazioni di volontariato ecc.).
  • Ho un sogno. Veder trasformato cosiddetto Centro per il rimpatrio (Cpr) in Albania e la sua assurdità attuale[xix] non in un centro per l’espulsione ma per l’accoglienza e la formazione professionale e linguistica di migranti provenienti da paesi dove questi centri non sono presenti e poter così dire «FUN-ZIO-NA!» declinato al presente e non al futuro!

[i] Nei suoi testi il nome è indicato come Carlo M. Cipolla, ma quella emme puntata non è l’iniziale di un secondo nome (es. Mario o Maria) ma probabilmente un segno distintivo per non essere confuso con l’omonimo storico docente all’Università di Torino e Firenze (1854-1916). Per altri solo una ironica invenzione per “riempire la casella middle name compilando i moduli dell’università di Berkeley dove si trasferì negli anni 50”. Cfr. > qui <

[ii] Carlo M. Cipolla, Allegro ma non troppo, Il Mulino, Bologna 1988, p. 65.

[iii] Per l’etimologia e l’utilizzo nei paesi di lingua inglese, tedesca o francesi si possono consultare Wikipedia, La Treccani, RSI Cultura o il sito anti-bufale Facta. Non è che cambiando lingua ci si guadagni molto in informazioni o originalità.   

[iv] In Giordano Bruno, Spaccio della bestia trionfante, Londra 1584.

[v] Precisando che con questo non intende promuovere né ufficializzare “le parole trattate, ma fornire strumenti di comprensione e approfondimento”.

[vi] Per intenderci, quello che infantilmente si atteggia a sanguinolento Imperatore Romano.

[vii] Definito anche Piano Kalergi (cfr.).

[viii] I dati e le tabelle riportate in questo paragrafo e nel successivo sono tratti dal Rapporto Istat 2026 – La situazione del Paese e dalla Info Data de Il Sole 24 Ore del 19 marzo 2026.

[ix] Stabile negli ultimi due anni grazie al saldo positivo migratorio.

[x] Natalità e lavoro, un posto stabile vale più di un bonus su La Stampa, 11.07.2026.

[xi] Scaricabile > qui <

[xii] Allegro ma non troppo, cit. p. 69.

[xiii] Su La Stampa del 21 luglio 2026; consultabile > qui <.

[xiv] Cfr. Nazioni Unite. Agenda 2030. Crescita o contrazione?.

[xv] Transizione demografica: passaggio da una popolazione che ha tassi di natalità e mortalità elevati a una popolazione con tassi di natalità e mortalità bassi (da Wikipedia).

[xvi] La legge è stata scritta da Elizabeth Warren, la senatrice progressista del Massachusetts cara alla corrente di sinistra del Partito Democratico, e da Tim Scott, senatore conservatore del South Carolina, l’unico afroamericano potente del giro di Trump. Cfr. Il Post Da Costa a Costa. La legge che nessuno ha visto passare.

[xvii] I corsi approvati sono attualmente presenti in 31 paesi esteri per un totale di circa 10.800 corsisti comprensivi di oltre 1200 che hanno già ultimato il corso. Strano che questa esperienza non venga rivendicata pubblicamente dal governo. Probabilmente non si vuole incappare negli strali dei remigratori!

[xviii] Cfr. > qui <

[xix] “«Il paradosso di questa vicenda – aggiunge l’esperto di ActionAid – è che le persone che sono attualmente trattenute in Albania sono state prese dai Cpr italiani e portate in Albania e se devono essere rimpatriate devono comunque essere riportate in Italia». L’eventuale rimpatrio infatti deve avvenire dall’Italia perché non c’è nessun accordo con l’Albania e i Paesi terzi per il rimpatrio.” (da Avvenire del 27.02.2026).

Una parola: Progresso *

Perdere un’illusione significa arricchirsi di una verità. Ma chi lamenta la perdita non è degno del guadagno. (Arthur Schnitzler)

Vi sono parole che caratterizzano un’epoca e in qualche modo ne restano confinate: l’età del Progresso corrisponde al Secolo lungo che dall’Illuminismo arriva alla Grande Guerra che dà inizio al successivo Secolo breve come lo ha definito lo storico Eric Hobsbawm.

L’etimologia è esplicita: dal latino progressus, a sua volta derivata dal verbo gradior (camminare) e pertanto “camminare in avanti”, progredire come regresso è “camminare indietro”, regredire.

La concezione ha genesi nel ‘600 con la Querelle des Anciens et des Modernes ove i fautori dei moderni sostengono il Principio di Ragione e il progresso delle conoscenze rispetto al Principio di Autorità sostenuto dagli “antichi”. Blaise Pascal con efficacia dirà che i veri antichi siamo noi in quanto “abbiamo aggiunto alle loro conoscenze l’esperienza dei secoli successivi”[1]. Il progresso ininterrotto delle conoscenze si riverbera nel progresso scientifico e tecnologico e questo in quello economico. È la connessione fra progresso tecnico-scientifico con quello umano, morale e civile che trasforma il Progresso in una Filosofia della storia, promessa per il futuro, in una ideologia propria di gran parte dell’Illuminismo e base del Positivismo.


Idea forte, perché pare incarnata nei fatti, simboleggiata dalla locomotiva lanciata sui binari e magnificata con l’Esposizione parigina del 1889 e la sua Torre Eiffel. Non è mancato chi mise in dubbio questa connessione come Rousseau nel suo Discorso sull’origine della diseguaglianza (1755) che gli valse gli strali di Voltaire (“un libello contro il genere umano”), o il nostro Leopardi davanti alle pendici del Vesuvio:

“Dipinte in queste rive/son dell’umana gente/le magnifiche sorti progressive. /Qui mira e qui ti specchia/ Secol superbo e sciocco”[2].

La messa in discussione della linearità del progresso è propria della dialettica di Hegel sistematizzata dai suoi epigoni (e ripresa dal marxismo leninismo) nelle tre fasi di Tesi, Antitesi e Sintesi: il percorso della storia passa attraverso momenti negativi (come le guerre) che poi vengono superati in una sintesi superiore. Un percorso a spirale che non nega il Progresso ma lo ridefinisce. Ne “La distruzione della ragione” (1954) il filosofo ungherese György Lukács sostiene che “il ripudio del progresso storico-sociale” è alla base dell’irrazionalismo, del pensiero più reazionario che ha preparato il terreno a Hitler e al nazismo; concezione dogmatica in parte ridimensionata nei suoi scritti successivi.

Nel 1972 verrà dal cuore del capitalismo digitale, con l’Istituto di ricerca del Massachusetts Institute of Technology (MIT), la denuncia dell’approssimarsi di un limite alla crescita con l’esaurirsi entro un secolo delle risorse naturali disponibili con conseguenze inimmaginabili sul piano economico, sociale e ambientale. Il loro rapporto[3] propone di fermare lo sviluppo dando vita a uno “stato di equilibrio globale” tramite una serie di misure quali la drastica riduzione del consumo di materie prime e dell’inquinamento.

Sarà il partigiano Gino Vermicelli con il suo dettagliato articolo “Il Progresso impazzito”[4] a rimarcare l’importanza di questo studio e come la proposta del MIT non affronti affatto il tema delle diseguaglianze crescenti stabilizzando l’esistente anche su questo piano. Dall’altro prevede che la ricetta, pur elaborata entro i parametri dell’economia vigente, “non sarà ascoltata. La società capitalistica non può esistere senza «nuove frontiere», cioè una crescita ad ogni costo e disordinata; crescita della produ­zione e dei profitti e dunque cre­scita dei consumi e soprattutto de­gli sprechi. Lo sfruttamento di ra­pina di tutte le risorse non ne è un dato incidentale, ne è la legge dominante. Il sistema non vi potrà mai rinunciare.”

A 55 anni da quelle previsioni, in un mondo dove le guerre per le risorse energetiche si moltiplicano, attualizzare il messaggio del partigiano “Edoardo” e trarne conseguenza pare inderogabile.


* Pubblicato sul n. 2/2026 di Nuova Resistenza Unita


[1] Prefazione per il Trattato sul vuoto, 1651.

[2] La Ginestra, 1836, vv. 49-53.

[3] I limiti dello sviluppo, a. c. del Club di Roma, EST Mondadori, 1972. Un successivo rapporto del 2004 conferma la previsione di un collasso economico ambientale nel nostro secolo.

[4] Il manifesto, 28.05.1972.

Pietro Secchia e Gino Vermicelli

Il 7 luglio del 1973, 53 anni fa, si è spento Pietro Secchia, Commissario politico generale delle Brigate Garibaldi e successivamente dirigente del PCI. Gino Vermicelli, già Commissario politico garibaldino in Valdossola e tra i fondatori de il manifesto, sul quotidiano del successivo 10 luglio lo ha ricordato ripercorrendone l’itinerario politico.

Vermicelli, attivo nelle organizzazioni giovanili di lingua italiana del PCF era rientrato in Italia alcune settimane prima dell’8 settembre ’43 con il compito di riorganizzare il Partito comunista a Novara e attivarsi per l’avvio della resistenza armata. Sono di allora i primi contatti con Secchia e successivamente con Cino Moscatelli.

Nel suo ricordo di Secchia, che sotto riporto, Vermicelli esprime il rispetto e nel contempo e la lontananza propria di chi ha poi intrapreso un diverso itinerario. Divergenza e lontananza espresse nel suo stile essenziale nelle ultime righe dell’articolo.

Ricordo di Pietro Secchia

di Gino Vermicelli

Provare un sentimento di rispetto per un compagno dal quale si sa di essere disapprovati e condannati, è una strana situazione. Eppure io non so provare un diverso sentimento per Pie­tro Secchia, e non perché ora giace in una bara.

Nell’agosto del 1943 per allacciare un collegamento con il barlume di orga­nizzazione del partito allora esistente a Novara, dovetti recarmi a Biella. Lì aleggiava una atmosfera di esaltazione e anche di mistero. Era tornato (o stava per tornare) dal carcere fa­scista, mi si diceva, un compagno molto importante e preparato. Più tardi seppi che questi era Pietro Secchia.

Alcune settimane dopo, il Pci, contro ogni esitazione attendista, decideva di dare comunque inizio alla guerra partigiana a di costituire le brigate Garibaldi. Di queste brigate, Pietro Secchia sarà da subito, il commissario politico generale.

Credo che la sua storia politica sia stata fortemente caratterizzata da quanto avvenne in quegli anni. Forse più di tanti altri, forse più dello stesso Palmiro Togliatti, Secchia raccolse la importanza di quella esperienza. La storia della delegazione Alta Italia del Pci è stata, a mio parere, anche diversa, talvolta politicamente separata, dalla storia del Pci, così come maturava in quegli anni nelle zone occupate dagli alleati. E in quelle vicende certo Pietro Secchia non fu uomo di secondo plano. Nel 1946 Secchia è, si dice, uno degli uomini forti della direzione del Pci.

E in verità, la commissione organizzazione, da lui diretta, era un luogo dal quale si esercitava sul partito un potere reale. Io ricordo che, alla vigilia del referendum istituzionale del 1946, a dei compagni che gli chiedevano cosa sarebbe successo se la monarchia avesse ottenuto la maggioranza, egli rispose che comunque l’Italia sarebbe diventata una repubblica, giacché questa era la volontà degli operai, dei braccianti, dei mezzadri e delle forze antifasciste.

Secchia, è stato certamente un uomo dell’apparato, e sicuramente passerà alla storia come un uomo duro, uno stalinista, come si usa dire oggi. E ciò anche se chi lo ha conosciuto ha potuto ritrovare in lui atteggiamenti aperti, talvolta un carattere bonario.

La verità è che dura era la prassi che reggeva l’apparato del Pci in quegli anni e che egli ne era l’espressione più diretta. Certo egli aveva molti nemici.

Pietro Secchia ed altri compagni a lui vicini, sono usciti dalla storia vera del Pci verso la metà degli anni ’50. La clamorosa fuga di un suo uomo di fiducia, Nino Seniga, scappato a Locarno portandosi un grosso pacco di milioni e, sembra, documenti riservati, diede armi assolute ai suoi nemici interni. Nel giro di breve tempo perse ogni potere. L’ottavo congresso sanciva questa emarginazione. Lì Secchia pronunciò un discorso allora definito operaista che sarebbe forse interessante rileggere oggi.

Gli incarichi conferiti a quei compagni dopo quel periodo furono puramente onorifici, ma i più privi di reale potere. Essi avevano giocato la loro vita sulla concezione dell’Urss come centro della rivoluzione mondiale, e, si è visto, hanno giocato su una prospettiva maledettamente perdente.

Vennero avanti, sbranandoli senza pietà, i giovani leoni dell’apparato che, in nome di un nuovo stile di vita del partito, strapparono loro il potere e operarono perché, cambiando tutto niente mutasse.

Eppure Pietro Secchia, rientrato nell’ombra, non ha mai dato adito al sospetto di infedeltà. I giovani compagni di Lotta continua che tentarono di coinvolgerne il nome in una tenebrosa faccenda, sono stati da lui recentemente rintuzzati con estrema durezza. Egli era fra quei militanti che pensano che al partito si resta fedeli tutta la vita nel bene e nel male.

Nel male no, proprio no. Ed è per questo che siamo diversi e ci separammo.

(il manifesto 10.07.1973)



La mostra fotografica dell’Ossario di Scareno e il partigiano Marmelada *

“Scareno culla della Brigata Alpina Cesare Battisti – Ignoti eroi immolatisi per la Libertà 1944-1945”. Così recita la lapide sulla sommità dell’Ossario di Scareno. Costruito nell’immediato dopoguerra per iniziativa del parroco don Antonio Bottacchi e di Paolo Zucchi (Palin), oste e figura di spicco della comunità locale, con la collaborazione di gran parte del paese, raccoglie i resti recuperati di otto caduti rimasti ignoti, probabilmente colpiti dai bombardamenti durante il rastrellamento del giugno 1944. Le spese per il materiale furono in parte sostenute dallo stesso parroco che aveva fatto vendere un autofurgone donato al paese dai partigiani in riconoscimento della collaborazione durante la guerra, anche per evitare un conflitto con Aurano che lo pretendeva. La parte restante del finanziamento venne dal CNL di Busto Arsizio. Per la Battisti Mario Manzoni Marmelada, con il suo stile “silenzioso”, ne ha seguito la realizzazione. L’Ossario venne inaugurato il 16 giugno 1946.

Ossario di Scareno

Due decenni fa il Comune di Aurano (di cui Scareno è frazione) aveva allestito una bacheca lignea con informazioni essenziali sull’Ossario e il suo significato storico, bacheca recentemente deterioratasi. Per iniziativa della Proloco di Aurano e del Comune è stato chiesto all’ANPI di Verbania e alla Casa della Resistenza materiale fotografico e testi per 10 pannelli da collocare nell’area antistante all’Ossario. I contenuti concordati riguardano la storia della Cesare Battisti, il ruolo del paese durante la resistenza, nascita e significato di un’area monumentale che lega in modo profondo una formazione partigiana con quella comunità montana. Le foto sono state reperite dal nostro Centro di documentazione e da Flavio Maglio dell’ANPI di Verbania anche in collaborazione con la famiglia Manzoni. Ho curato i testi seguendo quale criterio la riduzione all’essenziale dell’aspetto informativo, dando massimo spazio alla selezione di testi narrativi: in tal modo ogni pannello, in prospettiva di visite anche scolastiche, è accessibile a fruitori di ogni età, costituisce un’unità tematica autosufficiente, mentre la articolazione complessiva della mostra intende costituire una narrazione completa. La mostra è stata inaugurata domenica 9 novembre in occasione della tradizionale castagnata. Sono intervenuti due figli di Marmelada e Paola ha portato con voce commossa il ringraziamento della famiglia.


Ossario di Scareno. La mostra fotografica

Scareno ai tempi della Resistenza

Rileggendo testimonianze e racconti[1] ho notato come, mentre si afferma che non vi erano partigiani di Scareno, e nemmeno staffette, viene più volte utilizzato il noi parlando di partigiani e Resistenza: partigiana era nel collettivo sentire l’intera comunità del Paese. Scareno paese partigiano. Ricorda Nino Chiovini quanto avvenuto durante il rastrellamento del giugno ’44:

“È subito dopo la fine dei combattimenti [18 giugno] che scatta spontaneamente l’aiuto popolare teso a sottrarre partigiani non meno che i renitenti dei villaggi, alla caccia nemica. Il villaggio di Scareno, comunità in senso lato di un centinaio di abitanti, si muove con tempestività ed efficacia; ancora oggi alcuni dei suoi abitanti, assurti alla statura di personaggi (gente come il Palìn, la Clementina, la Giulia, il Pinisùn) sono ricordati dai superstiti per l’astuzia e il coraggio con cui seppero scovare i partigiani dispersi entro la sacca nemica a ridosso del Monte Zeda e del Vadàa, rifocillandoli, assistendoli se feriti, dirottandoli in luoghi più sicuri, tenere i collegamenti.”

E alla fine di luglio, mentre sta ritornando con la volante da una azione, annota sul diario:

Palin (a sinistra) con la famiglia

“Da stamattina siamo in cerca della “Battisti”. Tutto il giorno camminiamo. A La Rocca finalmente troviamo Palin. Non è un partigiano, ma fa lo stesso: Palin dice che la Battisti è tutta a Scareno, a casa sua. Palin, nella “Battisti” è conosciuto anche dalle reclute. È un abitante di Scareno e per noi è staffetta, guida, albergatore, portaferiti, becchino, tutto. È una istituzione da premio Nobel”.

Chi era “il Palin” citato in tante memorie? Anagraficamente Paolo Zucchi nato nel 1899 e deceduto nel 1981. Oste del paese, figura un po’ controversa si è detto talora per il suo ruolo nella organizzazione del contrabbando. Di fatto portavoce dell’intero paese. Alla Rocca, alpeggio sovrastante, in una baita, apparentemente diroccata viene installata una infermeria per partigiani feriti e nascondiglio durante le puntate nazi-fasciste, uno dei luoghi ove vengono messe in sicurezza staffette e infermiere quando la banda scende per le sue puntate.

 Un ricordo raccolto dalla Associazione “Il Dragone di Piaggia” ci dà uno spaccato della sua personalità:

«Il Palin era uno sveglio, uno che sapeva cogliere le occasioni, un barzellettiere, soprattutto con un bicchier di vino in più. Quando scendeva al mercato, con un galletto sotto braccio, a chi gli chiedeva “Palin, dove vai col gallo?” rispondeva “Vo’ a fal registrà: canta trop tardi“». È Cesare, all’epoca bambino, a raccontarci questo aneddoto, in cui la battuta sul gallo-orologio ci fa capire il personaggio, sicuramente arguto, ma anche geloso dei fatti suoi.»

Don Antonio Bottacchi, alpinista

L’altro personaggio centrale nella vita del paese è don Antonio Bottacchi, sacerdote e alpinista; nato a Cannero nel 1920 è parroco di Scareno durante la guerra, poi trasferito nel 1953, sempre come parroco, a Bée, incarico che espleterà per vent’anni sino alla morte (12 novembre 1973). Ho sopra ricordato il suo ruolo nella costruzione dell’Ossario e il reperimento dei fondi ma, come ha raccontato Cesira Morandi, parte di quanto ottenuto con la vendita del furgone donato dai partigiani è andato a beneficio dell’intero paese:

“Con quei soldi lì ab­biamo fatto l’Ossario … E ci abbiamo fatto anche un acquedotto per conto nostro, riservato del Comune; per 30 anni era nostro. Un acque­dotto, da sù alla Mufa venendo giù, abbiamo fatto una fontana sulla piazza, una fontana lì sotto, un’altra fontana giù nella strada che è poi quella che c’è ancora e tutta la gente si sono tirati l’acqua nelle case. E l’acqua è rimasta a noi per 30 anni.”

Mario Manzoni Marmelada

Steppio. Marmelada (a sinistra) con Mosca e Arca

L’ultimo pannello della mostra è dedicato al partigiano Marmelada, autore del testo più completo e “vivo” sulla Brigata Cesare Battisti (Partigiani nel Verbano), le cui ceneri, per sua esplicita volontà, sono state deposte nell’Ossario dopo la morte (31 gennaio1982).

Quando nel 2008 mi ero occupato del recupero in Word del testo originario (Vangelista 1975) per realizzarne in accordo con la famiglia una seconda edizione, oltre alla precisione del trasferimento (l’OCR utilizzato non era particolarmente affidabile ed era poi necessario un riscontro puntuale) mi ero prevalentemente interessato alla dimensione storica della lotta partigiana. Mi era un po’ sfuggito quello che, con sensibilità letteraria già nel ’75 Mario Bonfantini aveva colto nella introduzione.

“E un altro personaggio, di non minore interesse si impone in questo libro: l’autore stesso, con la sua storia davvero esemplare. Mario Manzoni, d’una famiglia di bravissimi ope­rai milanesi (rione Gorla), di quella gente che io soglio chia­mare quando è il caso la nostra “nobiltà popolana”, sfollato con i suoi in quel di Intra e ivi entrato ragazzo a lavorare in un’industria in quella fine del settembre ‘43, saputo di un gruppo di “ribelli” appena formatosi nella montagna vici­na, sentì sorgere irresistibile dentro di sé il richiamo a unirsi a loro e ci riuscì. Aveva diciott’anni.”

Nato a Milano il 25 luglio del 1925, Mario respira l’avversione per il fascismo all’interno della famiglia dove nei giorni di festa, alla fine di una tavolata «si arrivava alla cantata cora­le: “Vegn chi Ninetta sota l’umbrelin – vegn chi Ninetta te darù un basin”. Più tardi mi resi conto che si cantava sul­l’aria di Bandiera rossa». Il padre è stato arrestato nel novembre 1942 e riuscirà ad uscire dal carcere solo nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre ’43. La famiglia nel frattempo era sfollata ad Arizzano e Mario aveva trovato lavoro all’azienda SAFAR (sfollata da Milano) di apparecchi radiofonici. Quando però viene a sapere «che un gruppo armato operava sui monti della valle Intrasca, alle spalle di Intra, decisi di raggiungerlo.» Era il 17 dicembre e la narrazione inizia da quel giorno. Il suo non è un diario partigiano, anche quando non può fare a meno di parlare di sé il focus è altrove, quasi a nascondersi dietro una vicenda vissuta e raccontata come esperienza collettiva. È dunque fra le righe, in una sorta di retrotesto, che possiamo ricostruire il suo importante ruolo all’interno della Battisti.

Sull’origine del suo nome di battaglia ecco cosa ci racconta:

“Le missioni notturne mi consentono di passare da casa ad Arizzano, ove mi rifornisco. Fra l’altro mia sorella prepara ottimi vasetti di marmellata che a Sciangai [Alpe Steppio] divido con i compagni e che mi procurano un singolare nome di battaglia: ormai non mi chiamano più Mario ma Marmel­lata. Inoltre a casa fanno economia di tesse­re del pane che utilizzo a Intragna, e la Gibì, conosciuta quando venivo ad Arizzano in villeg­giatura, mi fornisce riso e pasta da portare a Sciangai.”

Il rapporto di collaborazione fra La Battisti e la comunità di Scareno è precedente al rastrellamento di giugno e Marmelada vi ha avuto un ruolo non secondario. Nel maggio ’44 i maggiorenti del paese avevano contatto Arca per chiedere aiuto contro una banda di renitenti all’ultimo bando di arruolamento della RSI che compivano continui furti nella zona. Viene inviata una squadra comandata da Marmelada che li arresta e li costringe a confessare.

“Chiedo ai danneggiati che pena infliggere: visto che non si esprimono, propongo di lasciarli andare a patto che entro due ore non si facciano trovare entro un raggio di 30 Km, in caso contra­rio verrebbero fucilati. Il Palin, a nome dei presenti, si di­chiara soddisfatto e ci ringrazia per il pronto intervento”.

Bivacco davanti al Rifugio CAI distrutto. Marmelada al centro

Nel Convegno svolto a Domodossola nel 2004 sui mezzi di comunicazione partigiani[2] viene ricordato l’esemplare l’utilizzo di ricetrasmittenti realizzate da tecnici e operai della SAFAR di Intra ma il ruolo di Manzoni non compare. Lui stesso lo nasconde, assegnandosi una parte secondaria anche se è evidente che l’iniziativa di contattare il suo ex caporeparto della fabbrica con cui aveva condiviso amicizia e sentire antifascista non può che esser venuta da lui. Nell’aprile del ’44 il comando della Cesare Battisti si era trasferito da Steppio al rifugio CAI del Vadàa, posizione fra l’altro ottimale per radiocomunicazioni con le altre formazioni e la Svizzera.

“L’ing. Vassallo della Safar, capo del reparto dove ho lavorato, ha costruito con i suoi operai piccole ricetrasmittenti a dinamo, azionate da manovelle. Gli appa­recchi arrivano al Vadàa assieme a un’altra più potente, alimentata da batterie. Due pic­cole sono inviate al Cavallone [Giovine Italia] e in Val Grande [Valdossola] per collegarci, mentre la grande resta al Vadàa e Mosca cercherà contatti con gli anglo-americani per ave­re un aviolancio di armi. Per le batterie l’incarico viene affidato a me che vengo sosti­tuito a Piaggia. Bisogna prenderle a Cargiago di notte, mentre di giorno l’ing. Vassallo le fa ricaricare.”

Partecipa alla liberazione di Cannobio il 3 settembre ’44 e rimane a difesa della cittadina mentre il grosso della formazione risale la Cannobina per partecipare alla liberazione dell’Ossola. Quando il 9 settembre i fascisti con forze soverchianti rioccupano il paese, riesce a nascondersi e due giorni dopo, con una caviglia slogata, mettersi in salvo.

 “Cammino per 4-5 ore finché, al limite di fatica e dolore, arrivo a una baita. Sulla porta un uomo mi dice che più avanti, in altra baita, c’è la sua famiglia e mi consiglia di raggiungerla; se dovesse salire qualcuno farà in tempo ad avvertirmi. Stringendo i denti, proseguo per un’altra mez­z’ora prima di arrivare. La moglie, mentre mi scalda una tazza di latte, dice che anche il figlio è coi partigiani ma non sa dove. Al mattino mi indicano il sen­tiero per Calachina ove troverò i partigia­ni. Pian piano vi arrivo e la prima che in­contro è la Margherita di Intragna, staf­fetta della Battisti che, vedendomi, scoppia a piangere abbracciandomi: a Cannobio mi avevano dato per morto.”

Rientrato nei ranghi durante l’esperienza in Ossola, dovrà passare alcuni mesi di internamento in Svizzera, espatriato per curare una grave pleurite degenerata in polmonite. Rientrerà in aprile a ridosso della liberazione passando dalla Casa Battisti (Posto 24) di Ascona e successivamente rientrando in Italia dal Limidario.

Dopo la liberazione di Intra del 24 aprile è con la Battisti traghettata sulla riva lombarda del lago per raggiungere Milano.

“Il 26 aprile la brigata “Battisti” riceve l’or­dine di imbarcarsi e trasferirsi a Varese, mentre la “Val Grande Martire” viene dirottata verso Stresa-Arona per bloccare una colonna nazifascista. … La mattina del 29 la “Battisti” raggiunge Milano. L’autocolonna dopo aver attraversato piaz­za Duomo passa da piazzale Loreto dove è appeso il corpo di Mussolini con la Petacci e altri gerarchi. Vedere il suo corpo senza vita, dopo che tante vite ha stroncate con la sua irresponsabilità, mi fa pensare quan­to effimera possa essere la potenza di un dittatore, e quale follia che un uomo possa decidere delle sorti di un popolo.

La nostra autocolonna prosegue fino via Bodio, vicino al ponte della Ghisolfa. Di lì raggiungo in bicicletta la mia ca­sa, dove riabbraccio tutti i miei. La gente semplice del quartiere mi fa una gran festa, che mi riempie di contentezza.”

Scareno, anni ’50. Marmelada al centro

Il suo Impegno partigiano non si esaurisce con la liberazione ma prosegue presso l’Ufficio Stralcio della Divisione Alpina “Mario Flaim” per realizzare l’elenco di Caduti e feriti della “Cesare Battisti” ai fini del riconoscimento ufficiale presso la Commissione Lombarda. Un’attività che rinsalda il suo legame morale ed affettivo con la formazione.

A Milano riprende poi il lavoro alla SAFAR e, dopo la chiusura dell’azienda, in altre fabbriche metalmeccaniche impegnandosi nell’attività sindacale della FIOM.  Si è sposato nel 1953 ed ha avuto tre figli.

Non ha mai rivendicato gradi militari o risarcimenti nella piena condivisione del sentire della Battisti così espresso nella chiusura del suo libro:

“Dello spirito con cui abbiamo lottato è prova la decisione da noi presa in una riunione tenuta da Arca alla villa Ca­ramora: tutti unitamente abbiamo rinunciato a qualsiasi ricompensa al valore o risarcimento danni per i viventi, e anche al riconoscimento dei gradi raggiunti nel CVL. Ciò cui noi non abbiamo rinunciato invece è la volontà che nel no­stro Paese si realizzino giustizia sociale e progresso, che il fascismo sconfitto con le armi non riproduca mai più il suo cancro dentro la nostra repubblica fondata sui lavoratori.”

Riposa in quel di Scareno insieme a partigiani ignoti.

* Pubblicato sul n. 1/2026 di Nuova Resistenza Unita


[1] Fonti principali: M. Manzoni, Partigiani nel Verbano, Verbania 2009; N. Chiovini, Fuori legge???, Tararà 2012; A. Bardaglio–M. Spadacini, Donne e resistenza nel Verbano, Sedizioni 2013; P. Giacoletti, Arialdo Catenazzi: un partigiano si racconta, Anpi Verbania 2017; Associazione Il Dragone di Piaggia, I tedeschi sembravano dappertutto: Piaggia e la Resistenza” (ciclostilato).

[2] La stampa ed i mezzi di comunicazione dei partigiani e della repubblica dell’Ossola, Teatro Galletti, 8 ottobre 2004.

Una parola: Neoliberismo

Le Poste Italiane, non trattano certo bene i periodici dei piccoli editori: i ritardi nella distribuzione sono sempre più pesanti. Sta arrivando solo in questi giorni il numero 1/2026 di Nuova Resistenza Unita.

Da qualche anno vi edito una rubrica (Una parola) che cerca di mettere a fuoco alcuni termini che mi paiono rilevanti per una lettura del mondo attuale alla luce del contributo che la resistenza ci ha trasmesso.

La voce di questo numero è dedicata al Neoliberismo, concezione ideologica che pare attraversare trasversalmente l’intero mondo contemporaneo e che trova oggi i suoi più radicali sostenitori in governi e forze politiche definite di destra-destra che spesso non nascondono il loro richiamo e nostalgia al fascismo sia pur passando da una politica statalista all’abbraccio dell’individualismo neoliberista.


Bisogna recuperare il senso delle parole, è questo il lavoro essenziale di uno scrittore, aiutare a pulire il dizionario (Eduardo Galeano)

Ci sono parole che ribaltano la loro etimologia. Neoliberismo è una di queste: rappresenta una teoria e una sua concretizzazione, che nulla ha a che vedere con la libertà comunque la si intenda sia come libertà individuale che politica e/o sociale. Un rovesciamento che è nello stesso tempo un mascheramento dietro il richiamo ad un valore (la libertà) incontestabile.

Non si tratta di una nuova (neo) teoria economica; in questo ambito non fa che riprendere il Laissez faire, laissez passer settecentesco alla base del liberismo economico.

“Non esiste la società, esistono solo gli individui”: è con questa lapidaria affermazione che la leader britannica Margaret Thatcher, primo ministro negli anni ’80 del secolo scorso, ha reso evidente il retroterra culturale della sua ferrea politica neoliberista anti operaia e antisindacale. Una concezione complessiva della società e dell’agire politico che si è trasformata in una vera e propria ideologia e che ha un riferimento teorico preciso: Friedrich Von Hayek (1899-1992). Austriaco, naturalizzato britannico dopo l’Anschluss, la cui opera più nota è La società libera (1960)[1]. Non solo critica radicale di ogni intervento statale che limiti l’azione del singolo ma anche di qualsiasi forma associativa e azione collettiva, a partire da quelle sindacali. La stessa democrazia rappresentativa è vista da Von Hayek quale ostacolo all’azione del singolo.

Sempre negli anni ’80 analoga a quella della Thatcher, dall’altro lato dell’Atlantico, è la politica di Ronald Reagan ispirato dall’altro teorico neoliberista, lo statunitense Milton Friedman (1912-2006). Nel decennio precedente era stato un gruppo di suoi allievi (i “Chicago Boys”) a impostare l’economia cilena dopo il colpo di stato di Pinochet (11 settembre 1973) tramite una radicale privatizzazione. Ammirato il giudizio di Von Hayek: “Nell’era moderna ci sono esempi di governi autoritari in cui la libertà personale è più al sicuro che nella democrazia”. Le migliaia di vittime del regime cileno evidentemente non contano.

In sintesi i corollari di questa ideologia. I reciproci rapporti fra “gli individui” (come quelli fra Stati) sono regolati dalla competizione che spontaneamente genera l’ordine sociale. La libertà del cittadino viene sostituita dalla “prestazione”: tutti “possono provarci”, se riescono è loro merito, se falliscono loro responsabilità. Le diseguaglianze con la concentrazione della ricchezza non ne sono che l’inevitabile e naturale conseguenza.

Tutti i beni e i servizi devono esser privatizzati, anche quelli immateriali come la comunicazione, la cultura e l’educazione.

Le merci sono più importanti degli uomini: devono poter circolare, mentre la “circolazione” umana (emigrazione/immigrazione) può provocare ostacoli al “libero” mercato. L’eventuale imposizione di dazi non contraddice la politica neoliberista ma diventa ulteriore strumento atto a regolare e ridefinire i rapporti di forza fra gli Stati.

Alcuni richiami atti a contrastare questa ideologia e le sue conseguenze antidemocratiche e antisociali.

Per l’illuminista Immanuel Kant (1724-1804) la ragione e la moralità connaturate all’uomo lo orientano verso la felicità. Sul piano storico politico questo significa porsi come fine la Pace perpetua[2]. Sua premessa è la “Costituzione repubblicana dei singoli stati” (Stato di diritto) e la federazione fra gli Stati che ne impedisca i conflitti armati. Suo esito la possibilità di ogni uomo a trasferirsi in ogni parte del mondo con gli stessi diritti dei cittadini residenti: nessuno straniero deve venir trattato da nemico.

Per il premio Nobel per l’economia (unica donna a riceverlo) Elinor Ostrom (1933-2012), teorica e paladina dei beni comuni, il sapere deve esser tutelato dalle “recinzioni” (alti pagamenti e divieti) che tendono a monopolizzarlo. “La conoscenza è il regno del pubblico e quanto più possibile di essa dev’essere liberamente disponibile”[3].

La Resistenza italiana dopo la liberazione ha dato vita in più parti d’Italia ai Convitti della Rinascita il cui scopo è “porre tutti i lavoratori ed i figli dei lavoratori su di un piano di effettiva libertà nel campo dello sviluppo morale, culturale e professionale”[4].


[1] Ed. italiana, Vellecchi 1969

[2] Per la Pace perpetua, Editori Riuniti 1985

[3] Ch. Hess – E. Ostrom, La conoscenza come bene comune, B. Mondadori 2009, p. 22

[4] Statuto dei Convitti Scuola della Rinascita, art. 2 (marzo 1948)

Un articolo inedito riemerso dopo 11 lustri

Per festeggiare i suoi 55 anni il quotidiano il manifesto ha pubblicato il 28 aprile scorso, nel formato originale doppio rispetto all’attuale, il numero zero di prova che ha preceduto l’uscita in edicola. Quale aderente al Gruppo de il manifesto di Verbania ero stato designato a inviare le corrispondenza a partire appunto dal numero di prova. Non avevamo letto quella pagina ma solo ricevuto un telegramma di apprezzamento dalla redazione firmato da Luciana Castellina. Leggere dopo tanti anni quella corrispondenza è stata un’imprevista emozione; tra l’altro l’articolo arricchisce quanto sto raccogliendo e pubblicando sulle lotte della Rhodiatoce di quegli anni.

Questa, in calce alla pubblicazione inedita, la notazione della redazione:

16 aprile 1971. La prima pagina del numero zero, dodici giorni in anticipo rispetto al debutto: un giornale “vero” fatto con le notizie del giorno ma mai andato in edicola. Un manifesto che mai nessuno (al di fuori della redazione di allora) ha letto.



Citato anche nella testata, in basso a sinistra al di sotto dell’editoriale di Rossana Rossanda[1], l’articolo inviato che di seguito trascrivo

VERBANIA. Iniziative di lotta per il processo ai 48 operai

Verbania, Novara. Nelle fabbriche Rhodia, e soprattutto a Verbania, la pace sociale è ben lungi dall’essere restaurata nonostante denunzie e provocazioni. Anzi la tensione aumenta a mano a mano che si avvicina la data del 20 aprile, quando inizierà il pro­cesso contro i 48 operai e sindacalisti rei di essere stati protagonisti della fase acuta di lotta tra il 18 settembre e il 6 ottobre del 1970.

Come già nell’autunno del 1970, vicen­da giudiziaria e vertenza rivendicativa continuano a intrecciarsi. Oggi a Milano avrà luogo l’incontro tra le rappresentanze del sindacato e del pa­dronato sul premio di produzione nelle quattro grandi fabbriche del grup­po Verbania, Casoria, Villadossola e Novara. Questa trattativa si trascina dalla fine dell’autunno del 1970 e avviene in una situazione caratterizza­ta dal permanere della serrata nello stabilimento di Casoria e dalla sospen­sione di 1000 lavoratori in quello di Verbania. Sempre oggi, alle 10,30 un altro incontro tra sindacati e direzio­ne aziendale avrà luogo presso la Pretura di Verbania; l’incontro fa segui­to alla denunzia, da parte dei sinda­cati, della direzione aziendale Rhodia accusata di aver sospeso gli operai in violazione dello Statuto dei Diritti dei lavoratori.

Per il 20 aprile, giorno di inizio del processo, i sindacati intanto hanno proclamato uno sciopero nazionale del settore delle fibre sintetiche e artificiali. Mentre a Novara i sindacati pro­vinciali stanno discutendo dell’oppor­tunità di proclamare uno sciopero ge­nerale provinciale per il giorno del processo, la prima assemblea degli operai della Rhodia, tenutasi ieri, ha deciso per martedì due ore di sciopero e una manifestazione davanti al Tribunale. Gli studenti delle scuole medie e superiori di Verbania, che hanno partecipato con continuità alle lotte della Rhodia, hanno deciso di scioperare e manifestare per tutta la giornata dì martedì 20 aprile.


Passata la sorpresa ho inviato alla redazione de il manifesto la seguente lettera di ringraziamento[2]:

Un articolo di 55 anni fa

Ho ritrovato l’articolo che inviai al manifesto nel 1971: «Processo contro 48 operai e sindacalisti a Verbania». Leggere dopo 55 anni la mia corrispondenza sulla prima pagina inedita del numero zero del 6 aprile 1971, da voi pubblicata nel giorno del compleanno, è stata una piacevole sorpresa. Il processo sarebbe iniziato quattro giorni dopo. Tra gli imputati, operai, universitari, sindacalisti, sei erano stati colpiti da mandato di cattura. L’inaspettata sentenza sarà di assoluzione per «la convinzione di aver esercitato un diritto». Sul numero uno del manifesto del 28 aprile, Valentino Parlato ne racconterà esito e clima di un’aula affollata, tensione ed esplosione di entusiasmo dopo la lettura della sentenza, con tanto di internazionale e pugni alzati anche dalle toghe nere dei compagni avvocati. E poi il ritrovarsi nel ristorante del Nibbio per festeggiare e ragionare sulla prosecuzione della lotta.

Un percorso iniziato nel 1968 con un «Comitato operai studenti» che aveva poi affiancato il ciclo di lotte della Rhodiatoce davanti ai cancelli della fabbrica. Con la repressione è cresciuta la consapevolezza che lotte e spinte operaie non trovano autonomo sbocco senza una sponda politica. Così è nato il gruppo verbanese del manifesto che sotto la guida di Gino Vermicelli ha saputo riunire più generazioni: l’esperienza partigiana di Gino, Nino Chiovini e Giuseppe Perozzi, la volontà di lotta delle avanguardie operaie, lo spirito di ribellione degli universitari e la volontà di protagonismo di studenti medi e cittadini. Ero stato designato a inoltrare (con appuntamento telefonico) le corrispondenze frutto del lavoro collettivo e il quotidiano ha seguito regolarmente l’intero ciclo delle lotte operaie del Verbano sino al progressivo smantellamento del tessuto industriale che da noi ha precorso i tempi.

Contrastare l’oblio di una stagione di crescita politica collettiva mi pare doveroso. Un ringraziamento alla redazione.

Gianmaria Ottolini Verbania


[1] “La Cina sulla scena mondiale” un articolo attualissimo per i nostri giorni che così inizia: «Di che colore è la pallina di ping-pong che cinesi e americani si scambiano, facendo crollare in ventiquattrore l’immagine dell’isolamento cinese sulla scena del mondo? È una domanda lecita. Il valore politico dell’invito ai campioni americani è stato sottolineato da tutte le parti …».

[2] Pubblicata il 5 maggio, curiosamente a fianco di un’altra anch’essa di un verbanese. Infatti Francesco Leone è medico dell’ASL di Biella, ma è nativo di Verbania e conosciuto anche perché fratello di una nota compagna psichiatra Verbanese. Ne trascrivo il testo di strettissima attualità.

Il «problema» Askatasuna. Ho partecipato con la mia famiglia a Torino al corteo per la festa dei lavoratori, che dopo aver raggiunto piazza Castello è proseguito, con uno spezzone di centinaia di persone, verso corso Regina Margherita. Nessuna delle persone accanto a noi aveva un atteggiamento aggressivo, perlopiù erano ragazze e ragazzi e gli slogan del corteo erano rivolti oltre che alla difesa dei lavoratori, contro il genocidio di Gaza e a favore del ritorno in attività del centro sociale Askatasuna. Ho sentito interventi a favore dell’ecologia, del diritto alla casa e allo studio che, credo, siano i bisogni della nostra società contemporanea. Mi sono posizionato volutamente alla testa del corteo per capire cosa poteva succedere dall’incontro di una manifestazione nonviolenta ed uno schieramento di polizia in assetto antisommossa. Il dettaglio dello scontro che è seguito si vede in molte foto e video. Il bilancio personale è di qualche contusione, ma le riflessioni e le domande che restano sono tante. Il «problema» Askatasuna dura da mesi ma i fatti li vedono e li commentano, rischiando in prima persona, soltanto giornalisti e fotografi. Chi sono questi fantomatici «autonomi» o «facinorosi»? Sono i ragazzi e le ragazze che chiedono un luogo cittadino dove incontrarsi e fare politica. Quali sono gli «episodi da condannare» ai quali si riferiscono le autorità locali di entrambi gli schieramenti politici? La mia impressione è che se non inizierà un vero dialogo con la popolazione, corso Regina Margherita sarà teatro di molte altre tensioni. Francesco Leone Biella.