“Scareno culla della Brigata Alpina Cesare Battisti – Ignoti eroi immolatisi per la Libertà 1944-1945”. Così recita la lapide sulla sommità dell’Ossario di Scareno. Costruito nell’immediato dopoguerra per iniziativa del parroco don Antonio Bottacchi e di Paolo Zucchi (Palin), oste e figura di spicco della comunità locale, con la collaborazione di gran parte del paese, raccoglie i resti recuperati di otto caduti rimasti ignoti, probabilmente colpiti dai bombardamenti durante il rastrellamento del giugno 1944. Le spese per il materiale furono in parte sostenute dallo stesso parroco che aveva fatto vendere un autofurgone donato al paese dai partigiani in riconoscimento della collaborazione durante la guerra, anche per evitare un conflitto con Aurano che lo pretendeva. La parte restante del finanziamento venne dal CNL di Busto Arsizio. Per la Battisti Mario Manzoni Marmelada, con il suo stile “silenzioso”, ne ha seguito la realizzazione. L’Ossario venne inaugurato il 16 giugno 1946.
Due decenni fa il Comune di Aurano (di cui Scareno è frazione) aveva allestito una bacheca lignea con informazioni essenziali sull’Ossario e il suo significato storico, bacheca recentemente deterioratasi. Per iniziativa della Proloco di Aurano e del Comune è stato chiesto all’ANPI di Verbania e alla Casa della Resistenza materiale fotografico e testi per 10 pannelli da collocare nell’area antistante all’Ossario. I contenuti concordati riguardano la storia della Cesare Battisti, il ruolo del paese durante la resistenza, nascita e significato di un’area monumentale che lega in modo profondo una formazione partigiana con quella comunità montana. Le foto sono state reperite dal nostro Centro di documentazione e da Flavio Maglio dell’ANPI di Verbania anche in collaborazione con la famiglia Manzoni. Ho curato i testi seguendo quale criterio la riduzione all’essenziale dell’aspetto informativo, dando massimo spazio alla selezione di testi narrativi: in tal modo ogni pannello, in prospettiva di visite anche scolastiche, è accessibile a fruitori di ogni età, costituisce un’unità tematica autosufficiente, mentre la articolazione complessiva della mostra intende costituire una narrazione completa. La mostra è stata inaugurata domenica 9 novembre in occasione della tradizionale castagnata. Sono intervenuti due figli di Marmelada e Paola ha portato con voce commossa il ringraziamento della famiglia.
Scareno ai tempi della Resistenza
Rileggendo testimonianze e racconti[1] ho notato come, mentre si afferma che non vi erano partigiani di Scareno, e nemmeno staffette, viene più volte utilizzato il noi parlando di partigiani e Resistenza: partigiana era nel collettivo sentire l’intera comunità del Paese. Scareno paese partigiano. Ricorda Nino Chiovini quanto avvenuto durante il rastrellamento del giugno ’44:
“È subito dopo la fine dei combattimenti [18 giugno] che scatta spontaneamente l’aiuto popolare teso a sottrarre partigiani non meno che i renitenti dei villaggi, alla caccia nemica. Il villaggio di Scareno, comunità in senso lato di un centinaio di abitanti, si muove con tempestività ed efficacia; ancora oggi alcuni dei suoi abitanti, assurti alla statura di personaggi (gente come il Palìn, la Clementina, la Giulia, il Pinisùn) sono ricordati dai superstiti per l’astuzia e il coraggio con cui seppero scovare i partigiani dispersi entro la sacca nemica a ridosso del Monte Zeda e del Vadàa, rifocillandoli, assistendoli se feriti, dirottandoli in luoghi più sicuri, tenere i collegamenti.”
E alla fine di luglio, mentre sta ritornando con la volante da una azione, annota sul diario:
“Da stamattina siamo in cerca della “Battisti”. Tutto il giorno camminiamo. A La Rocca finalmente troviamo Palin. Non è un partigiano, ma fa lo stesso: Palin dice che la Battisti è tutta a Scareno, a casa sua. Palin, nella “Battisti” è conosciuto anche dalle reclute. È un abitante di Scareno e per noi è staffetta, guida, albergatore, portaferiti, becchino, tutto. È una istituzione da premio Nobel”.
Chi era “il Palin” citato in tante memorie? Anagraficamente Paolo Zucchi nato nel 1899 e deceduto nel 1981. Oste del paese, figura un po’ controversa si è detto talora per il suo ruolo nella organizzazione del contrabbando. Di fatto portavoce dell’intero paese. Alla Rocca, alpeggio sovrastante, in una baita, apparentemente diroccata viene installata una infermeria per partigiani feriti e nascondiglio durante le puntate nazi-fasciste, uno dei luoghi ove vengono messe in sicurezza staffette e infermiere quando la banda scende per le sue puntate.
Un ricordo raccolto dalla Associazione “Il Dragone di Piaggia” ci dà uno spaccato della sua personalità:
«Il Palin era uno sveglio, uno che sapeva cogliere le occasioni, un barzellettiere, soprattutto con un bicchier di vino in più. Quando scendeva al mercato, con un galletto sotto braccio, a chi gli chiedeva “Palin, dove vai col gallo?” rispondeva “Vo’ a fal registrà: canta trop tardi“». È Cesare, all’epoca bambino, a raccontarci questo aneddoto, in cui la battuta sul gallo-orologio ci fa capire il personaggio, sicuramente arguto, ma anche geloso dei fatti suoi.»
L’altro personaggio centrale nella vita del paese è don Antonio Bottacchi, sacerdote e alpinista; nato a Cannero nel 1920 è parroco di Scareno durante la guerra, poi trasferito nel 1953, sempre come parroco, a Bée, incarico che espleterà per vent’anni sino alla morte (12 novembre 1973). Ho sopra ricordato il suo ruolo nella costruzione dell’Ossario e il reperimento dei fondi ma, come ha raccontato Cesira Morandi, parte di quanto ottenuto con la vendita del furgone donato dai partigiani è andato a beneficio dell’intero paese:
“Con quei soldi lì abbiamo fatto l’Ossario … E ci abbiamo fatto anche un acquedotto per conto nostro, riservato del Comune; per 30 anni era nostro. Un acquedotto, da sù alla Mufa venendo giù, abbiamo fatto una fontana sulla piazza, una fontana lì sotto, un’altra fontana giù nella strada che è poi quella che c’è ancora e tutta la gente si sono tirati l’acqua nelle case. E l’acqua è rimasta a noi per 30 anni.”
Mario Manzoni Marmelada
L’ultimo pannello della mostra è dedicato al partigiano Marmelada, autore del testo più completo e “vivo” sulla Brigata Cesare Battisti (Partigiani nel Verbano), le cui ceneri, per sua esplicita volontà, sono state deposte nell’Ossario dopo la morte (31 gennaio1982).
Quando nel 2008 mi ero occupato del recupero in Word del testo originario (Vangelista 1975) per realizzarne in accordo con la famiglia una seconda edizione, oltre alla precisione del trasferimento (l’OCR utilizzato non era particolarmente affidabile ed era poi necessario un riscontro puntuale) mi ero prevalentemente interessato alla dimensione storica della lotta partigiana. Mi era un po’ sfuggito quello che, con sensibilità letteraria già nel ’75 Mario Bonfantini aveva colto nella introduzione.
“E un altro personaggio, di non minore interesse si impone in questo libro: l’autore stesso, con la sua storia davvero esemplare. Mario Manzoni, d’una famiglia di bravissimi operai milanesi (rione Gorla), di quella gente che io soglio chiamare quando è il caso la nostra “nobiltà popolana”, sfollato con i suoi in quel di Intra e ivi entrato ragazzo a lavorare in un’industria in quella fine del settembre ‘43, saputo di un gruppo di “ribelli” appena formatosi nella montagna vicina, sentì sorgere irresistibile dentro di sé il richiamo a unirsi a loro e ci riuscì. Aveva diciott’anni.”
Nato a Milano il 25 luglio del 1925, Mario respira l’avversione per il fascismo all’interno della famiglia dove nei giorni di festa, alla fine di una tavolata «si arrivava alla cantata corale: “Vegn chi Ninetta sota l’umbrelin – vegn chi Ninetta te darù un basin”. Più tardi mi resi conto che si cantava sull’aria di Bandiera rossa». Il padre è stato arrestato nel novembre 1942 e riuscirà ad uscire dal carcere solo nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre ’43. La famiglia nel frattempo era sfollata ad Arizzano e Mario aveva trovato lavoro all’azienda SAFAR (sfollata da Milano) di apparecchi radiofonici. Quando però viene a sapere «che un gruppo armato operava sui monti della valle Intrasca, alle spalle di Intra, decisi di raggiungerlo.» Era il 17 dicembre e la narrazione inizia da quel giorno. Il suo non è un diario partigiano, anche quando non può fare a meno di parlare di sé il focus è altrove, quasi a nascondersi dietro una vicenda vissuta e raccontata come esperienza collettiva. È dunque fra le righe, in una sorta di retrotesto, che possiamo ricostruire il suo importante ruolo all’interno della Battisti.
Sull’origine del suo nome di battaglia ecco cosa ci racconta:
“Le missioni notturne mi consentono di passare da casa ad Arizzano, ove mi rifornisco. Fra l’altro mia sorella prepara ottimi vasetti di marmellata che a Sciangai [Alpe Steppio] divido con i compagni e che mi procurano un singolare nome di battaglia: ormai non mi chiamano più Mario ma Marmellata. Inoltre a casa fanno economia di tessere del pane che utilizzo a Intragna, e la Gibì, conosciuta quando venivo ad Arizzano in villeggiatura, mi fornisce riso e pasta da portare a Sciangai.”
Il rapporto di collaborazione fra La Battisti e la comunità di Scareno è precedente al rastrellamento di giugno e Marmelada vi ha avuto un ruolo non secondario. Nel maggio ’44 i maggiorenti del paese avevano contatto Arca per chiedere aiuto contro una banda di renitenti all’ultimo bando di arruolamento della RSI che compivano continui furti nella zona. Viene inviata una squadra comandata da Marmelada che li arresta e li costringe a confessare.
“Chiedo ai danneggiati che pena infliggere: visto che non si esprimono, propongo di lasciarli andare a patto che entro due ore non si facciano trovare entro un raggio di 30 Km, in caso contrario verrebbero fucilati. Il Palin, a nome dei presenti, si dichiara soddisfatto e ci ringrazia per il pronto intervento”.
Nel Convegno svolto a Domodossola nel 2004 sui mezzi di comunicazione partigiani[2] viene ricordato l’esemplare l’utilizzo di ricetrasmittenti realizzate da tecnici e operai della SAFAR di Intra ma il ruolo di Manzoni non compare. Lui stesso lo nasconde, assegnandosi una parte secondaria anche se è evidente che l’iniziativa di contattare il suo ex caporeparto della fabbrica con cui aveva condiviso amicizia e sentire antifascista non può che esser venuta da lui. Nell’aprile del ’44 il comando della Cesare Battisti si era trasferito da Steppio al rifugio CAI del Vadàa, posizione fra l’altro ottimale per radiocomunicazioni con le altre formazioni e la Svizzera.
“L’ing. Vassallo della Safar, capo del reparto dove ho lavorato, ha costruito con i suoi operai piccole ricetrasmittenti a dinamo, azionate da manovelle. Gli apparecchi arrivano al Vadàa assieme a un’altra più potente, alimentata da batterie. Due piccole sono inviate al Cavallone [Giovine Italia] e in Val Grande [Valdossola] per collegarci, mentre la grande resta al Vadàa e Mosca cercherà contatti con gli anglo-americani per avere un aviolancio di armi. Per le batterie l’incarico viene affidato a me che vengo sostituito a Piaggia. Bisogna prenderle a Cargiago di notte, mentre di giorno l’ing. Vassallo le fa ricaricare.”
Partecipa alla liberazione di Cannobio il 3 settembre ’44 e rimane a difesa della cittadina mentre il grosso della formazione risale la Cannobina per partecipare alla liberazione dell’Ossola. Quando il 9 settembre i fascisti con forze soverchianti rioccupano il paese, riesce a nascondersi e due giorni dopo, con una caviglia slogata, mettersi in salvo.
“Cammino per 4-5 ore finché, al limite di fatica e dolore, arrivo a una baita. Sulla porta un uomo mi dice che più avanti, in altra baita, c’è la sua famiglia e mi consiglia di raggiungerla; se dovesse salire qualcuno farà in tempo ad avvertirmi. Stringendo i denti, proseguo per un’altra mezz’ora prima di arrivare. La moglie, mentre mi scalda una tazza di latte, dice che anche il figlio è coi partigiani ma non sa dove. Al mattino mi indicano il sentiero per Calachina ove troverò i partigiani. Pian piano vi arrivo e la prima che incontro è la Margherita di Intragna, staffetta della Battisti che, vedendomi, scoppia a piangere abbracciandomi: a Cannobio mi avevano dato per morto.”
Rientrato nei ranghi durante l’esperienza in Ossola, dovrà passare alcuni mesi di internamento in Svizzera, espatriato per curare una grave pleurite degenerata in polmonite. Rientrerà in aprile a ridosso della liberazione passando dalla Casa Battiti (Posto 24) di Ascona e successivamente rientrando in Italia dal Limidario.
Dopo la liberazione di Intra del 24 aprile è con la Battisti traghettata sulla riva lombarda del lago per raggiungere Milano.
“Il 26 aprile la brigata “Battisti” riceve l’ordine di imbarcarsi e trasferirsi a Varese, mentre la “Val Grande Martire” viene dirottata verso Stresa-Arona per bloccare una colonna nazifascista. … La mattina del 29 la “Battisti” raggiunge Milano. L’autocolonna dopo aver attraversato piazza Duomo passa da piazzale Loreto dove è appeso il corpo di Mussolini con la Petacci e altri gerarchi. Vedere il suo corpo senza vita, dopo che tante vite ha stroncate con la sua irresponsabilità, mi fa pensare quanto effimera possa essere la potenza di un dittatore, e quale follia che un uomo possa decidere delle sorti di un popolo.
La nostra autocolonna prosegue fino via Bodio, vicino al ponte della Ghisolfa. Di lì raggiungo in bicicletta la mia casa, dove riabbraccio tutti i miei. La gente semplice del quartiere mi fa una gran festa, che mi riempie di contentezza.”
Il suo Impegno partigiano non si esaurisce con la liberazione ma prosegue presso l’Ufficio Stralcio della Divisione Alpina “Mario Flaim” per realizzare l’elenco di Caduti e feriti della “Cesare Battisti” ai fini del riconoscimento ufficiale presso la Commissione Lombarda. Un’attività che rinsalda il suo legame morale ed affettivo con la formazione.
A Milano riprende poi il lavoro alla SAFAR e, dopo la chiusura dell’azienda, in altre fabbriche metalmeccaniche impegnandosi nell’attività sindacale della FIOM. Si è sposato nel 1953 ed ha avuto tre figli.
Non ha mai rivendicato gradi militari o risarcimenti nella piena condivisione del sentire della Battisti così espresso nella chiusura del suo libro:
“Dello spirito con cui abbiamo lottato è prova la decisione da noi presa in una riunione tenuta da Arca alla villa Caramora: tutti unitamente abbiamo rinunciato a qualsiasi ricompensa al valore o risarcimento danni per i viventi, e anche al riconoscimento dei gradi raggiunti nel CVL. Ciò cui noi non abbiamo rinunciato invece è la volontà che nel nostro Paese si realizzino giustizia sociale e progresso, che il fascismo sconfitto con le armi non riproduca mai più il suo cancro dentro la nostra repubblica fondata sui lavoratori.”
Riposa in quel di Scareno insieme a partigiani ignoti.
* Pubblicato sul n. 1/2026 di Nuova Resistenza Unita
[1] Fonti principali: M. Manzoni, Partigiani nel Verbano, Verbania 2009; N. Chiovini, Fuori legge???, Tararà 2012; A. Bardaglio–M. Spadacini, Donne e resistenza nel Verbano, Sedizioni 2013; P. Giacoletti, Arialdo Catenazzi: un partigiano si racconta, Anpi Verbania 2017; Associazione Il Dragone di Piaggia, I tedeschi sembravano dappertutto: Piaggia e la Resistenza” (ciclostilato).
[2] La stampa ed i mezzi di comunicazione dei partigiani e della repubblica dell’Ossola, Teatro Galletti, 8 ottobre 2004.
Le Poste Italiane, non trattano certo bene i periodici dei piccoli editori: i ritardi nella distribuzione sono sempre più pesanti. Sta arrivando solo in questi giorni il numero 1/2026 di Nuova Resistenza Unita.
Da qualche anno vi edito una rubrica (Una parola) che cerca di mettere a fuoco alcuni termini che mi paiono rilevanti per una lettura del mondo attuale alla luce del contributo che la resistenza ci ha trasmesso.
La voce di questo numero è dedicata al Neoliberismo, concezione ideologica che pare attraversare trasversalmente l’intero mondo contemporaneo e che trova oggi i suoi più radicali sostenitori in governi e forze politiche definite di destra-destra che spesso non nascondono il loro richiamo e nostalgia al fascismo sia pur passando da una politica statalista all’abbraccio dell’individualismo neoliberista.
Bisogna recuperare il senso delle parole, è questo il lavoro essenziale di uno scrittore, aiutare a pulire il dizionario (Eduardo Galeano)
Ci sono parole che ribaltano la loro etimologia. Neoliberismo è una di queste: rappresenta una teoria e una sua concretizzazione, che nulla ha a che vedere con la libertà comunque la si intenda sia come libertà individuale che politica e/o sociale. Un rovesciamento che è nello stesso tempo un mascheramento dietro il richiamo ad un valore (la libertà) incontestabile.
Non si tratta di una nuova (neo) teoria economica; in questo ambito non fa che riprendere il Laissez faire, laissez passer settecentesco alla base del liberismo economico.
“Non esiste la società, esistono solo gli individui”: è con questa lapidaria affermazione che la leader britannica Margaret Thatcher, primo ministro negli anni ’80 del secolo scorso, ha reso evidente il retroterra culturale della sua ferrea politica neoliberista anti operaia e antisindacale. Una concezione complessiva della società e dell’agire politico che si è trasformata in una vera e propria ideologia e che ha un riferimento teorico preciso: Friedrich Von Hayek (1899-1992). Austriaco, naturalizzato britannico dopo l’Anschluss, la cui opera più nota è La società libera (1960)[1]. Non solo critica radicale di ogni intervento statale che limiti l’azione del singolo ma anche di qualsiasi forma associativa e azione collettiva, a partire da quelle sindacali. La stessa democrazia rappresentativa è vista da Von Hayek quale ostacolo all’azione del singolo.
Sempre negli anni ’80 analoga a quella della Thatcher, dall’altro lato dell’Atlantico, è la politica di Ronald Reagan ispirato dall’altro teorico neoliberista, lo statunitense Milton Friedman (1912-2006). Nel decennio precedente era stato un gruppo di suoi allievi (i “Chicago Boys”) a impostare l’economia cilena dopo il colpo di stato di Pinochet (11 settembre 1973) tramite una radicale privatizzazione. Ammirato il giudizio di Von Hayek: “Nell’era moderna ci sono esempi di governi autoritari in cui la libertà personale è più al sicuro che nella democrazia”. Le migliaia di vittime del regime cileno evidentemente non contano.
In sintesi i corollari di questa ideologia. I reciproci rapporti fra “gli individui” (come quelli fra Stati) sono regolati dalla competizione che spontaneamente genera l’ordine sociale. La libertà del cittadino viene sostituita dalla “prestazione”: tutti “possono provarci”, se riescono è loro merito, se falliscono loro responsabilità. Le diseguaglianze con la concentrazione della ricchezza non ne sono che l’inevitabile e naturale conseguenza.
Tutti i beni e i servizi devono esser privatizzati, anche quelli immateriali come la comunicazione, la cultura e l’educazione.
Le merci sono più importanti degli uomini: devono poter circolare, mentre la “circolazione” umana (emigrazione/immigrazione) può provocare ostacoli al “libero” mercato. L’eventuale imposizione di dazi non contraddice la politica neoliberista ma diventa ulteriore strumento atto a regolare e ridefinire i rapporti di forza fra gli Stati.
Alcuni richiami atti a contrastare questa ideologia e le sue conseguenze antidemocratiche e antisociali.
Per l’illuminista Immanuel Kant (1724-1804) la ragione e la moralità connaturate all’uomo lo orientano verso la felicità. Sul piano storico politico questo significa porsi come fine la Pace perpetua[2]. Sua premessa è la “Costituzione repubblicana dei singoli stati” (Stato di diritto) e la federazione fra gli Stati che ne impedisca i conflitti armati. Suo esito la possibilità di ogni uomo a trasferirsi in ogni parte del mondo con gli stessi diritti dei cittadini residenti: nessuno straniero deve venir trattato da nemico.
Per il premio Nobel per l’economia (unica donna a riceverlo) Elinor Ostrom (1933-2012), teorica e paladina dei beni comuni, il sapere deve esser tutelato dalle “recinzioni” (alti pagamenti e divieti) che tendono a monopolizzarlo. “La conoscenza è il regno del pubblico e quanto più possibile di essa dev’essere liberamente disponibile”[3].
La Resistenza italiana dopo la liberazione ha dato vita in più parti d’Italia ai Convitti della Rinascita il cui scopo è “porre tutti i lavoratori ed i figli dei lavoratori su di un piano di effettiva libertà nel campo dello sviluppo morale, culturale e professionale”[4].
[1] Ed. italiana, Vellecchi 1969
[2] Per la Pace perpetua, Editori Riuniti 1985
[3] Ch. Hess – E. Ostrom, La conoscenza come bene comune, B. Mondadori 2009, p. 22
[4] Statuto dei Convitti Scuola della Rinascita, art. 2 (marzo 1948)
Per festeggiare i suoi 55 anni il quotidiano il manifesto ha pubblicato il 28 aprile scorso, nel formato originale doppio rispetto all’attuale, il numero zero di prova che ha preceduto l’uscita in edicola. Quale aderente al Gruppo de il manifesto di Verbania ero stato designato a inviare le corrispondenza a partire appunto dal numero di prova. Non avevamo letto quella pagina ma solo ricevuto un telegramma di apprezzamento dalla redazione firmato da Luciana Castellina. Leggere dopo tanti anni quella corrispondenza è stata un’imprevista emozione; tra l’altro l’articolo arricchisce quanto sto raccogliendo e pubblicando sulle lotte della Rhodiatoce di quegli anni.
Questa, in calce alla pubblicazione inedita, la notazione della redazione:
16 aprile 1971. La prima pagina del numero zero, dodici giorni in anticipo rispetto al debutto: un giornale “vero” fatto con le notizie del giorno ma mai andato in edicola. Un manifesto che mai nessuno (al di fuori della redazione di allora) ha letto.
Citato anche nella testata, in basso a sinistra al di sotto dell’editoriale di Rossana Rossanda[1], l’articolo inviato che di seguito trascrivo
VERBANIA. Iniziative di lotta per il processo ai 48 operai
Verbania, Novara. Nelle fabbriche Rhodia, e soprattutto a Verbania, la pace sociale è ben lungi dall’essere restaurata nonostante denunzie e provocazioni. Anzi la tensione aumenta a mano a mano che si avvicina la data del 20 aprile, quando inizierà il processo contro i 48 operai e sindacalisti rei di essere stati protagonisti della fase acuta di lotta tra il 18 settembre e il 6 ottobre del 1970.
Come già nell’autunno del 1970, vicenda giudiziaria e vertenza rivendicativa continuano a intrecciarsi. Oggi a Milano avrà luogo l’incontro tra le rappresentanze del sindacato e del padronato sul premio di produzione nelle quattro grandi fabbriche del gruppo Verbania, Casoria, Villadossola e Novara. Questa trattativa si trascina dalla fine dell’autunno del 1970 e avviene in una situazione caratterizzata dal permanere della serrata nello stabilimento di Casoria e dalla sospensione di 1000 lavoratori in quello di Verbania. Sempre oggi, alle 10,30 un altro incontro tra sindacati e direzione aziendale avrà luogo presso la Pretura di Verbania; l’incontro fa seguito alla denunzia, da parte dei sindacati, della direzione aziendale Rhodia accusata di aver sospeso gli operai in violazione dello Statuto dei Diritti dei lavoratori.
Per il 20 aprile, giorno di inizio del processo, i sindacati intanto hanno proclamato uno sciopero nazionale del settore delle fibre sintetiche e artificiali. Mentre a Novara i sindacati provinciali stanno discutendo dell’opportunità di proclamare uno sciopero generale provinciale per il giorno del processo, la prima assemblea degli operai della Rhodia, tenutasi ieri, ha deciso per martedì due ore di sciopero e una manifestazione davanti al Tribunale. Gli studenti delle scuole medie e superiori di Verbania, che hanno partecipato con continuità alle lotte della Rhodia, hanno deciso di scioperare e manifestare per tutta la giornata dì martedì 20 aprile.
Passata la sorpresa ho inviato alla redazione de il manifesto la seguente lettera di ringraziamento[2]:
Un articolo di 55 anni fa
Ho ritrovato l’articolo che inviai al manifesto nel 1971: «Processo contro 48 operai e sindacalisti a Verbania». Leggere dopo 55 anni la mia corrispondenza sulla prima pagina inedita del numero zero del 6 aprile 1971, da voi pubblicata nel giorno del compleanno, è stata una piacevole sorpresa. Il processo sarebbe iniziato quattro giorni dopo. Tra gli imputati, operai, universitari, sindacalisti, sei erano stati colpiti da mandato di cattura. L’inaspettata sentenza sarà di assoluzione per «la convinzione di aver esercitato un diritto». Sul numero uno del manifesto del 28 aprile, Valentino Parlato ne racconterà esito e clima di un’aula affollata, tensione ed esplosione di entusiasmo dopo la lettura della sentenza, con tanto di internazionale e pugni alzati anche dalle toghe nere dei compagni avvocati. E poi il ritrovarsi nel ristorante del Nibbio per festeggiare e ragionare sulla prosecuzione della lotta.
Un percorso iniziato nel 1968 con un «Comitato operai studenti» che aveva poi affiancato il ciclo di lotte della Rhodiatoce davanti ai cancelli della fabbrica. Con la repressione è cresciuta la consapevolezza che lotte e spinte operaie non trovano autonomo sbocco senza una sponda politica. Così è nato il gruppo verbanese del manifesto che sotto la guida di Gino Vermicelli ha saputo riunire più generazioni: l’esperienza partigiana di Gino, Nino Chiovini e Giuseppe Perozzi, la volontà di lotta delle avanguardie operaie, lo spirito di ribellione degli universitari e la volontà di protagonismo di studenti medi e cittadini. Ero stato designato a inoltrare (con appuntamento telefonico) le corrispondenze frutto del lavoro collettivo e il quotidiano ha seguito regolarmente l’intero ciclo delle lotte operaie del Verbano sino al progressivo smantellamento del tessuto industriale che da noi ha precorso i tempi.
Contrastare l’oblio di una stagione di crescita politica collettiva mi pare doveroso. Un ringraziamento alla redazione.
Gianmaria Ottolini Verbania
[1] “La Cina sulla scena mondiale” un articolo attualissimo per i nostri giorni che così inizia: «Di che colore è la pallina di ping-pong che cinesi e americani si scambiano, facendo crollare in ventiquattrore l’immagine dell’isolamento cinese sulla scena del mondo? È una domanda lecita. Il valore politico dell’invito ai campioni americani è stato sottolineato da tutte le parti …».
[2] Pubblicata il 5 maggio, curiosamente a fianco di un’altra anch’essa di un verbanese. Infatti Francesco Leone è medico dell’ASL di Biella, ma è nativo di Verbania e conosciuto anche perché fratello di una nota compagna psichiatra Verbanese. Ne trascrivo il testo di strettissima attualità.
Il «problema» Askatasuna. Ho partecipato con la mia famiglia a Torino al corteo per la festa dei lavoratori, che dopo aver raggiunto piazza Castello è proseguito, con uno spezzone di centinaia di persone, verso corso Regina Margherita. Nessuna delle persone accanto a noi aveva un atteggiamento aggressivo, perlopiù erano ragazze e ragazzi e gli slogan del corteo erano rivolti oltre che alla difesa dei lavoratori, contro il genocidio di Gaza e a favore del ritorno in attività del centro sociale Askatasuna. Ho sentito interventi a favore dell’ecologia, del diritto alla casa e allo studio che, credo, siano i bisogni della nostra società contemporanea. Mi sono posizionato volutamente alla testa del corteo per capire cosa poteva succedere dall’incontro di una manifestazione nonviolenta ed uno schieramento di polizia in assetto antisommossa. Il dettaglio dello scontro che è seguito si vede in molte foto e video. Il bilancio personale è di qualche contusione, ma le riflessioni e le domande che restano sono tante. Il «problema» Askatasuna dura da mesi ma i fatti li vedono e li commentano, rischiando in prima persona, soltanto giornalisti e fotografi. Chi sono questi fantomatici «autonomi» o «facinorosi»? Sono i ragazzi e le ragazze che chiedono un luogo cittadino dove incontrarsi e fare politica. Quali sono gli «episodi da condannare» ai quali si riferiscono le autorità locali di entrambi gli schieramenti politici? La mia impressione è che se non inizierà un vero dialogo con la popolazione, corso Regina Margherita sarà teatro di molte altre tensioni. Francesco Leone Biella.
Nel precedente post Lotte operaie e repressione negli articoli de il manifesto quotidiano avevo raccolto e pubblicato i principali articoli apparsi sulla nuova testata tra l’aprile e l’ottobre 1971, in sostanza il periodo intercorso tra il processo a Verbania agli operai della Rhodia (con relativa assoluzione) e quello di appello a Torino (con relative condanne). Tra quelli non firmati che ho ripubblicato ve ne era uno del 13 maggio (Politica della Rhodia e sfruttamento sono all’origine della crisi e della disoccupazione) che era, con buon grado di certezza, attribuibile a Gino Vermicelli. Bisognerà però aspettare quasi un anno perché compaiano articoli a lui esplicitamente attribuiti. Ne pubblico i primi tre in quanto, come mi risulta, non sono reperibili online né più ripubblicati[1]. Si tratta come vedremo di tre tipologie testuali diverse: una intervista in occasione del 25 aprile, un intervento nel dibattito successivo alle elezioni del 1972 a cui il manifesto aveva partecipato, e un articolo sul tema economico ed ambientale (Il progresso impazzito) che conferma la sua vista lunga sui processi del mondo in cui viviamo. Li considero assolutamente attuali e mi sono permesso di accompagnarli con alcune contestualizzazioni e accenni all’oggi.
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L’intervista pubblicata il 25 aprile 1972 è la terza in una pagina dedicata alla Liberazione, dopo quella ad altri due partigiani e Commissari politici: Riccardo Tenerini della Brigata “Francesco Innamorati” e Vittorio Ugolini della brigata Aquila ai quali vengono rivolte le stesse domande. Questo l’incipit
«Il Manifesto ha rivolto a tre compagni dirigenti della Resistenza un gruppo di domande tendenti non a celebrare astrattamente la guerra di liberazione, ma a ricordarne le origini, le caratteristiche politiche, i valori comunisti le vittorie e i problemi irrisolti. Per offrire non una ricostruzione complessiva ma una testimonianza diretta. Ecco le risposte dei nostri tre compagni.»
…
Gino Vermicelli
Commissario della X brigata Garibaldi
DOMANDA. — Come furono trovate le armi?
RISPOSTA. — La guerra popolare di liberazione ha avuto inizio dopo lo sbandamento e l’autoscioglimento dell’esercito italiano. In quei giorni, tutti raccolsero armi da soldati sbandati, nelle caserme abbandonate ecc. Furono quelle le prime armi dei partigiani e durante tutta la guerra le armi italiane rimasero, una parte importante del loro armamento.
Partendo da quelle prime armi fu possibile poi conquistarne altre al nemico. Una sentinella di guardia ad una ferrovia potrà fornire un moschetto, una macchina dei fascisti in transito darà alcuni mitra, un presidio che si arrende porta anche armi più pesanti. Armi e munizioni si intende, perché le armi durano, ma le munizioni si esauriscono. Molto meno si è potuto contare sulle forniture alleate. Almeno per le formazioni garibaldine dell’Ossola vi fu un solo lancio nel febbraio del 1944.
DOMANDA. — Come avveniva il reclutamento? Con quali misure di sicurezza?
RSPOSTA. — Alla fine dell’estate del 1943, sulle Alpi e nelle cascine delle collide esistevano numerosi gruppi di soldati sbandati. Il collegamento politico con essi, la loro conquista ad un organizzazione ed iniziativa di combattimento fu la prima azione di reclutamento. Attorno a quei gruppi che si organizzarono meglio e avevano caratteristiche più combattive, affluirono altri uomini; antifascisti costretti a lasciare le città, operai minacciati di deportazione, giovani richiamati alle armi dalla Repubblica di Salò. Alcuni giungevano con credenziali politiche, altri si aggregavano a quelle formazioni dove esisteva qualcuno che poteva farsi garante.
Le formazioni partigiane della montagna non erano un esercito clandestino, ma un esercito alla macchia, che è una cosa diversa. Per cui le misture di sicurezza nel reclutamento, se la cosa può interessare, erano date dalla vita collettiva ininterrotta, cioè dal fatto che ognuno controllava ogni minuto della vita di ogni altro.
Questa visione della guerra partigiana in Italia, come guerra di popolo, cioè guerra di massa è essenziale per capire la storia e rispondere ad ogni quesito sulla resistenza.
In una visione di guerra di popolo vanno visti i rapporti con la popolazione. Con gli abitanti del paese, le formazioni mantengono rapporti di correttezza e i partigiani singolarmente rafforzano i loro legami di amicizia o di parentela. Questa è una prima garanzia, una popolazione possibilmente amica. Naturalmente ciò non basta, e dunque le formazioni di montagna e di collina sono mobili, cioè non si fermano mai più di alcuni giorni nello stesso alpeggio e nello stesso cascinale. Sul finire del conflitto, nella provincia di Novara operavano circa 5.000 partigiani garibaldini, oltre agli altri, divisi in gruppi logistici di una trentina di uomini o anche meno. Quale dato poteva ricavare lo spionaggio nemico da un simile formicolio?
DOMANDA. — Come avveniva la formazione politica? Qual era la dialettica politica nelle brigate Garibaldi? E nelle altre?
RISPOSTA. — Alla serie di domande sulla dialettica politica nelle formazioni partigiane e tra di esse, è difficile dare una breve risposta. Si deve ricordare che i partigiani conducevano una vita durissima. Essi dovevano combattere e sopravvivere, organizzarsi contro la fame e il freddo, vivere in zone impervie, spostarsi a piedi continuamente. No, la vita politica nelle formazioni non rassomigliava assolutamente a quella di un collettivo studentesco. Il comunismo nasceva dai fatti più che dalla dialettica verbale. Nasceva da una vita collettiva assolutamente egualitaria, dalla piena assunzione delle responsabilità da parte di ognuno, dalla riduzione a minimi termini delle gerarchie. I partigiani formavano comunità di eguali uniti da stretti legami di solidarietà e di autodisciplina. Da lì nasceva il comunismo dei partigiani, almeno alla base. Diversa la situazione nei comandi.
DOMANDA. — Dove ci furono le zone liberate, che giudizio dai oggi di quella esperienza?
RISPOSTA. — Anche per le zone liberate, il discorso è complesso. Durante tutta la guerra vi furono sempre zone praticamente liberate. Dove giungevano regolarmente i partigiani sparivano le vecchie autorità costituite, e gli abitanti gestivano tranquillamente se stessi, durante mesi e mesi, senza nuovi gerarchi, mettendo a legge fondamentale una esigenza di solidarietà. Le grandi zone liberate, ad esempio da noi, la repubblica d’Ossola, furono una cosa diversa. Lì si tentò di stabilire un potere, di affermare una autorità, sia pure espressa da uomini fra i migliori, e la cosa, a mio avviso, passò sopra la testa della gente senza lasciare tracce. Su quella esperienza devo dichiarare, anche a costo di sollevare rancori, che si è costruita molta propaganda.
DOMANDA. — Trovi un rapporto tra la tua esperienza e la guerriglia cubana, la guerra di popolo di Giap, la «lunga marcia» di Mao? O si tratta di condizioni politiche troppo diverse?
RISPOSTA. — Mi sembra che la resistenza italiana abbia avuto punti di paragone con tutte le lotte armate popolari. Io sentirei quella esperienza molto vicina a quella dei compagni vietnamiti nella loro resistenza contro i francesi, o alla lotta antigiapponese dei compagni cinesi, riconoscendo ai compagni vietnamiti e cinesi un ben più alto livello militare e politico. Più difficile un confronto con l’attuale guerra del popolo dell’Indocina. Lì lo scontro si svolge a livello tecnico militare tale che esige obbligatoriamente una forza potentemente armata. Il fatto è che nel Vietnam un piccolo popolo sopporta da solo il peso della macchina militare del più potente stato imperialista. Al tempo nostro, a resistere ai nazisti, eravamo in molti in Europa e nel mondo. Le forze di occupazione dovettero disperdersi e così si indebolirono e furono battute.
DOMANDA. — Come hai vissuto la fase politica del primissimo dopoguerra?
RISPOSTA. — Dopo il 25 aprile i partigiani constatarono nel giro di brevissimo tempo di essere vittoriosi ma non vincitori. Furono applauditi e subito disarmati. La loro lotta fu esaltata, ma la loro esperienza subito cancellata. Le vicende politiche di quegli anni richiederebbero una lunga trattazione. Vi furono nell’immediato dopoguerra alcuni sussulti di rivolta dei partigiani. Gruppi che tornarono in montagna, ribellioni episodiche dissuase più che represse. E così ogni partigiano si trovò solo di fronte a un mondo che non era quello che aveva voluto e in parte vissuto sia pure nella durezza della guerra.
(il manifesto 25 aprile 1972)
Sul giudizio negativo di Vermicelli sulla cosiddetta “Repubblica dell’Ossola” mi sembra utile una contestualizzazione. Relativamente al tema delle zone liberate la strategia militare del CVL e in modo ancor più esplicito quella delle formazioni Garibaldine erano esplicite: evitare in ogni modo di porsi in una situazione di difesa di un territorio.
«L’occupazione di paesi non è fine a se stessa. Non si occupa per poi aspettare il rastrellamento nemico.» (CVL, Circolare del 25.06.1944)
«L’occupazione di paesi e vallate non deve affatto significare rinchiudersi nel limitato spazio occupato, quasi in una specie di repubblica indipendente, preoccupandosi di non essere rastrellati.» (Comando Generale delle Brigate Garibaldi: Direttiva del 18.06.1944).
Sul caso specifico dell’Ossola cito un testo che mi pare del tutto illuminante: è tratto da una intervista del 1992 (e pubblicata per intero nel 2006[2]) al Vicecomandante e successivamente Comandante della Valtoce Eugenio Cefis “Alberto”:
«Il giorno dopo la caduta di Piedimulera, un sacerdote di Domodossola ha mandato a dire a me e a Superti che i tedeschi erano pronti ad arrendersi pur di poter lasciare la valle. […]. Questa è stata la genesi della vicenda di Domodossola. Noi, in realtà, eravamo scesi per prendere armi e tornare in montagna ma a nessuno era passato per la testa di occupare Domodossola! Personalmente, venivo da cinque mesi di guerriglia partigiana in Jugoslavia e sapevo benissimo che se c’era qualcosa di folle era conquistare un centro abitato. La nostra tattica era di colpire e fuggire, ma mai abbarbicarci al territorio, perché il giorno ci si fosse abbarbicati al territorio le truppe regolari nemiche con i loro armamenti ci avrebbero schiacciati. Dunque, abbiamo finito di trattare verso le cinque o le sei in una trattoria della val Formazza con i tedeschi: i fascisti, che pure c’erano, non hanno mai interloquito. Il problema era però, per noi che volevamo il giorno dopo prendere le armi ed andarcene, che il nemico ci lasciasse le armi in luoghi prestabiliti e controllati. […] Abbiamo controllato che nelle due o tre caserme fossero depositate tutte le armi e, a controllo avvenuto, i tedeschi se ne sono andati, i nostri sono entrati in Domodossola e ci saremmo dovuti spartire le armi tra noi e Superti per poi tornare in montagna. Invece sono arrivati i politici, che noi vedevamo come fumo negli occhi, e hanno voluto formare la Giunta provvisoria di governo. […] Per due giorni ci sono state discussioni a non finire, dato che ci hanno costretti a fare quanto non era in programma: per motivi politici, ci hanno cioè costretti a fare dal punto di vista militare e operativo un nonsenso, a tenere la vallata abbarbicati al territorio facendoci bombardare dai mortai da 88.»
Un giudizio negativo ancor più netto di quello di Vermicelli da parte del vicecomandante della formazione che politicamente era la più lontana dai garibaldini della Redi. Un giudizio che non sembra essersi modificato nel tempo diversamente da Vermicelli.
Nel suo romanzo partigiano “Viva Babeuf!” del 1984 il giudizio non muta e prende letterariamente una piega ironica nel dialogo tra il protagonista Simon e il capo dei garibaldini dell’Ossola Aso (ovvero Iso/Aniasi):
« – Fermati e spiegami una cosa, – gli chiese Simon, – perché se i tedeschi sono andati a Sud, tutti corrono verso Nord? […] Aso, tu sai meglio di me qual è il dilemma, o andiamo avanti, fino a Milano, oppure i neri torneranno su, sino al passo San Giacomo.»[3]
E la popolana e contrabbandiera Pia, scesa a Domodossola nella speranza di incontrare Simon cui vorrebbe regalare un fazzoletto rosso in bella mostra nelle vetrine con quelli verdi e azzurri, viene dissuasa da Brunetto: lui non lo metterà probabilmente dicendo che non vuol fare l’attore.
«Pia […] capì e rise contenta. – È vero! È un cinema …, è tutto un cinema!
Adesso riusciva a capire tutto. Quei ragazzi con le facce truci, quelle armi puntate con il dito sul grilletto fra la gente in festa. Era una posa, un modo di atteggiarsi per fare colpo. Un cinema, ecco.»[4]
Nella intervista autobiografica realizzata alla fine degli anni ’90 e pubblicata postuma (“Babeuf, Togliatti e gli altri”) il giudizio sulla Giunta guidata da Tibaldi è chiaramente più articolato.
«Noi, comunque, vivemmo la nuova realtà, perché nel frattempo si era creata una situazione politica estremamente interessante. Contrariamente a quanto era avvenuto in Valsesia, dove non ci fu separazione fra potere politico e potere militare, in Ossola venne creato un Governo locale, un’amministrazione civile che riuscì a fare cose importanti e che noi, partigiani combattenti, non potevamo sottovalutare, anche se in cuor nostro sapevamo che non ce la saremmo cavata facilmente.
Ora, non è il caso che mi metta a raccontare quante e quali cose fece la Giunta provvisoria di Governo dell’Ossola, questo il nome assunto dalla nuova libera amministrazione, ci sono centinaia di libri che ne parlano, tutti interessanti e importanti. Per noi la cosa fu molto semplice: c’era un Governo, era un Governo nostro, democratico e non si poteva lasciarlo da solo. Per cui decidemmo di difendere la Val d’Ossola.
Naturalmente fu una difesa debole. Quando i tedeschi attaccarono in Ottobre, ci furono scontri, scaramucce con dei caduti, ma non una difesa valida. L’idea folle era: tieni la Val Cannobina, tieni il fronte di Gravellona, tieni il fronte delle montagne della Val Grande, una cosa impossibile. Però si combatté un po’ ovunque e per il nemico non fu una passeggiata. Noi perdemmo uomini e anche comandanti, come Alfredo Di Dio e il colonnello Attilio Moneta, caduti a Finero.
Ma ci credevate nelle possibilità di difendere il territorio?
No, non ci credevamo. Credevamo di dover fare il possibile per resistere e poi andare. E si fece così.»[5]
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Il Manifesto scelse di presentarsi per la Camera dei deputati alle elezioni anticipate del 7 maggio 1972. Il risultato fu decisamente negativo, al di sotto delle più pessimistiche previsioni: lo 0,67%, 224.313 voti su quasi 33 milioni e mezzo di voti validi (allora la partecipazione al voto era del 93,2%). Nelle settimane successive sulle pagine del quotidiano si aperse un ampio dibattito politico che coinvolse sia il quadro dirigente nazionale che militanti delle diverse regioni.
Vermicelli era candidato nella prima circoscrizione del Piemonte e si era speso molto nella campagna con numerosi incontri e comizi. Quello che segue è il suo contributo al dibattito post elettorale.
Gino Vermicelli
Nemmeno il Manifesto fa miracoli. Non sempre, comunque. Abbiamo fatto il miracolo di mantenere In vita un quotidiano senza mezzi, senza finanziatori occulti, senza burocrazia, ed abbiamo fatto un quotidiano ricco e stimolante. Abbiamo poi creduto di potere fare un secondo miracolo, cioè dare alle elezioni del 7 maggio un segno diverso da quello voluto da coloro che le avevano anticipate: ottenere dietro al Manifesto una affermazione della nuova sinistra italiana, mantenere aperto uno spazio nel campo più tradizionale dello scontro politico in un momento di riflusso e di repressione. Ci «siamo buttati» senza una lira, senza organizzazione, con la sola forza della nostra proposta politica, elaborata per ben altri scontri che non quello elettorale. In una situazione che travolgeva forze molto più solidamente «piazzate» di noi in quel campo, un secondo miracolo non c’è stato. Abbiamo sbagliato a non prevederlo.
Sbagliare è un lusso che possono permettersi solo gli elefanti della politica. La rendita storica accumulata dalla sinistra tradizionale le permette di vivere e crescere (numericamente) pur sbagliando ogni previsione. Una forza giovane e piccola come la nostra no. Per una forza nascente, la tensione politica, la ricerca dolorosa e costante della verità è condizione di vita e di sviluppo. Il nostro dibattito va In tale senso, e in tale spirito esprimo alcune mie opinioni.
1) Il Manifesto deve attrezzarsi per vivere e condurre la sua azione politica in tempi lunghi, nel senso contrario di un arroccamento in posizione di attesa, che sarebbe un suicidio. Il Manifesto deve essere una forza politica attiva, che interviene attivamente nello scontro ogni giorno e oggi stesso. Lo deve fare però con la chiara coscienza che molti frutti del nostro lavoro, della nostra presenza, ci saranno dati a scadenza non ravvicinata. Formare dei quadri, fare avanzare una linea, penetrare in profondità nella realtà non è compito di un breve periodo.
2) Una forza politica, anche se piccola, che si accinge a costruire con una azione prolungata una proposta alternativa deve darsi strutture e forme di organizzazione abbastanza durevoli e solide. Niente resiste e permane poggiando sulla spontaneità. E niente di solido si costruisce nemmeno nel campo dell’intervento nelle situazioni di lotta senza determinate strutture e collegamenti.
Si può anche pensare che la proposta politica dei Manifesto può continuare ad avanzare sulla spinta di un contributo di ricerca teorica fatta da un nucleo centrale che produce una rivista, magari un quotidiano, e che stimola un dibattito politico permanente in tutta la sinistra. Io penso che se alla sua proposta il Manifesto dà alcune migliaia di teste e di gambe, avanzerà meglio ed inciderà di più. Quando si mette insieme alcune migliaia di compagni, bisogna in qualche modo organizzarli, costruire insieme ad essi un lavoro comune. Non so immaginare in nessun campo un concetto di lavoro disgiunto da un concetto di organizzazione. Organizzare il nostro lavoro, e, a tale fine, darci le necessarie strutture, non significa, a mio avviso, sognare ad un partito del Manifesto e tanto meno ad un nucleo d’acciaio. Oltretutto nei giorni nostri l’acciaio non si tempra molto facilmente.
La costruzione di strutture che permettano al Manifesto di organizzare il suo lavoro politico non assumono significato di svolta, o di scadenza, tanto meno di trauma. La scelta è tra mettere a disposizione della nostra proposta politica un lavoro conseguente (e dunque diretto e coordinato) oppure il «casino».
Lavorare meglio non deve significare mettere in ombra il carattere unitario della nostra politica. Prestare attenzione alle avanguardie reali, confrontarci senza settarismo con altre forze rivoluzionarie, essere totalmente al servizio di un disegno unitario ed unificatore della nuova sinistra non riformista, avere la chiara consapevolezza delle nostre dimensioni, non confonderci con quel che è sbagliato, sono questi problemi della nostra linea politica, del nostro stile, che potrà migliorare se lavoreremo meglio, in modo più organizzato.
3) In questo quadro il quotidiano rimane lo strumento essenziale del nostro lavoro. Condivido l’idea di un giornale aperto, che esprime la nostra ispirazione politica, ma ricerca e si arricchisce anche di altri contributi, sollecita la collaborazione di altre forze. Il giornale dovrà avere a settembre un grande rilancio, e di questo rilancio deve farsi carico da un lato li nucleo del compagni che vi lavora e dall’altro, con non minore impegno, tutto il corpo del Manifesto ed in modo organizzato,
La soddisfacente diffusione di aprile e di maggio era data, anche, da un lavoro di diffusione militante collegata alla campagna elettorale e che raggiungeva diverse migliaia di copie al giorno. Solo se un impegno di tale tipo accompagnerà ogni miglioramento redazionale garantiremo la continuità della sua funzione politica.
Certo, tutto ciò vuol dire tenacia, che significa anche pazienza, ed anche tolleranza. È il meno che si può chiedere a chi Intraprende una marcia di migliaia di «lǐ».
(il manifesto 15.07.1972)
In poco più di una colonna del quotidiano, con la sua tipica capacità di sintesi Gino non solo spiega come e perché “abbiamo sbagliato” senza lasciar spazio a delusioni e risentimenti e prospetta il lavoro politico futuro dentro una logica di lungo periodo e respiro pensando al Manifesto come un corpo coeso che non vive solo della riflessione del gruppo nazionale che lavora alla rivista e al quotidiano, ma sa organizzarsi senza cedere alle pulsioni movimentiste e senza chiudersi nei confronti delle altre forze non riformiste.
Mi vengono in mente a questo proposito le parole scritte sul quotidiano da Rossanda il 22 maggio 1998 in ricordo dell’amico mancato il giorno prima.
«“Lo spessore di un’idea si misura nei tempi di bassa marea”, mi disse presto Gino Vermicelli, a metà degli anni Settanta, quando già pestavamo i piedi di fronte al riflusso del movimento e dovevamo riconoscere che l’incrocio che avevamo sperato tra la cultura dei comunisti, della quale i più vecchi fra noi si consideravano i portatori più limpidi e critici, e quella dei movimenti del ’68, non si era verificato. Il manifesto doveva attrezzarsi a un lungo periodo di navigazione controvento, ci dicevano i suoi occhi chiari, sorridenti come il suo parlare quieto e un po’ ironico.
E ci aiutò ad attrezzarci per traversate lunghe. Lo avremmo voluto a Roma, con noi, proprio in via Tomacelli, non solo per l’esperienza che non ci fece mai mancare, ma proprio per temperare le crisi generazionali che ci avrebbero tormentato prima, e gli eccessi di disincanto poi. Lui conosceva le stagioni che seguono alle speranze.»[6]
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L’articolo seguente ci mostra un volto di Vermicelli che allora apparve inaspettato, l’attenzione al tema ecologico e al suo intreccio con le diseguaglianze. Un Vermicelli ecologista meno noto che si ritrova in questo e in un altro articolo successivo su il manifesto relativo al ritardo della sinistra di fronte a questa tematica[7]e che successivamente troverà respiro nelle sue novelle fantastiche ironiche e pedagogiche ad un tempo.
Il Progresso Impazzito
di Gino Vermicelli
Quando, nel settembre del 1970, affermavamo nelle nostre «Tesi» che la maturità del comunismo è solo una faccia, quella positiva, della gigantesca contraddizione storica che viviamo, e che l’altra faccia è rappresentata dalla peggiore catastrofe per l’umanità, molti ci considerarono una nuova specie di quaresimali dell’apocalisse.
Oggi, da tutt’altra sponda, arrivano le ricerche e le scoperte di un prestigioso gruppo di tecnocrati — il System Dynamics Group Massachusetts Institute of Technology (Mit) — che con l’aiuto di una selva di computer giunge a dirci che la catastrofe non è né improbabile né lontana.
Le considerazioni di questo cast di «teste d’uovo» sono esposte con precisione di dati e di grafici in un libro della Est Mondadori. Lo studio è stato voluto dal «Club di Roma» che è una raccolta internazionale di personaggi influenti del sistema. È stato finanziato dalla Fondazione Volkswagen, la prefazione è di Aurelio Peccei, uomo probabilmente onesto ma della Fiat. Ebbene cosa ci dice il Mit? Ci dice che fra 30 anni 7 miliardi di individui popoleranno la terra; che il divario tra paesi ricchi e poveri, stante all’attuale «sviluppo», si accentuerà, raggiungendo un rapporto di 110 a 1 tra il primo e l’ultimo; che già oggi al mondo muoiono ogni anno 10-20 milioni di persone per mancanza di derrate alimentari, e si va a un aggravamento costante di questa carestia; che ogni ulteriore sviluppo agricolo intensivo costerà sempre più e comporterà altri pericoli mentre il dissodamento di terre vergini (che coprono una superficie pari a quella delle terre coltivate) è antieconomico.
Pur considerando terra ed acqua come perennemente rinnovabili e non riducibili, e dimostrando subito dopo che anche questi invece si riducono a causa dell’inurbamento e dell’inquinamento, vengono poi forniti dati circa la durata presumibile delle risorse minerali del globo. Stante alle riserve per ora conosciute, vi sarebbe: oro per 9 anni, rame e piombo per 21, mercurio per 13, gas naturale per ventidue, argento, stagno e zinco per una quindicina di anni. Anche prevedendo di quintuplicare le riserve fin qui conosciute, risulterebbe ai computer che la crisi risolutiva delle materie prime arriverà tra il 2000 e il 2050.
E infine gli inquinamenti. I clorurati usati in agricoltura, il piombo, il mercurio ecc. vengono immessi nella biosfera a ritmo crescente, ed i loro effetti inquinanti si distribuiscono su tutto il pianeta. Solo per la produzione dell’energia, attualmente si immettono ogni anno nell’atmosfera diciotto miliardi di tonnellate di anidride carbonica.
I cervelli elettronici del Massachusetts non sanno quale sia il valore limite superiore di sopportazione dell’inquinamento da parte del pianeta, per cui non possono darci una data precisa per il traguardo mortale. Ma i cervelli umani del Mit valutano che un limite esiste e che forse già lo rasentiamo.
A conclusione dello studio, il Club di Roma avanza una serie di proposte. Sostanzialmente considera impossibile una continuazione della crescita esponenziale, che è stato il modello di «sviluppo» del sistema fino ad oggi e propone di adottare un nuovo modello detto stato di equilibrio globale, i cui punti chiave sono:
1) mantenimento del livello di popolazione a partire dal 1975;
2) uguaglianza tra tasso di investimento e tasso di deprezzamento del capitale industriale a partire dal 1990;
3) riduzione a 1/4 del valore attuale di uso di materie prime per unità di prodotto industriale a partire dal 1976;
4) orientamento dell’attività economica della società verso servizi (istruzione, sanità), piuttosto che verso la produzione di beni materiali;
5) riduzione dell’inquinamento a 1/4 del valore del 1970;
6) impegno di ogni sforzo e capitale occorrente per la produzione di alimenti a prescindere dalla «economicità» di questa scelta;
7) dare la precedenza a tecniche di arricchimento e conservazione del suolo;
8) allungare la vita media dei prodotti, facilitarne la riparazione ed allontanare l’obsolescenza.
L’indagine del Mit è certo parziale.
Ai computer di Boston nessuno ha chiesto quale sia l’entità delle ricchezze del mondo attualmente dissipate in puro spreco. Noi non abbiamo computer ma siamo grado di immaginare che mettendo insieme le spese belliche ai costi della burocrazia parassitaria, aggiungendovi poi i consumi di qualche decina di milioni di privilegiati, gli sprechi spaziali, e, ad esempio, i consumi inutili indotti dalla pubblicità, insieme a mille altre cose caratteristiche del modo di vivere di questa società, scopriremo sicuramente che la maggior parte dei beni della terra non vengono attualmente usati ma sprecati. E tale spreco non è occasionale, ma entra nella logica del sistema, giacché ognuna delle spese inutili elencate è indispensabile al suo funzionamento. E soprattutto nasconde grosse mistificazioni.
Che senso ha parlare di limitazioni delle nascite in un mondo dove il 40 per cento dei consumi e il 50 per cento dell’inquinamento sono dati da un paese come gli Usa dove vive il 6 per cento della popolazione mondiale? Anche se nascessero meno arabi non si ridurrebbe il consumo del petrolio, visto che il petrolio degli arabi è consumato da altri. L’idea di uno stato di equilibrio globale prima di avere risolto, e senza proporsi di risolvere, i paurosi squilibri del mondo è un inganno inaccettabile. L’uomo che consuma mediamente 100 dollari all’anno non potrà mai accettare di vivere in condizioni di staticità con quello che mediamente ne fa fuori 10.000, in nome di un risparmio comune delle ricchezze della terra.
Lo studio e il piano sono stati fatti, cioè, nella ottica, o almeno nei limiti del sistema. Ma nonostante il suo inconfondibile marchio, il Club di Roma non sarà ascoltato.
La società capitalistica non può esistere senza «nuove frontiere», cioè una crescita ad ogni costo e disordinata; crescita della produzione e dei profitti e dunque crescita dei consumi e soprattutto degli sprechi. Lo sfruttamento di rapina di tutte le risorse non ne è un dato incidentale, ne è la legge dominante. Il sistema non vi potrà mai rinunciare.
Il riformismo è soggetto alle stesse leggi. Per i riformisti ogni sviluppo sociale è legato e subordinato alla crescita produttiva intesa in senso tradizionale. In fondo la vera ideologia dominante nell’Urss è quella dello «sviluppo delle forze produttive». La politica al posto di comando per costoro è una eresia. Togliattigrad, fatta ad immagine e somiglianza di Mirafiori ne è una espressione significativa.
Solo in Cina, e solo dopo la rivoluzione culturale, si scorgono alcuni elementi che ci permettono di intravedere un diverso tipo di sviluppo. Non per caso i computer del Mit dando alla Cina il più basso tasso di sviluppo del mondo commettono una gaffe madornale. Mettendo la politica al posto di comando, si delinea in Cina un tipo di sviluppo che è al di fuori degli schemi dell’economia classica, e pertanto incomprensibile e non contabilizzabile per chi conosce solo uno «sviluppo» basato su cause ed effetti di leggi economiche. Ed è in un paese relativamente arretrato (economicamente) come la Cina che vediamo sconfitte le carestie, risolti per l’essenziale i problemi del cibo, del vestiario e della sanità, realizzate fabbriche che non sono inferni per operai (giacché oltretutto vi lavorano manualmente anche i dirigenti). È in Cina che vediamo, con il «riciclaggio» generalizzato delle scorie svilupparsi un’azione antinquinamento assolutamente inimmaginabile per ora nelle società «opulente».
Cento anni fa il vecchio Engels scriveva: «… Ad ogni passo ci viene ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo ad essa, ma che noi le apparteniamo con carne, sangue e cervello e viviamo nel suo grembo; tutto il nostro dominio sulla natura consiste nella capacità che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle nel modo più appropriato…
Ma anche in questo campo noi riusciamo solo gradualmente ad acquistare una chiara visione degli effetti sociali mediati, remoti, della nostra attività produttiva, attraverso una lunga e spesso dura esperienza, e attraverso la raccolta e il vaglio del materiale storico; e così ci è data la possibilità di dominare e regolare anche questi effetti.
Ma per realizzare questa regolamentazione occorre di più che non la sola conoscenza. Occorre un completo capovolgimento del modo di produzione da noi seguito fino ad oggi, e con esso di tutto il nostro ordinamento sociale nel suo complesso».
(il manifesto 25.08.1972)
La vista lunga di Vermicelli: il nesso stretto fra sviluppo, ambiente e disuguaglianze non può trovare soluzioni “tecniche” o “tecnocratiche” che o sono illusorie o aumentano le differenze sociali. Oggi che le diseguaglianze si sono accresciute ad un livello impensabile 55 anni fa[8] e la logica dello sviluppo è diventata universale (Cina compresa), la questione di un diverso modello sostenibile ed equo è più che mai attuale ed è strettamente politica.
«Le tecnologie verdi vengono spesso indicate come soluzione, unica e potenzialmente definitiva, alle sfide poste dall’adattamento e la mitigazione del cambiamento climatico. Tuttavia, questa soluzione tecno-ottimista, o technological big fix, sottende una visione semplicistica del processo di riorganizzazione profonda del capitalismo contemporaneo necessario per far sì che la transizione sostenibile possa essere davvero efficace e giusta. La nostra tesi è che la “tecnologia verde” non possa rappresentare una soluzione integrale alla crisi climatica. Le tecnologie verdi non sono una soluzione universale. Se adottate senza un orizzonte equo, possono aumentare le disuguaglianze, dividendo i territori tra chi beneficia della transizione e chi ne subisce le conseguenze. Inoltre, dipendono da minerali critici, estratti spesso in modi dannosi per l’ambiente e le comunità locali.»[9]
[1] Come per il post precedente gli originali che ho potuto consultare sono depositati presso la Biblioteca Aldo Aniasi della Casa della Resistenza in connessione col Fondo “Alberganti Albertini” del Centro di Documentazione.
[2] Intervista curata da Marino Viganò e pubblicata, dopo la morte di Cefis, su “PALOMAR” Rivista di cultura e politica 2/2006, consultabile per esteso >QUI<
[3] Viva Babeuf!, 2^ ed. Tararà, Verbania 2008, p. 284-285.
[4] Ivi, p. 291-292.
[5] Babeuf, Togliatti e gli altri, Tararà, Verbania 2000, p. 120.
[6] Rossana Rossanda, Gino Vermicelli. Un amico delle stagioni che seguono le speranze, in “il manifesto quotidiano” del 22.05.1998. L’articolo è reperibile nell’Archivio storico de il manifesto >QUI<
[7] Rinascita, il manifesto e l’ecologia (Il manifesto quotidiano 5.11.1972).
[8] “Il 2024 è stato un anno particolarmente favorevole per chi occupa le posizioni apicali della piramide sociale globale. La ricchezza aggregata dei miliardari è cresciuta tre volte più velocemente nel 2024 rispetto al 2023. L’anno scorso Oxfam prevedeva la comparsa del primo trilionario entro un decennio, ma al ritmo attuale di crescita della ricchezza estrema, entro dieci anni i trilionari potrebbero essere 5. Nel frattempo, secondo la Banca Mondiale, il numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà di 6.85 dollari al giorno è rimasto pressoché invariato rispetto al 1990”. OXFAM BRIEFING PAPER – GENNAIO 2025, p. 5. Il Rapporto è scaricabile >QUI<
[9] Forum Disuguaglianze Diversità, Le parole per il cambiamento, p 110. Il testo completo è scaricabile >QUI<
A caldo, dopo l’esito del referendum e le successive conferenze stampa, ho pubblicato su Facebook una prima riflessione che qui riprendo e tento di sviluppare.
Premesso che ho votato NO sia nel merito del testo[i] che del contesto (chi, come e in quale situazione nazionale e internazionale ha prodotto il testo) non condividendo la trasformazione del Procuratore/Pubblico ministero[ii] in Pubblica accusa (funzione requirente; sistema accusatorio) ed essendo contrario a un “riequilibrio dei poteri” a favore dell’esecutivo tenendo conto che il potere legislativo è già di fatto in gran parte svuotato con la pratica di decreti legge e deleghe (contesto nazionale) e della realtà internazionale con le cosiddette “democrature” e autocrazie ove vige il totale assoggettamento della magistratura. Non è necessario aver studiato linguistica o semiologia per capire che il significato di un testo è dato sia dalla lettera del testo che dal contesto[iii].
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Tanti NO al quesito referendario e subito qualcuno vuole appropriarsene: “facciamo le primarie così votano me” e altri/e vanno a ruota. A momento sono in tre. Calma e gesso suggerisce il saggio Bersani che di primarie se ne intende.
L’aria del paese è cambiata certo, ma bisogna capire cosa dicono quei NO, che bisogni esprimono.
I fattori del NO
Non basta capire quali fattori abbiano inciso su un risultato doppiamente inatteso, come partecipazione e come esito. Questo lo fanno i giornalisti e un giorno lo faranno gli storici. Ne son stati indicati tanti: dal costo della benzina alla avversione per Trump che prevale nettamente in tutto il paese, alle ambiguità della presidente del consiglio non solo verso Trump e la sua guerra, ma per la vicinanza(sua e/o di altri esponenti del governo) a sistemi di potere come quello ungherese, russo, egiziano, ecc. ecc., che la magistratura hanno totalmente represso e sottomesso, alla reazione dei giovani fuori sede che sono stati impediti di votare, al ruolo attivo di gran parte della magistratura, oltre naturalmente alle palesi bugie di molti sostenitori del Sì, comprese quelle della Meloni e al suo, e non solo suo, tono arrogante. Potenti che ostentano la loro impunità, politici che esaltano il sistema clientelare. Al presentare la legge come “Separazione delle carriere” mentre, grazie anche all’esser stati obbligati, rispetto alla originaria formulazione, a riscrivere il quesito indicando gli articoli della costituzione sottoposti a modifica, si è capito che ben altro era in gioco.
Altri se ne possono aggiungere: la mobilitazione di settori della società civile, della Chiesa in suoi larghi settori e del sindacato CGIL, l’unitarietà sull’obiettivo dei comitati per il NO composti da persone e storie differenti, le manifestazioni per Gaza e la politica filoisraeliana del governo. E naturalmente un affetto verso la nostra Costituzione scritta con la partecipazione di tutte le componenti democratiche e non imposta a forza da una maggioranza e di conseguenza un giusto principio di precauzione rispetto ad una sua significativa modifica.
Fatto questo, gioito per il risultato la politica deve fare altro, non guardare indietro ma in avanti. La somma anche ragionata dei fattori sopra ricordati non dà una programma. Giusto dire la Costituzione va prima applicata ma questo non ci dà un programma, semmai un orizzonte.
La distribuzione del voto
Come anticipavo la politica deve saper leggere i bisogni e dare una risposta di prospettiva. Allora la lettura della distribuzione del voto diventa essenziale. Qualche tabella ci può aiutare lasciando le analisi più raffinate a chi lo fa di mestiere.

Il No ha prevalso grazie all’aver saputo recuperare dal non voto quasi un milione e ottocentomila voti in più del Sì. Che questi ex astenuti ritornino al voto alle prossime politiche non è affatto scontato.
Analizzando in percentuale il voto dei diversi bacini elettorali si nota che la compattezza sul No prevale nettamente per AVS (86%) e PD (75%) mentre è un po’ minore per M5S (67%) al contrario del centro destra dove la percentuale di quelli che han votato in modo contrario alle indicazioni del partito di appartenenza o si sono astenuti è decisamente maggiore.
La distribuzione del voto per classi di età è anche questa particolarmente significativa:
In tutte le fasce di età, tranne quella intermedia (45-54 anni) prevale il No, ma il dato maggiormente imprevisto è quello dei più giovani (18-29 anni) dove il No sfiora il 70%. Inascoltati, denigrati hanno fatto sentire con forza la loro voce, ma trovare la giusta risposta a questa domanda di cambiamento non è certo facile. Ad esempio come fare per fermare la loro fuga dal sud al nord e dal nord all’estero in cerca di un lavoro dignitoso?
A proposito di sud anche qui un dato imprevisto, sia pur all’interno di una tradizionale minore affluenza: nelle regioni meridionali il No prevale nettamente rovesciando in molti casi l’esito di recenti elezioni.
Ma forse l’esito più inatteso è l’andamento nei centri urbani, non solo perché ha prevalso il NO nelle principali città,
ma, in modo rovesciato rispetto a precedenti elezioni, sono i quartieri alti a votare con il governo e quelli popolari, le periferie a votare NO. Questo ad esempio l’andamento del voto nei quartieri di Roma:
ove agli estremi opposti troviamo:
Situazioni analoghe nelle altre grandi città. Emerge con forza una protesta ed una richiesta implicita da parte delle periferie che non vogliono più essere marginali e, certo, una richiesta di sicurezza che non può non passare attraverso prevenzione e riqualificazione.
Un programma concreto e una visione
Occorre costruire un programma ad un tempo concreto e visionario che tenga conto di bisogni articolati, di domande implicite diversificate per poter dar vita ad una coalizione solida; compito tutt’altro che facile. Occorre al contempo una chiara visione valoriale e prospettica che accolga e sostenga la volontà di cambiamento emersa in particolare dai più giovani e dalle aree sinora meno ascoltate.
L’analisi del voto, da affinare nei territori, è importante per capire da dove e da chi emerge un bisogno, spesso radicale, di cambiamento. Ma leggere questi bisogni non può esser fatto in astratto, occorre una mobilitazione e un confronto con i soggetti reali.
Serve concretezza, ma concretezza è diverso dal “pragmatismo” spesso evocato dai cosiddetti centristi. Esser pragmatici significa accettare l’ordine generale delle cose che è oggi orientato a sempre più estesi conflitti, all’incremento delle diseguaglianze, alla privatizzazione dei beni comuni, alla dilapidazione delle risorse ambientali, alla esclusione delle minoranze. I correttivi entro questo quadro sono illusori.
Occorre una visione prospettica e valoriale nella direzione di una società alternativa di pace e cooperazione, di riqualificazione territoriale e urbana, di valorizzazione delle culture e dell’ambiente, di riappropriazione dal basso dei beni comuni (educazione, cultura, salute, ambiente e, aggiungo, della comunicazione digitale …) come risposta alternativa sia all’individualismo e alla privatizzazione generalizzata del neoliberismo imperante, che alla centralizzazione statalistica propugnata in passato dalla sinistra.
Concretezza significa allora proporre un programma articolato di cambiamenti condivisi e inversioni di direzione possibili entro l’arco di una legislatura. Non perdendo di vista valori ed orizzonti.
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Quel NO, anzi quei tanti e diversi NO, non chiedono “primarie” ma risposte.
E a chi dice “Primarie” diciamo con forza SMETTETELA! Il lavoro da fare, con la pazienza dell’analisi e del confronto è tanto. A livello nazionale e nei territori.
[i] Gli articoli che si volevano modificare e le modifiche proposte le ho trascritte > qui < e > qui <.
[ii] Il Pubblico ministero deve “altresì svolgere accertamenti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini” (art 358 cpp;) cfr. anche art. 408 cpp: il PM chiede la archiviazione quando non sono stati reperiti elementi tali da “formulare una ragionevole previsione di condanna”; lo stesso principio vale per il Giudice per le Indagini preliminari (GIP).
[iii] Avevo postato su Facebook un semplice esempio di “Linguistica & Semiologia spicciola” in implicita risposta ai tanti “ma non c’è scritto” dei propugnatori del Sì:
Nel precedente articolo La nascita del Gruppo de il manifesto a Verbania ricordavo come le lotte operaie e in particolare quelle della Rhodiatoce si siano intrecciate ed abbiano influito nel profondo con la costituzione locale di questa formazione politica. Con la nascita del quotidiano ho svolto il ruolo di corrispondente per la nostra zona e naturalmente le vicende della Rhodia e della repressione con relativi processi vi hanno assunto un peso particolare. A partire dal primo numero del quotidiano del 28 aprile con la vivace narrazione di Valentino Parlato sulla festa per la assoluzione nel processo di primo grado a Verbania sino alle due corrispondenze di Gianni Montani[i] da Torino per il processo di Appello (22 e 23 ottobre ‘71) una trentina le cronache ed articoli inviati – allora tramite telefono previo appuntamento con la redazione – frutto del lavoro collettivo dei compagni.
Tra quelli direttamente connessi alla Rhodia ho selezionato i più significativi e ne riproduco il testo visto che non sono altrimenti reperibili online[ii].
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RHODIATOCE
A Verbania i compagni assolti dal tribunale tornano alla lotta
di Valentino Parlato
Verbania, Novara 28.04.1971. Grande giornata a Verbania quella del 24 aprile. Nella mattinata in tribunale, durante le sei ore di camera di consiglio, la consuetudine delia milizia politica, non era riuscita a coprire la tensione, fortissima in tutti: nei 48 compagni al banco degli imputati e in tutti gli altri che gremivano l’aula e si assiepavano in strada all’ingresso del tribunale. Il silenzio assoluto nel quale il giudice Simone aveva letto la sentenza di assoluzione era stato rotto da un applauso violento, da abbracci, lagrime di commozione, pugni alzati e dal canto dell’internazionale; da un abbraccio nero e oro di due toghe si alza un pugno chiuso. I carabinieri fino ad allora imponenti e corposi quasi vengono dissolti dal movimento che comincia nell’aula si trasferisce nella strada e poi davanti al carcere, ad attendere la liberazione del compagno Bruno Ormella.
La sentenza è stata chiara e importante. L’assoluzione di tutti gli imputati ha fatto fallire il tentativo di divisione politica tra gli imputati, tentata da qualche parte e, ancora di più, ha verificato la impossibilità di costruire un cordone sanitario dì isolamento intorno a questa vicenda e al gruppo di «estremisti» del centro del manifesto. Ma importanti sono anche le motivazioni della sentenza: non aver commesso il fatto per le imputazioni minori; non sussistenza di reato per l’assemblea del 6 ottobre dì fronte ai cancelli della fabbrica in risposta alla serrata padronale; non punibilità per i vari blocchi stradali (per i quali il pubblico ministero Gennaro Calabrese De Feo aveva infestato Pallanza di denunzie e mandati di cattura) perché quei blocchi furono fatti «nell’erronea supposizione di esercitare un diritto». Il livello particolarmente elevato raggiunto dalla lotta fa giustificare che negli operai nasca la supposizione — sia pure erronea per i giudici — che il blocco stradale sia un prolungamento o un’estensione del diritto costituzionale di scioperare. Il legame continuo con la lotta della Rhodia ha impedito — anche dopo una lunga congiura di silenzio di tutta la stampa — che un cordone sanitario isolasse questo processo nei quale gran parte degli imputati si richiamano o militano nel centro dì iniziativa comunista del Manifesto. «A Verbania, che è uno dei paesi più civili d’Italia, slamo come i pesci nell’acqua» — mi dice un compagno quando, una mezz’ora dopo la scarcerazione di Ormella, siamo tutti alla trattoria del Nibbio a festeggiare l’assoluzione. Al Nibbio ci sono tutti, Alberganti e Tartaro, Ottolini, Rampazzo, Carretti, Buffoni e quasi tutti gli altri imputati. Insieme con quelli del Manifesto ci sono quelli del Pci e del Psi e di Lotta Continua, forse manca solo il segretario della Federazione del Pci, Motetta; poi arrivano anche i compagni Janni e Fenghi, gli avvocati che sono stati la punta di diamante del collegio di difesa. Quale giudizio dare sulla sentenza? Quale il senso del contrasto tra un pubblico accusatore quasi medievale e dei giudici di tribunale innegabilmente democratici? Calabrese De Feo, In fondo, ha danneggiato la causa della borghesia con il suo uso ultrarepressivo della giustizia? E la lotta? Quali i rapporti tra la lotta, le provocazioni (compendiatesi in alcuni atti di sabotaggio e nell’incendio di uno del magazzini della Rhodia) e il processo? Come riprendere in fabbrica l’iniziativa sul premio di produzione? Su questi interrogativi i compagni cominciano a conversare.
Non si può certo dire che vi sia stata una discussione ordinata e tanto meno la tavola rotonda che i compagni di Verbania avevano preparato. Su alcuni punti i giudizi sono fermi. Il rapporto di forza è stato decisivo. Aver resistito alla violenta offensiva repressiva di Calabrese De Feo; aver tenuto anche nei lunghi mesi difficili cominciati nell’ottobre del 1970 quando la lotta di Verbania rimase sindacalmente isolata e oggetto di una vera e propria congiura del silenzio; aver avuto il coraggio di rendere politico il processo, anche attraverso il numero degli imputati, avere mantenuto l’unità con gli operai; non aver ceduto alla tentazione e ai suggerimenti di ripiegare sa una linea di difesa puramente giuridica, negando la partecipazione ai blocchi o giustificandola con l’esigenza di «calmare gli animi». Questi fatti e queste scelte sono alla base della vittoria conquistata il 24 aprile nell’aula penale del tribunale di Verbania. Senza questi precedenti, senza la presenza di un nucleo di compagni che con tenacia e coraggio ha continuamente ricostruito l’unità dei lavoratori intorno a posizioni di lotta avanzata, la sentenza del 24 forse sarebbe stata egualmente di assoluzione, ma avrebbe assolto dei vinti e non del militanti che — come Tartaro e tutti gli altri — hanno detto: «finalmente torniamo in fabbrica e riprendiamo la lotta sul premio di produzione».
Da una parte vi sono i militanti e i lavoratori di Verbania, un’area politico-sociale nella quale la continuità storica non ha assunto il segno del cedimento o del trasformismo: è un fatto che qui a Verbania l’avanguardia ha saputo assorbire i contenuti di classe della resistenza e della migliore esperienza del sindacalismo e del Pci. Dall’altra parte vi sono i giudici, e anche qui è chiaro che i venti anni che ci sono tra l’età del pubblico ministero e quella dei giudici non sono stati storicamente vuoti. Anche tra alcuni magistrati l’uscita dal medioevo nel quale vive ancora larga parte della nostra magistratura fa maturare come in tanti altri intellettuali una crisi di valori e un ripensamento del proprio ruolo.
Ma questi discorsi frammentari e sovrapposti sono Interrotti a un certo punto da Carlo Alberganti: «stiamo attenti a non essere trionfalistici e a non fare l’errore di considerare, dopo questa giusta sentenza, Verbania come una zona franca dalla repressione. A Verbania la repressione c’è stata e durissima. L’offensiva repressiva non è costata soltanto agli imputati, Janni lo ha detto bene nella sua arringa». «Gli ordini di cattura — si dice nell’arringa — ebbero gravi conseguenze non più rimediabili. Quando furono emanati, le trattative per la Rhodiatoce stavano per concludersi con la vittoria degli operai dopo un mese di sciopero. Proprio in quel momento la procura eliminò dalla vita sindacale sei rappresentanti qualificati e la Rhodiatoce si rimangiò immediatamente l’accordo, traendo dal procedimento penale il massimo utile che poteva ricavarne. La maestranza fu costretta a ricominciare tutto da capo». «Se è vero che la rappresentanza operaia esce rafforzata da questa sentenza — dice Tartaro — in fabbrica e fuori della fabbrica c’è molto lavoro da fare».
Politica della Rhodia e sfruttamento sono all’origine della crisi e della disoccupazione [i]
Verbania 13.05.1971. 35.000 abitanti. Metà degli operai lavorano alla Rhodiatoce. La fabbrica ha controllato per anni la vita cittadina: urbanizzazione, commercio, scuola, consiglio comunale, ecc. In piccolo, come la Fiat a Torino. Intorno alla Rhodia molte fabbriche chiudono e licenziano. Dal ’61al ‘70 la popolazione è passata da 28.810 a 34.410 abitanti, i posti di lavoro, nelle aziende con più di dieci addetti, sono diminuiti da 9.941 a 7.162. Chi trova un posto alla Rhodia è fortunato, non deve andare ogni mattina a lavorare a Gravellona, a Omegna o in Svizzera.
Ma ad un tratto l’inaspettato: mentre fuori si cerca lavoro, nei reparti della Rhodia parte la rivolta contro la organizzazione capitalistica del lavoro (carichi, ambiente, orario, qualifiche). Fino a tre anni fa il nome di Verbania ricordava il turismo lacustre, oggi significa lotta operaia. Dagli scioperi spontanei del giugno ’68 alla occupazione e alla vittoria del marzo ’69. La lotta contro l’organizzazione del lavoro crea nuovi posti di lavoro: oltre 400 posti in più alla Rhodiatoce. La lotta continua nei reparti per un anno e mezzo, crea nuove avanguardie, si estende ad altre fabbriche ed agii studenti.
Nel settembre-ottobre ’70 la battuta di arresto: gli arresti, la latitanza, l’isolamento e il cedimento delle centrali sindacali, il rientro in fabbrica, la deroga sull’orario.
La Rhodia non assume più. Nei sei mesi in cui le forze di classe lottano contro la repressione e si mobilitano per il processa alla Rhodia ì posti di lavoro scendono da 4.300 circa a 3.996.
Il problema dell’occupazione passa all’ordine del giorno: Nyco, Edilceramica, Nestlé, Panizza, Siderocementi, fabbriche tessili. Chi chiude, chi diminuisce i posti di lavoro, chi lavora a orario ridotto. I padroni preferiscono investire altrove o, prima dì investire, vogliono dare una mazzata agli operai per poterli poi sfruttare a piacere.
Sono i 130 operai della Nyco, con sessanta giorni di occupazione della fabbrica, a sollevare in modo drammatico il problema. Non a casa lo «stato» di nuovo interviene denunciandoli e buttandoli fuori della fabbrica. Le forze politiche tradizionali sono impotenti, anche se la giunta Pci – Psiup ha deciso ieri di requisire l’azienda.
Lo sviluppo dello scontro alla Rhodia in questi mesi non ha permesso alle stesse forze politiche di classe di affrontare nel modo dovuto l’altra faccia della condizione proletaria, la disoccupazione.
Per oggi, i sindacati hanno proclamato lo sciopero generale a Verbania. Giusto. Gli operai dicono: «Contro questa situazione bisogna mobilitare la rabbia di tutti gli strati popolari». Giusto.
Ma non basta. In gran parte le forze sindacali vedono la lotta contro la disoccupazione come cosa separata dalla lotta in fabbrica contro l’organizzazione del lavoro. La lotta per l’occupazione si riduce ad una generica pressione sul potere politico che sfugge al controllo operaio
Lo sciopero generale deve diventare invece il momento di unificazione delle lotte in corso nelle varie fabbriche (Tubor, Unione manifatture, Rhodia, etc.) e del rilancio della lotta nelle altre. Rientrando da domani in fabbrica, bisogna impedire qualsiasi uso dello straordinario, tanto più che in molte fabbriche, come alla Cartiera prealpina l’uso esteso dello straordinario viene alternato a periodi dì cassa integrazione. Sì deve riprendere la lotta contro i carichi di lavoro, ritmi, il cottimo, usando dove è possibile, (come alla Tubor e alla Um) l’autolimitazione della produzione; rilanciare la riduzione dell’orario e l’azione contro la nocività. Alla Rhodia far partire finalmente la lotta per il premio di produzione, visto che da quasi un mese le assemblee di Verbania, Villadossola e Novara si sono pronunciate con decisione. Il movimento deve essere esteso alle zone circostanti, dove vanno a lavorare molti operai di Verbania (a Gravellona, a Omegna, in Svizzera).
In alcune fabbriche di Omegna si è cominciata a discutere la possibilità di una lotta comune sul salario garantito (208 ore pagate al mese, in ogni caso).
A Verbania, ci sono 7.400 studenti e per loro, man mano che usciranno dalle scuole sarà sempre più difficile trovare un lavoro. Anche queste sono forze da mobilitare. Lo sciopero e la manifestazione di oggi sono soltanto il primo colpo. Il compito è continuare, indicando obiettivi concreti che facciano crescere il movimento e insieme creando nuovi strumenti di coordinamento politico (collettivi politici di fabbrica, comitati di quartiere, etc.) a livello cittadino e in tutta la zona.
[i] Articolo non firmato ma, per quanto ricordo e per lo stile del testo, è sicuramente attribuibile a Gino Vermicelli.
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Riparte la lotta nelle fabbriche Rhodiatoce. I limiti dell’esperienza passata e le prospettive
di Gian Maria Ottolini
Verbania 8.09.1971. Dopo la pausa estiva riprende la lotta alla Rhodiatoce. La settimana scorsa si sono riunite a Novara le rappresentanze sindacali delle fabbriche del gruppo (Pallanza, Casoria, Villadossola e Novara: ottomila lavoratori In tutto). Il comunicato conclusivo della riunione dice che: «È stata decisa la ripresa immediata della lotta con una azione di sciopero di 48 ore che ogni fabbrica articolerà nel modi atti a realizzare il massimo di pressione». La lotta per il premio di produzione (10.000 lire per tutti sganciate dalla produttività), era già iniziata due mesi prima delle ferie. A Pallanza si era articolato In scioperi quotidiani di mezz’ora-un’ora, gestiti direttamente dai reparti che avevano manifestato una forte combattività operaia: poco prima delle ferie, si erano avuti numerosi cortei Interni, che hanno cacciato dalla fabbrica i pochi impiegati crumiri. A Novara e a Villadossola la lotta aveva mantenuto il carattere più tradizionale degli scioperi di otto ore. Gli operai di Casoria, invece, usciti da poco da una lotta finita male, e non informati dal sindacato, sono rimasti estranei allo scontro.
Il padrone ha sempre mostrato la più ferrea intransigenza. La sua controfferta era di 3.000 lire per il premio di produzione. Il suo obiettivo, prima ancora di trattare, era quello di stancare gli operai, costringendoli ad uno scontro, lungo e faticoso nell’intento di provocare, al momento da lui ritenuto più opportuno, uno scontro frontale.
Nella prima fase della lotta il diverso modo di attuare lo sciopero nelle tre fabbriche e l’assenza di Casoria non hanno certo giocato a favore degli operai. Ora sembra che le fabbriche di Villadossola, e forse anche quella di Novara, siano disposte ad attuare scioperi articolati. I sindacati nazionali si sono inoltre impegnati ad andare di persona a Casoria, per far scendere In lotta anche gli operai di quella fabbrica. Ma la loro credibilità, dopo le sfacciate menzogne cui sono ricorsi nel tentativo di far rientrare gli operai in fabbrica, è oggi molto scarsa e dunque non c’è da attendersi gran che dalle loro promesse.
La lotta si presenta dunque particolarmente dura: perché sia efficace è indispensabile che si verifichino alcune condizioni precise: che tutte le fabbriche del gruppo partecipino attivamente allo scontro e non si creino nuovamente fratture fra stabilimenti più combattivi e meno combattivi; che l’articolazione degli scioperi sia la più intelligente possibile, in modo da scardinare la programmazione padronale della produzione, con il minor costo per gli operai che cosi potranno reggere anche un lungo scontro; che nel corso della lotta cresca l’organizzazione autonoma degli operai, reparto per reparto, fabbrica per fabbrica.
La posta in gioco è alta. Al di là degli aumenti salariali (che oggi, con il progressivo aumento del costo della vita e il conseguente taglio del salario reale, assume particolare valore), si gioca la continuità delle lotte future: in particolare, qualifiche, mansioni, carichi. A Pallanza, inoltre, non solo per gli operai, ma anche per la «sinistra» sindacale, la posta è alta. O essa saprà far leva su questa lotta per favorire al massimo la crescita e lo sviluppo dell’organizzazione operaia di base, sconfiggendo la controffensiva politica che le forze moderate si apprestano a lanciare, o, non solo rischia di compromettere la lotta operaia, ma la sua stessa sopravvivenza.
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14 carabinieri per arrestare il compagno Ormella. A Verbania riprende la repressione contro la lotta operaia
Verbania 3.10.1971. Venerdì sera, appena rientrato in casa, è stato arrestato il compagno Bruno Ormella, membro del direttivo di fabbrica della Cgll e iscritto al Pci. Lo ha denunziato pochi giorni fa, un dirigente della Rhodia, tale Bertolino, per «violenza privata» in occasione di un picchettaggio durante lo sciopero dei giornalieri per il premio di produzione. Quattordici carabinieri hanno circondato la casa e lo hanno assalito con aria di rivincita. «Questa volta non ci scappi» gli hanno detto.
Il compagno Ormella era già stato colpito da mandato di cattura nel settembre scorso per «blocco stradale» assieme ad altri due operai e tre sindacalisti, quando a Verbania scattò l’operazione di repressione contro lo sciopero degli operai della Rhodia. Dopo sei mesi di latitanza era stato assolto, assieme agli altri 47 imputati, dal tribunale di Verbania. Il processo di appello, subito richiesto dall’accusa, si svolgerà il 21 ottobre a Torino.
L’arresto di venerdì ha un duplice scopo: intimidazione in vista del processo e ricatto per bloccare la lotta sul premio di produzione. L’indagine sulla imputazione del compagno Ormella è stata presa subito in mano dal procuratore della repubblica Calabrese De Feo, noto per la linea duramente repressiva nei confronti della lotta operaia. L’istruttoria fin dall’inizio è stata caratterizzata da un atteggiamento minaccioso e intimidatorio verso alcuni testimoni e, soprattutto, dallo arresto che l’imputazione rendeva facoltativo.
Qui a Verbania e in tutta la provincia di Novara dal settembre ’70 a oggi l’azione repressiva padronale e di stato continua ad essere durissima: da una parte il pesante intervento della magistratura, dall’altra una fortissima resistenza padronale a ogni lotta operaia, caratterizzata, soprattutto nel settore tessile, da serrate, licenziamenti, cassa integrazione. L’attacco investe oltre le libertà politiche e sindacali in fabbrica, anche la libertà di espressione e vi sono decine di denunce per «stampa clandestina» contro operai e studenti.
In questi giorni, con la solita scusa della «lotta alla criminalità» sono state Intensificate le operazioni di polizia, con blocchi stradali e perquisizioni tra le quali quella nelle abitazioni di due compagni di Masera (uno è il segretario della locale sezione del Pci). Negli ultimi giorni, inoltre, sono stati denunciati 51 operai della Nyco (tra i quali due sindacalisti Cisl e Cgil) per l’occupazione della fabbrica chiusa dal padrone e in via di liquidazione, per la quale si attende ancora oggi una soluzione. Altri 42 operai, del cappellificio Panizza sono minacciati di licenziamento per «esigenze di ristrutturazione». La azione repressiva, quindi, si configura più che mai come il solido sostegno dello stato all’attacco padronale, tendente alla riduzione della occupazione e alla ristrutturazione delle aziende.
Questo generalizzato attacco antioperaio impone una generale capacità di mobilitazione, che coinvolga gli organismi di base di tutte le fabbriche della zona e spinga il sindacato locale e provinciale a dare una risposta più decisa a chi oggi tenta piegare la classe operaia. In questa azione, assume particolare importanza la scadenza del processo di appello, il 21 ottobre. In occasione del processo ci si prepara a sviluppare quella mobilitazione che in aprile portò all’assoluzione dei compagni e alla riconquista di posizioni di forza in fabbrica.
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Sciopero totale alla Rhodia e 2000 in piazza nonostante i baschi neri antipicchetto
Verbania 16.10.1971. Duemila, fra operai e studenti, hanno partecipato ieri mattina alla manifestazione indetta dai sindacati in occasione dello sciopero generale di 4 ore contro la repressione (più di 100 denunce ed un arresto), le serrate e licenziamenti nelle varie fabbriche della zona.
Le provocazioni non sono mancate; un compagno che distribuiva davanti alle scuole un volantino del «collettivo politico studenti medi» è stato portato in questura: è stato interrogato e gli sono stati sequestrati tutti i volantini.
«Qui la legge la faccio io» ha risposto il carabiniere alle proteste ed ha aggiunto che l’ordine di sequestro gli veniva dalla procura. I carabinieri saranno denunciati.
Frattanto alle 8, alla Rhodia, per la prima volta dopo tre anni, la polizia si è permessa di schierarsi davanti ai cancelli per impedire picchettaggio: hanno fatto una magra figura perché nonostante la «garanzia» dei loro fucili non è entrato proprio nessuno.
Circa 100 fra baschi neri e poliziotti con il fucile imbracciato si sono appostati sotto il tribunale per difendere la «legge». Anche la polizia ha capito che qualche magistrato a Verbania è assolutamente impopolare.
Tutti i compagni ritengono molto positivi lo sciopero e la manifestazione di oggi, sono però anche assolutamente convinti che è necessario portare la mobilitazione in fabbrica creando piattaforme e forme di lotta che offrono la garanzia di non cedere di fronte all’attacco padronale. Pochi giorni fa il pretore di Omegna ha emesso una sentenza che dichiara illegittimo lo sciopero articolato alla «Nuova filatura Toce». Oggi gli operai della cartiera sono stati minacciali di sospensioni per aver partecipato allo sciopero generale. La minaccia è arrivata mentre i lavoratori si apprestano a organizzare la lotta per il contrattoaziendale.
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La vendetta della giustizia contro le avanguardie. Domani comincia a Torino il processo d’appello contro i 47 compagni assolti il 24 aprile
Verbania 20.10.1971. Domani giovedì 21 ottobre, alle ore 9 presso la Corte di Appello di Torino, seconda sezione inizierà li processo contro gli operai della Rhodiatoce. L’accusa è di «blocco stradale, ferroviario e lacustre» e di manifestazione non autorizzata, dal 18 settembre al 6 ottobre 1970. Gli imputati sono 47 (contro uno solo il p.m. non ha appellato).
Il 24 aprile scorso, nonostante le pesanti pene richieste (oltre 50 anni) dal P.M. Gennaro Calabrese De Feo, il Tribunale di Verbania assolveva tutti gli imputati, parte «per non aver commesso il fatto», parte «perché il fatto non costituisce reato» (assembramento davanti alla fabbrica del 6 ottobre) e gli altri «perché il fatto non costituisce reato In quanto commesso nell’erronea supposizione di esercitare un diritto».
Subito il P.M. appellava, sostenuto dalla stampa fascista e reazionaria e a lui si affiancava il procuratore generale di Torino Colli, che appellava a sua volta. In tempo di record viene istruito il processo d’appello. Solo per un disguido burocratico non è avvenuto il 14 luglio scorso, come inizialmente era stato notificato.
Al padroni non è bastato aver sconfitto una lotta con 6 mandati di cattura e con oltre cento denunce, costringendo gli operai, grazie anche al pesante intervento del sindacati nazionali, a rientrare In fabbrica dopo un mese di sciopero ad oltranza. Non è bastato perché, dopo due o tre mesi di disorientamento, nel reparti gli operai avevano ricominciato a rialzare la testa con scioperi spontanei ed oggi, da più di quattro mesi, per il premio di produzione e di mansione, ogni giorno gli operai si fermano mezz’ora-un’ora, articolando lo sciopero nel reparti.
Nell’ultimo incontro della settimana scorsa con i sindacati, la direzione Rhodia, oltre a rifiutarsi di entrare nel merito della richieste, ha lamentato il «disordine produttivo» e «che i tecnici sono impossibilitati a fare il loro lavoro». Chiaramente, al di là della volontà personale di qualche magistrato che ha sentito la sentenza di assoluzione come una offesa e una questione personale, esiste la volontà precisa del padronato che vuole con questo processo, «punire» e fermare la classe operaia della Rhodia. Per garantirsi questo risultato, 20 giorni prima del processo, la Direzione Rhodia, tramite un suo dirigente e due «guardioni» ha creato una colossale montatura, contro uno degli imputati, il compagno Omelia, accusandolo di fatti mai avvenuti, in modo che Calabrese De Feo avesse le mani libere per farlo arrestare.
Il processo del 21 ottobre è molto importante.
Importante perché avviene a Torino, dove In maniera pesantissima i padroni conducono un’offensiva autoritaria che ha al suo centro, parallelamente alla intransigenza padronale, la fascistizzazione degli organi dello Stato. Negli stessi giorni a Torino abbiamo altri processi polizieschi: quello contro i 42 compagni di Lotta Continua e di Potere Operalo per «reati d’opinione» e quello contro i 3 membri di C.i. della Fiat Lingotto.
In secondo luogo si tratta di un processo di massa. Sul banco degli imputati siedono operai di base, operai del Pci, dello Psiup, del Psi, del Manifesto, rappresentanti e dirigenti sindacali, il segretario della Federazione del Pci, studenti di Lotta Continua e del Manifesto. Tutto il vasto arco della sinistra, tradizionale e non, di Verbania è rappresentato. Chi inveiva contro gli estremisti «che non hanno niente a che fare con la classe operala», si trova oggi colpito dalla repressione assieme a loro.
Non è il caso che l’Unità abbia relegato la notizia dell’arresto di Ornella in fondo alla sesta pagina ignorando il fatto che si trattava di un militante del Pci.
La campagna contro gli «opposti estremismi» mostra in questo processo la sua vera faccia: la repressione vuole fermare le lotte operale.
Mentre i riformisti tacciono, sono le forze di classe che, facendo perno sulle lotte operale, possono fermare la repressione garantendo gli spasi politici conquistati in questi anni.
La risposta data con la manifestazione di sabato a Torino è stato un primo momento fondamentale. Oggi gli operai della Rhodiatoce si incontreranno con il consiglio di fabbrica della Mirafiori.
schede
La legge sui blocchi stradali
La legge n. 66 del 22-1-1048 è stata appunto presentata nel ’48 (ministro degli interni Scelba) formalmente per salvaguardare le vie di comunicazione dai briganti. In realtà per reprimere le lotte contadine che nell’autunno ’47 erano state particolarmente dure.
Data l’enorme estensione delle vie di comunicazione e la scomparsa oggi dei briganti che assaltano i passeggeri bloccando le strade, tale legge potrebbe non aver più nessun senso.
In effetti è una legge repressiva di eccezionale pesantezza, diretta a colpire le manifestazioni operaie e popolari: ossa permette di infliggere a chiunque faccia una manifestazione da 1 a 6 anni di reclusione e «se il fatto è commesso da più persone» da 2 a 12 anni. Nell’Istruttoria contro gli operai della Rhodia si legge: «l’elemento materiato del delitto di blocco è dato dalla ostruzione o anche soltanto dall’ingombro dell’area della strada, mentre il dolo si esaurisce e si concreta nel porre in essere tale attività al fino di impedire, od anche soltanto di creare difficoltà od Impaccio alla libera circolazione della sede stradale; che rientra nella previsione legislativa ogni forma di ostacolo anche se attuato con assembramento di più persone, che con i loro corpi offrono ostacolo sensibile alla circolazione».
Proprio per il suo carattere eccezionalmente repressivo, di tale legge non si è mal voluto discutere in parlamento, facendola ratificare di nascosto nel ’55 in un pacchetto di numerose norme che sono passate al vaglio delle camere come Inerenti al Ministero del Trasporti e alla regolamentazione dei traffico stradale ferroviario e lacustre. Dal che si desume che i partiti «dell’opposizione di sinistra» che impostano la loro strategia sul parlamento, non sono nemmeno capaci di fare il loro mestiere.
Sono stati condannati due dei compagni accusati di “stampa clandestina”
Verbania. Ieri mattina alla pretura di Verbania i compagni Gian Maria Ottolini (Manifesto) e Doriano Roveri (Lotta Continua) sono stati condannati per «stampa clandestina» rispettivamente a 25 mila lire e 20 mila lire di multa con la sospensione condizionale della pena. Gli altri compagni accusati di stampa clandestina e manifestazione non autorizzata sono stati assolti. Fra i testi di accusa, ancora una volta, si è messo in mostra il capitano dei carabinieri Puoti che, come già nel processo contro gli operai della Rhodiatoce ha affermato — In contrasto con i rapporti messi agli atti del processo — di essere stato presente ai presunti reati e di aver identificato di persona i compagni accusati. Tale onnipresenza, «rivelata» anche questa volta a molti mesi dal fatti, risulta per lo meno sospetta.
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Al processo dei 47 della Rhodia l’accusa sostiene il crumiraggio e la serrata
di Gianni Montani
Torino 22.10.1971. Nell’aula della corte di appello di Torino è cominciato Ieri mattina il processo contro i 47 compagni della Rhodia di Verbania, accusati di blocco stradale nel corso della lotta dell’autunno ’69, quando la direzione ha serrato la fabbrica per un mese nel tentativo, non riuscito, di stroncare la lotta.
Sul banco degli imputati si trovano assieme operai, sindacalisti, dirigenti di partito. Bastano questi dati a dare il senso del processo repressivo in atto. Dopo i processi agli estremisti si è ormai passati esplicitamente a reprimere giudiziariamente tutti coloro che in fabbrica lottano o hanno lottato.
Dopo le formule di rito e la relazione del precedente processo (in cui gli imputati vennero assolti «per erronea supposizione di esercitare un diritto collegato al diritto di sciopero»), e stato il turno dell’accusa. Nell’aula dove si celebra il processo, una Ispide ricorda che nello stesso luogo, nel 1944, il tribunale speciale fascista condannò a morte il primo comitato militare del Cnl piemontese. A sentire oggi in quest’aula la requisitoria del procuratore generale Cordero di Vonzo, sembrava di essere tornati indietro nel tempo. Bene ha fatto la difesa a registrare questo discorso che dimostra chi siano oggi gli uomini che dirigono la procura generale della Repubblica. Cordero di Vonzo ha Iniziato la sua requisitoria affermando che quello della Corte di Verbania è un ‘diritto strano, fatto di interpretazioni erronee. «Interpretazioni — ha detto — che noi non crediamo qualcuno si senta il coraggio di sostenere ancora».
Continuando la sua requisitoria il pubblico ministero ha affermato che il diritto di sciopero è un qualsiasi diritto privalo, e in questo senso, avendo durante lo sciopero ingombrato la libera circolazione per sensibilizzare l’opinione pubblica, gli imputati sono da giudicare come responsabili del blocco stradale. Reati comuni e non politici — ha sostenuto il pubblico ministero — in quanto lo sciopero politico è proibito. Sempre sul diritto di sciopero, di Vonzo ha continuato citando la giurisprudenza più reazionaria oggi esistente, affermando il diritto alla serrata padronale come forma legittima di pressione del padroni sugli operai, il diritto di crumiraggio, la Incriminazione dei lavoratori per occupazione di fabbrica. Per sostenere questa sua tesi ha fatto esplicito riferimento a quelli che si opposero all’assunzione del diritto dl sciopero nella costituzione. Sui fatti specifici di blocco stradale, il pubblico ministero ha sostenuto che è un reato comune, opponendosi fin d’ora alla richiesta di attenuanti per particolare valore sociale. Ha detto che il fatto stesso di voler sensibilizzare l’opinione pubblica è una affermazione di volontà di blocco stradale in quanto si vuole fermare la gente per parlare; e ha riconosciuto come blocco stradale tutte le situazioni in cui non si può circolare liberamente (qualcuno il pubblico ha espresso il timore Incontrare Cordero di Vonzo in qualche ingorgo nel centro di Torino).
La chiusura della requisitoria ha avuto il pregio di chiarire, al di là del cavilli giuridici, quale sia la volontà del pubblico ministero.
Rivolto alla corte questi, con fare minaccioso, ha detto: «di queste questioni hanno parlato i giornali le riviste, ecc. con parole infuocate». Il pubblico ministero, cioè, è particolarmente sensibile al giudizio del Tempo che ha scritto ai momento dell’assoluzione: «comportamento criminoso dei giudici di Verbania». È poi cominciato l’elenco delie richieste della pena. Complessivamente quaranta anni circa.
Dopo una breve sospensione sono cominciate le arringhe delia difesa. L’avvocato Fenghi ha sostenuto la giustizia giuridica della sentenza del tribunale di Verbania, dimostrando che il concetto di «erronea supposizione di esercitare un diritto» non è una eccezione del tribunale di Verbania ma una tendenza affermata e consolidata della giurisprudenza. Il difensore ha dimostrato l’assurdità della interpretazione di blocco stradale da parte del pubblico ministero (ingorgo o rallento del traffico) in quanto se questa fosse l’interpretazione, si potrebbero incriminare gli operai quando escono dalle fabbriche, gli studenti dalle scuole ecc. Inoltre se fosse giusta questa interpretazione, gli operai e i contadini non avrebbero nessun diritto di propagandare le motivazioni delle proprie lotte, In quanto i mezzi di comunicazione di massa sono in mano ai padroni. L’assurdità della interpretazione è stata dimostrata paragonando le pene di cui sono passibili i responsabili dell’ingorgo (da due a dodici anni) con le pene per attentato ferroviario con disastro (da tre a dieci anni) o alla violenza privata (massimo quattro anni). «Cioè a dire ha detto Fenghi che se gli operai della Rhodiatoce avessero rotto tutto, rischierebbero meno di quello che rischiano per aver provocato un rallentamento del traffico». Fenghi ha determinato chiedendo la assoluzione per non aver commesso il fatto e dicendo che non la difesa chiede una sentenza politica, ma l’accusa. Una sentenza contro la classe operala.
Le difese sono continuate dimostrando la mancanza di prove da parte dell’accusa. Alcuni sono imputati solo perché la loro macchina era parcheggiata a 500 metri dal luogo del presunto blocco. Circa gli altri presunti blocchi i carabinieri, giunti sul posto dopo quindici minuti, non hanno visto niente di anormale. Il processo è continuato ieri sera.

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Il tribunale di appello si è preso la sua vendetta e nega il valore sociale della lotta alla Rhodia
di Gianni Montani
Torino 23.10.1971. Si è concluso con 23 condanne e 24 assoluzioni il processo d’appello contro gli operai della Rhodia. Quello che non è riuscito a fare il tribunale di Verbania sollecitato dal famigerato Calabrese De Feo, lo ha fatto il tribunale «speciale» di Torino. Sono stati condannati i compagni: Carlo Alberganti (6 mesi), Antonio Lo Nigro (7 mesi), Bruno Ormella (6 mesi e 20 giorni), Giancarlo Tartaro (5 mesi e 10 giorni), Riccardo Forte (9 mesi), Ruggero Del Mastro (5 mesi e 10 giorni), Lucio Ferrara (5 mesi e 10 giorni), Adriano (Diego) Caretti (5 mesi e 10 giorni), Sergio Silvestri (6 mesi), Amelia Martini (6 mesi), Giuseppe Buffoni (6 mesi e 20 giorni), Sebastiano Russo (5 mesi e 10 giorni), Gianni Fasolo (5 mesi e 10 giorni), Orazio Burgoni (6 mesi), Giovanna Alberganti (5 mesi e 10 giorni), Antonio Fellini (6 mesi e 10 giorni), Gian Maria Ottolini (6 mesi e 10 giorni), Giacomo Buffoni (6 mesi e 10 giorni), Danilo Ghedini (5 mesi e 10 giorni), Attillo Conterno (5 mesi e 10 giorni), Silvano Silvani (5 mesi e 10 giorni), Attilio Alioli (5 mesi e 10 giorni). Settimo Rampazzo (5 mesi e 10 giorni).
Nell’aula del palazzo di giustizia di Torino, sul cui portone esistono tuttora ì fasci littori, erano continuate nel tardo pomeriggio di giovedì e nella mattinata di venerdì le arringhe dei difensori dei 47 compagni della Rhodiatoce di Verbania.
La linea della difesa si è articolata, oltre che sulla difesa del diritto di sciopero con tutte le implicazioni che questo significa, e sula assurdità delle Interpretazioni date dal pubblico ministero Cordero di Vonzo del reato di blocco stradale, sulle contraddizioni e la mancanza assoluta di prove d’accusa. In sostanza la difesa ha chiesto ai giudici di giudicare secondo le prove e non secondo quello che un avvocato ha definito «un gioco di magia» per cui molti imputati sono stati accusati non perché qualcuno li ha visti, ma perché la loro macchina è stata vista a 500 metri dal luogo del presunto blocco. Altri sono stati accusati per presunti blocchi avvenuti In giorni in cui non erano a Verbania. Il caso più clamoroso è quello di Giancarlo Tartaro, accusato di aver partecipato al secondo blocco della ferrovia mentre quel giorno era al ministero del Lavoro a Roma per condurre lo trattative con la direzione Rhodia.
Dalle arringhe del difensori e emersa la figura del capitano del carabinieri Puoti che sistematicamente, noi giorni dei presunti blocchi ha stilato rapporti In cui affermava di non aver riconosciuto nessuno dei partecipanti perché gli era Impossibile, e in un secondo rapporto elencava i nomi del riconosciuti senza spiegare li cambiamento di posizione. Sul particolare del blocco ferroviario un’altra figura di rilievo è quella del brigadiere Bufano che In aula, a Verbania, ha affermato di aver visto gli imputati durante li blocco, mentre il capitano ha affermato, sia nel rapporto sia nella deposizione, di essere entrato da solo nella stazione. Altro personaggio attendibile è il vice questore di Verbania che affermava di aver riconosciuto gli Imputati ed elencava come ulteriori testimoni tre poliziotti, due del quali affermano di non aver visto nulla.
A dare il senso del grottesco delle richieste di pena, è il caso di una imputata per cui è stato richiesto un anno di reclusione: le uniche prove a suo carico sono date dalla testimonianza di un poliziotto che ha affermato di averla vista durante un presunto blocco sul marciapiede della via.
Su queste prove il tribunale deve decidere. Su queste prove il pubblico ministero ha chiesto oltre 40 anni di galera.
C’è poi la questione delle attenuanti per particolare valore sociale, che i difensori hanno chiesto In via subordinata qualora il tribunale, nonostante la mancanza di prove, decreti la colpevolezza dei compagni. Su questa questione il pubblico ministero ha dichiarato, già al momento della sua requisitoria, la sua totale opposizione. Per sostenere la applicabilità delle attenuanti del «particolare valore sociale» sono state ricordate le caratteristiche della lotta alla Rhodia. Una lotta che aveva come primo obiettivo il rifiuto della smobilitazione parziale della fabbrica che la direzione aveva annunciata. Una lotta che portò all’assunzione alla Rhodia di altri 300 operai dando un grosso contributo all’economia eli tutta la zona, allora come oggi minacciata dalla disoccupazione. Una lotta per la parità normativa operai-impiegati, che affrontava un problema di giustizia sociale. Una lotta infine non diretta da pochi dirigenti sindacali «da dietro il loro tavolino» ma dalle assemblee operaie.
Ma questa è proprio l’accusa che si fa ai compagni di Verbania. Lo dimostra l’Incriminazione per blocco stradale perché gli operai delle Rhodia e di altre fabbriche che avevano portato allora i soldi raccolti nelle loro fabbriche per sostenere la lotta, uscendo dall’assemblea — erano circa 400 — hanno rallentato il traffico per pochi minuti. Come dimostra il rapporto dei carabinieri che giunti sul posto dopo 15 minuti non hanno trovato niente di anormale.
Proprio contro le attenuanti per particolare valore sociale si è scagliato il pubblico ministero nella sua replica, in cui ha sostenuto, con un livore anti-operaio che difficilmente si è precedentemente visto in un tribunale, che la lotta della Rhodia non aveva niente di sociale, che gli operai lottavano solo per problemi propri. Che le lotte sono solo lotte egoistiche che gli operai fanno per migliorare solo le proprie condizioni, «gli operai chiedevano le 40 ore di lavoro settimanale, non lottavano per i disoccupati, ma solo per lavorare di meno».
[i] In questo articolo di Luciana Castellina un ricordo di Gianni Montani: Viaggio nella Torino che ha inghiottito il suo passato.
[ii] Gli originali che ho potuto consultare sono depositati presso la Biblioteca Aldo Aniasi della Casa della Resistenza in connessione col fondo “Alberganti Albertini” del Centro di Documentazione.
Non mi ricordo chi l’abbia detto (o scritto), forse Franco Fortini.
«Tutti gli adolescenti scrivono poesie, ma pochissimi diventano poeti»
Le prime di cui ho ritrovato traccia scritta nei miei quaderni risalgono ai miei sedici anni. Lontane non solo nel tempo.
Quelle che sotto trascrivo sono invece le mie due penultime scritte quando ormai ne avevo quaranta di anni e, tutto sommato, mi ci ritrovo, mi riconosco anche oggi che sono alla soglia degli ottanta.
Due penultime, dicevo, perché pochi anni dopo avevo scritto un piccolo poema che ho fatto leggere alla mia collega ed amica Patrizia. È stata drastica: “Non è proprio il tuo genere!”. Ho seguito il suo implicito consiglio e da allora di poesie non ne ho scritte più.
La prima delle due era evidentemente influenzata dalla mia frequentazione della narrativa fantascientifica; ne avevo anche fatto copia sulla carta argentata della piccola stampante dello Sinclair Spectrum +, il mio primo PC. La seconda da due fatti di cronaca.
L’astronauta
Cari amici*
vi scrivo
da un altro pianeta
vorrei
potervi vedere
ancora una volta
vorrei
potervi dire
che tutto quanto
abbiamo fatto insieme
non sempre è riuscito
ma che comunque
ogni volta ancora
lo rifarei se potessi
rifarlo insieme a voi.
Cari amici
vi dico
che lontano dal mondo
dove tutto è diverso
tutto sembra uguale
o forse tutto è uguale
anche se sembra
un mondo diverso.
Cari amici
non importa …
la distanza del tempo
pesa più dello spazio
…
qualcosa abbiamo fatto
…
se non si vede il segno
è perché la vista
ormai ci fa difetto
ma dentro noi
ciò che nessuno vede
si sente
eccome!
29.XII.86
* Amici del ‘68
¿Quien sabe? **
Dio è morto.
Rimane il peccato
resta la colpa
l’innocenza è scomparsa
lucciole addio.
Dio è morto
la violenza non trova “Causa”
non ricerca bandiere
non si giustifica più.
Si esercita.
Talvolta cruda
talvolta asettica
cruda e senza senso
asettica e rispettabile.
Cruda nei poveri
cruda per rabbia
cruda per impotenza.
Asettica e ricca
asettica e benemerita
asettica per “fama” e denaro.
La prima scandalizza, sconvolge
si butta in prima pagina.
L’altra si nasconde e trasfigura:
quante buone intenzioni!
quanti buoni affari!
A Palermo una lapide di bimba.
A Montevideo un piccolo desaparecido.
** A Palermo due sottoproletari hanno seviziato e ammazzato la loro piccola “perché piangeva troppo”. Da Montevideo le prime notizie di traffici di bambini per farne “organi” da trapianto.
PS. Le illustrazioni sono tratte dagli album de L’Incal di Moebius in collaborazione con Jodorowsky.
Di seguito la riproduzione dei testi originari.
Scartabellando fra i miei vecchi quaderni ho trovato questa nota diaristica su una lezione di filosofia del 7 marzo 1994.
Non la ricordavo.
Mi è sembrata carina e non del tutto inattuale.
La ripropongo di seguito
7.3.94
Classe III SUS [Scienze Umane e Sociali]
Zenone ovvero dell’arte culinaria
Studente. Ma perché Zenone deve complicare le cose in questo modo?
Insegnante. È vero, la filosofia, il ragionamento complicano la vita.
S. Se ne potrebbe fare a meno, sarebbe tutto più semplice.
I. Certo, si potrebbe vivere tranquillamente senza pensare.
Molti lo fanno.
È come cucinare senza sale e senza aromi, si può benissimo vivere (o “sopravvivere”) mangiando sciapo.
Chi preferisce vivere “sciapo” è meglio non si imbarchi nello studio della filosofia.
Il 4 febbraio 2013 inauguravo questo blog con l’editoriale Frammenti similari di speranza e successivamente con articoli legati in particolare ai temi della memoria, della violenza di genere, della condizione giovanile oltre a letture di testi direttamente o indirettamente connessi a queste tematiche. Non ho solo voluto, come ricordato nell’editoriale d’apertura, superare i limiti dei social allora più in uso, ma anche sfruttare le potenzialità mediatiche: immagini e soprattutto testi che più esattamente costituiscono degli ipertesti con link interni e tag che permettono di approfondire e allargare il temi affrontati.
Con gli anni gli argomenti si sono ampliati e sono stati “accolti” alcuni importanti contributi di amici che hanno voluto contribuire arricchendo e approfondendo le tematiche.
Con il presente siamo a 167 articoli, circa 13 all’anno.
Lo scopo era quello di raggiungere un pubblico più vasto sia locale sia più ampio. Con 36 abbonati (ovviamente gratuiti) e soprattutto con le 84.450 visualizzazioni dall’esordio ad oggi (con una media di 6.500 all’anno) posso affermare che da questo punto di vista l’obiettivo è stato raggiunto. L’altro obiettivo, in particolare su alcuni argomenti, era quello di offrire uno spazio al confronto e al dibattito: il numero di commenti è stato decisamente basso, in media uno ogni due articoli (86 su 166) il più delle volte limitati a poche parole di gradimento senza entrare nel merito.
I dieci articoli più visualizzati dal 2013:
Alcune riflessioni sul femminicidio e sulla violenza di Andrea Bocchiola e Sonia de Cristofaro: 7 febbraio 2013
Il testo unico fascista (1929 – 1943): 14 luglio 2016
Trarego 25 febbraio 1945:14 febbraio 2014
Le SS-Polizei in Ossola e nel Verbano (1943 – 1945):12 settembre 2018
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L’Ossola libera e le “Repubbliche” partigiane: 23 ottobre 2014
Peer & Media education: 23 settembre 2015
La “Festa della Liberazione” a Stresa, 75 anni fa:17 aprile 2020
Ermanno, la Colonia Motta, la guerra:7 Maggio 2018
Adulti feriti e amati bambini di Nives Cerutti: 17 ottobre 2013
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Hedy Lamarr diva dimenticata scienziata ignorata
La strage del Lago Maggiore. Una lenta emersione
Il testo unico fascista (1929 – 1943)
Cleonice. Il lungo cammino della memoria
Buona lettura.
Commenti e proposte di collaborazione sono ovviamente benvenuti.
Nei vecchi file del PC sono riuscito a recuperare l’unità didattica di filosofia su Immanuel Kant e il criticismo. Quella scansionata è la sua ultima versione che risale al 2001. Fare i conti con Kant e leggerne passi significativi lo consideravo non solo momento centrale della storia del pensiero, ma soprattutto una sorta di porta di ingresso per accedere alla filosofia contemporanea.
La sollecitazione iniziale, atta a superare una concezione ingenua della visione (e implicitamente di tutta la sensazione), era attivata con un breve filmato in cui Oliver Sacks ricordava la reazione di un suo paziente, cieco dalla nascita, dopo un trapianto oculare. Quando gli vennero tolte le bende alla domanda di cosa vedesse rispose: “Un turbinio di luci da cui esce la sua voce” riferendosi al viso di Sacks. Il paziente non recuperò la vista delle forme, il suo cervello adulto non era più in grado di organizzare gli stimoli visivi e nello stesso tempo la sua precedente organizzazione dello spazio (svolgeva attività in campo meccanico) ne risultava compromessa. Quello che avrebbe dovuto costituire il “dono della vista” diventò per lui una maledizione.
La lettura e il commento dell’icastico passo di Borges che apre la dispensa fa poi risaltare l’ingenuità di una rappresentazione della conoscenza quale copia della realtà. Discorso approfondito con il concetto di gnoseologia nel suo significato generale e nel suo sviluppo.
A seguire l’articolazione del pensiero kantiano nei suoi riferimenti e nelle sue fasi precritiche e critiche con un cenno finale alla filosofia del diritto e della storia.
La dispensa, concepita ovviamente quale supporto a esposizione e discussione orali, è scaricabile > QUI <







































































