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La mostra fotografica dell’Ossario di Scareno e il partigiano Marmelada *

“Scareno culla della Brigata Alpina Cesare Battisti – Ignoti eroi immolatisi per la Libertà 1944-1945”. Così recita la lapide sulla sommità dell’Ossario di Scareno. Costruito nell’immediato dopoguerra per iniziativa del parroco don Antonio Bottacchi e di Paolo Zucchi (Palin), oste e figura di spicco della comunità locale, con la collaborazione di gran parte del paese, raccoglie i resti recuperati di otto caduti rimasti ignoti, probabilmente colpiti dai bombardamenti durante il rastrellamento del giugno 1944. Le spese per il materiale furono in parte sostenute dallo stesso parroco che aveva fatto vendere un autofurgone donato al paese dai partigiani in riconoscimento della collaborazione durante la guerra, anche per evitare un conflitto con Aurano che lo pretendeva. La parte restante del finanziamento venne dal CNL di Busto Arsizio. Per la Battisti Mario Manzoni Marmelada, con il suo stile “silenzioso”, ne ha seguito la realizzazione. L’Ossario venne inaugurato il 16 giugno 1946.

Ossario di Scareno

Due decenni fa il Comune di Aurano (di cui Scareno è frazione) aveva allestito una bacheca lignea con informazioni essenziali sull’Ossario e il suo significato storico, bacheca recentemente deterioratasi. Per iniziativa della Proloco di Aurano e del Comune è stato chiesto all’ANPI di Verbania e alla Casa della Resistenza materiale fotografico e testi per 10 pannelli da collocare nell’area antistante all’Ossario. I contenuti concordati riguardano la storia della Cesare Battisti, il ruolo del paese durante la resistenza, nascita e significato di un’area monumentale che lega in modo profondo una formazione partigiana con quella comunità montana. Le foto sono state reperite dal nostro Centro di documentazione e da Flavio Maglio dell’ANPI di Verbania anche in collaborazione con la famiglia Manzoni. Ho curato i testi seguendo quale criterio la riduzione all’essenziale dell’aspetto informativo, dando massimo spazio alla selezione di testi narrativi: in tal modo ogni pannello, in prospettiva di visite anche scolastiche, è accessibile a fruitori di ogni età, costituisce un’unità tematica autosufficiente, mentre la articolazione complessiva della mostra intende costituire una narrazione completa. La mostra è stata inaugurata domenica 9 novembre in occasione della tradizionale castagnata. Sono intervenuti due figli di Marmelada e Paola ha portato con voce commossa il ringraziamento della famiglia.


Ossario di Scareno. La mostra fotografica

Scareno ai tempi della Resistenza

Rileggendo testimonianze e racconti[1] ho notato come, mentre si afferma che non vi erano partigiani di Scareno, e nemmeno staffette, viene più volte utilizzato il noi parlando di partigiani e Resistenza: partigiana era nel collettivo sentire l’intera comunità del Paese. Scareno paese partigiano. Ricorda Nino Chiovini quanto avvenuto durante il rastrellamento del giugno ’44:

“È subito dopo la fine dei combattimenti [18 giugno] che scatta spontaneamente l’aiuto popolare teso a sottrarre partigiani non meno che i renitenti dei villaggi, alla caccia nemica. Il villaggio di Scareno, comunità in senso lato di un centinaio di abitanti, si muove con tempestività ed efficacia; ancora oggi alcuni dei suoi abitanti, assurti alla statura di personaggi (gente come il Palìn, la Clementina, la Giulia, il Pinisùn) sono ricordati dai superstiti per l’astuzia e il coraggio con cui seppero scovare i partigiani dispersi entro la sacca nemica a ridosso del Monte Zeda e del Vadàa, rifocillandoli, assistendoli se feriti, dirottandoli in luoghi più sicuri, tenere i collegamenti.”

E alla fine di luglio, mentre sta ritornando con la volante da una azione, annota sul diario:

Palin (a sinistra) con la famiglia

“Da stamattina siamo in cerca della “Battisti”. Tutto il giorno camminiamo. A La Rocca finalmente troviamo Palin. Non è un partigiano, ma fa lo stesso: Palin dice che la Battisti è tutta a Scareno, a casa sua. Palin, nella “Battisti” è conosciuto anche dalle reclute. È un abitante di Scareno e per noi è staffetta, guida, albergatore, portaferiti, becchino, tutto. È una istituzione da premio Nobel”.

Chi era “il Palin” citato in tante memorie? Anagraficamente Paolo Zucchi nato nel 1899 e deceduto nel 1981. Oste del paese, figura un po’ controversa si è detto talora per il suo ruolo nella organizzazione del contrabbando. Di fatto portavoce dell’intero paese. Alla Rocca, alpeggio sovrastante, in una baita, apparentemente diroccata viene installata una infermeria per partigiani feriti e nascondiglio durante le puntate nazi-fasciste, uno dei luoghi ove vengono messe in sicurezza staffette e infermiere quando la banda scende per le sue puntate.

 Un ricordo raccolto dalla Associazione “Il Dragone di Piaggia” ci dà uno spaccato della sua personalità:

«Il Palin era uno sveglio, uno che sapeva cogliere le occasioni, un barzellettiere, soprattutto con un bicchier di vino in più. Quando scendeva al mercato, con un galletto sotto braccio, a chi gli chiedeva “Palin, dove vai col gallo?” rispondeva “Vo’ a fal registrà: canta trop tardi“». È Cesare, all’epoca bambino, a raccontarci questo aneddoto, in cui la battuta sul gallo-orologio ci fa capire il personaggio, sicuramente arguto, ma anche geloso dei fatti suoi.»

Don Antonio Bottacchi, alpinista

L’altro personaggio centrale nella vita del paese è don Antonio Bottacchi, sacerdote e alpinista; nato a Cannero nel 1920 è parroco di Scareno durante la guerra, poi trasferito nel 1953, sempre come parroco, a Bée, incarico che espleterà per vent’anni sino alla morte (12 novembre 1973). Ho sopra ricordato il suo ruolo nella costruzione dell’Ossario e il reperimento dei fondi ma, come ha raccontato Cesira Morandi, parte di quanto ottenuto con la vendita del furgone donato dai partigiani è andato a beneficio dell’intero paese:

“Con quei soldi lì ab­biamo fatto l’Ossario … E ci abbiamo fatto anche un acquedotto per conto nostro, riservato del Comune; per 30 anni era nostro. Un acque­dotto, da sù alla Mufa venendo giù, abbiamo fatto una fontana sulla piazza, una fontana lì sotto, un’altra fontana giù nella strada che è poi quella che c’è ancora e tutta la gente si sono tirati l’acqua nelle case. E l’acqua è rimasta a noi per 30 anni.

Mario Manzoni Marmelada

Steppio. Marmelada (a sinistra) con Mosca e Arca

L’ultimo pannello della mostra è dedicato al partigiano Marmelada, autore del testo più completo e “vivo” sulla Brigata Cesare Battisti (Partigiani nel Verbano), le cui ceneri, per sua esplicita volontà, sono state deposte nell’Ossario dopo la morte (31 gennaio1982).

Quando nel 2008 mi ero occupato del recupero in Word del testo originario (Vangelista 1975) per realizzarne in accordo con la famiglia una seconda edizione, oltre alla precisione del trasferimento (l’OCR utilizzato non era particolarmente affidabile ed era poi necessario un riscontro puntuale) mi ero prevalentemente interessato alla dimensione storica della lotta partigiana. Mi era un po’ sfuggito quello che, con sensibilità letteraria già nel ’75 Mario Bonfantini aveva colto nella introduzione.

E un altro personaggio, di non minore interesse si impone in questo libro: l’autore stesso, con la sua storia davvero esemplare. Mario Manzoni, d’una famiglia di bravissimi ope­rai milanesi (rione Gorla), di quella gente che io soglio chia­mare quando è il caso la nostra “nobiltà popolana”, sfollato con i suoi in quel di Intra e ivi entrato ragazzo a lavorare in un’industria in quella fine del settembre ‘43, saputo di un gruppo di “ribelli” appena formatosi nella montagna vici­na, sentì sorgere irresistibile dentro di sé il richiamo a unirsi a loro e ci riuscì. Aveva diciott’anni.”

Nato a Milano il 25 luglio del 1925, Mario respira l’avversione per il fascismo all’interno della famiglia dove nei giorni di festa, alla fine di una tavolata «si arrivava alla cantata cora­le:Vegn chi Ninetta sota l’umbrelin – vegn chi Ninetta te darù un basin”. Più tardi mi resi conto che si cantava sul­l’aria di Bandiera rossa». Il padre è stato arrestato nel novembre 1942 e riuscirà ad uscire dal carcere solo nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre ’43. La famiglia nel frattempo era sfollata ad Arizzano e Mario aveva trovato lavoro all’azienda SAFAR (sfollata da Milano) di apparecchi radiofonici. Quando però viene a sapere «che un gruppo armato operava sui monti della valle Intrasca, alle spalle di Intra, decisi di raggiungerlo.» Era il 17 dicembre e la narrazione inizia da quel giorno. Il suo non è un diario partigiano, anche quando non può fare a meno di parlare di sé il focus è altrove, quasi a nascondersi dietro una vicenda vissuta e raccontata come esperienza collettiva. È dunque fra le righe, in una sorta di retrotesto, che possiamo ricostruire il suo importante ruolo all’interno della Battisti.

Sull’origine del suo nome di battaglia ecco cosa ci racconta:

Le missioni notturne mi consentono di passare da casa ad Arizzano, ove mi rifornisco. Fra l’altro mia sorella prepara ottimi vasetti di marmellata che a Sciangai [Alpe Steppio] divido con i compagni e che mi procurano un singolare nome di battaglia: ormai non mi chiamano più Mario ma Marmel­lata. Inoltre a casa fanno economia di tesse­re del pane che utilizzo a Intragna, e la Gibì, conosciuta quando venivo ad Arizzano in villeg­giatura, mi fornisce riso e pasta da portare a Sciangai.

Il rapporto di collaborazione fra La Battisti e la comunità di Scareno è precedente al rastrellamento di giugno e Marmelada vi ha avuto un ruolo non secondario. Nel maggio ’44 i maggiorenti del paese avevano contatto Arca per chiedere aiuto contro una banda di renitenti all’ultimo bando di arruolamento della RSI che compivano continui furti nella zona. Viene inviata una squadra comandata da Marmelada che li arresta e li costringe a confessare.

Chiedo ai danneggiati che pena infliggere: visto che non si esprimono, propongo di lasciarli andare a patto che entro due ore non si facciano trovare entro un raggio di 30 Km, in caso contra­rio verrebbero fucilati. Il Palin, a nome dei presenti, si di­chiara soddisfatto e ci ringrazia per il pronto intervento”.

Bivacco davanti al Rifugio CAI distrutto. Marmelada al centro

Nel Convegno svolto a Domodossola nel 2004 sui mezzi di comunicazione partigiani[2] viene ricordato l’esemplare l’utilizzo di ricetrasmittenti realizzate da tecnici e operai della SAFAR di Intra ma il ruolo di Manzoni non compare. Lui stesso lo nasconde, assegnandosi una parte secondaria anche se è evidente che l’iniziativa di contattare il suo ex caporeparto della fabbrica con cui aveva condiviso amicizia e sentire antifascista non può che esser venuta da lui. Nell’aprile del ’44 il comando della Cesare Battisti si era trasferito da Steppio al rifugio CAI del Vadàa, posizione fra l’altro ottimale per radiocomunicazioni con le altre formazioni e la Svizzera.

L’ing. Vassallo della Safar, capo del reparto dove ho lavorato, ha costruito con i suoi operai piccole ricetrasmittenti a dinamo, azionate da manovelle. Gli appa­recchi arrivano al Vadàa assieme a un’altra più potente, alimentata da batterie. Due pic­cole sono inviate al Cavallone [Giovine Italia] e in Val Grande [Valdossola] per collegarci, mentre la grande resta al Vadàa e Mosca cercherà contatti con gli anglo-americani per ave­re un aviolancio di armi. Per le batterie l’incarico viene affidato a me che vengo sosti­tuito a Piaggia. Bisogna prenderle a Cargiago di notte, mentre di giorno l’ing. Vassallo le fa ricaricare.”

Partecipa alla liberazione di Cannobio il 3 settembre ’44 e rimane a difesa della cittadina mentre il grosso della formazione risale la Cannobina per partecipare alla liberazione dell’Ossola. Quando il 9 settembre i fascisti con forze soverchianti rioccupano il paese, riesce a nascondersi e due giorni dopo, con una caviglia slogata, mettersi in salvo.

 “Cammino per 4-5 ore finché, al limite di fatica e dolore, arrivo a una baita. Sulla porta un uomo mi dice che più avanti, in altra baita, c’è la sua famiglia e mi consiglia di raggiungerla; se dovesse salire qualcuno farà in tempo ad avvertirmi. Stringendo i denti, proseguo per un’altra mez­z’ora prima di arrivare. La moglie, mentre mi scalda una tazza di latte, dice che anche il figlio è coi partigiani ma non sa dove. Al mattino mi indicano il sen­tiero per Calachina ove troverò i partigia­ni. Pian piano vi arrivo e la prima che in­contro è la Margherita di Intragna, staf­fetta della Battisti che, vedendomi, scoppia a piangere abbracciandomi: a Cannobio mi avevano dato per morto.”

Rientrato nei ranghi durante l’esperienza in Ossola, dovrà passare alcuni mesi di internamento in Svizzera, espatriato per curare una grave pleurite degenerata in polmonite. Rientrerà in aprile a ridosso della liberazione passando dalla Casa Battiti (Posto 24) di Ascona e successivamente rientrando in Italia dal Limidario.

Dopo la liberazione di Intra del 24 aprile è con la Battisti traghettata sulla riva lombarda del lago per raggiungere Milano.

Il 26 aprile la brigata “Battisti” riceve l’or­dine di imbarcarsi e trasferirsi a Varese, mentre la “Val Grande Martire” viene dirottata verso Stresa-Arona per bloccare una colonna nazifascista. … La mattina del 29 la “Battisti” raggiunge Milano. L’autocolonna dopo aver attraversato piaz­za Duomo passa da piazzale Loreto dove è appeso il corpo di Mussolini con la Petacci e altri gerarchi. Vedere il suo corpo senza vita, dopo che tante vite ha stroncate con la sua irresponsabilità, mi fa pensare quan­to effimera possa essere la potenza di un dittatore, e quale follia che un uomo possa decidere delle sorti di un popolo.

La nostra autocolonna prosegue fino via Bodio, vicino al ponte della Ghisolfa. Di lì raggiungo in bicicletta la mia ca­sa, dove riabbraccio tutti i miei. La gente semplice del quartiere mi fa una gran festa, che mi riempie di contentezza.

Scareno, anni ’50. Marmelada al centro

Il suo Impegno partigiano non si esaurisce con la liberazione ma prosegue presso l’Ufficio Stralcio della Divisione Alpina “Mario Flaim” per realizzare l’elenco di Caduti e feriti della “Cesare Battisti” ai fini del riconoscimento ufficiale presso la Commissione Lombarda. Un’attività che rinsalda il suo legame morale ed affettivo con la formazione.

A Milano riprende poi il lavoro alla SAFAR e, dopo la chiusura dell’azienda, in altre fabbriche metalmeccaniche impegnandosi nell’attività sindacale della FIOM.  Si è sposato nel 1953 ed ha avuto tre figli.

Non ha mai rivendicato gradi militari o risarcimenti nella piena condivisione del sentire della Battisti così espresso nella chiusura del suo libro:

“Dello spirito con cui abbiamo lottato è prova la decisione da noi presa in una riunione tenuta da Arca alla villa Ca­ramora: tutti unitamente abbiamo rinunciato a qualsiasi ricompensa al valore o risarcimento danni per i viventi, e anche al riconoscimento dei gradi raggiunti nel CVL. Ciò cui noi non abbiamo rinunciato invece è la volontà che nel no­stro Paese si realizzino giustizia sociale e progresso, che il fascismo sconfitto con le armi non riproduca mai più il suo cancro dentro la nostra repubblica fondata sui lavoratori.”

Riposa in quel di Scareno insieme a partigiani ignoti.

* Pubblicato sul n. 1/2026 di Nuova Resistenza Unita


[1] Fonti principali: M. Manzoni, Partigiani nel Verbano, Verbania 2009; N. Chiovini, Fuori legge???, Tararà 2012; A. Bardaglio–M. Spadacini, Donne e resistenza nel Verbano, Sedizioni 2013; P. Giacoletti, Arialdo Catenazzi: un partigiano si racconta, Anpi Verbania 2017; Associazione Il Dragone di Piaggia, I tedeschi sembravano dappertutto: Piaggia e la Resistenza” (ciclostilato).

[2] La stampa ed i mezzi di comunicazione dei partigiani e della repubblica dell’Ossola, Teatro Galletti, 8 ottobre 2004.

Una parola: Neoliberismo

Le Poste Italiane, non trattano certo bene i periodici dei piccoli editori: i ritardi nella distribuzione sono sempre più pesanti. Sta arrivando solo in questi giorni il numero 1/2026 di Nuova Resistenza Unita.

Da qualche anno vi edito una rubrica (Una parola) che cerca di mettere a fuoco alcuni termini che mi paiono rilevanti per una lettura del mondo attuale alla luce del contributo che la resistenza ci ha trasmesso.

La voce di questo numero è dedicata al Neoliberismo, concezione ideologica che pare attraversare trasversalmente l’intero mondo contemporaneo e che trova oggi i suoi più radicali sostenitori in governi e forze politiche definite di destra-destra che spesso non nascondono il loro richiamo e nostalgia al fascismo sia pur passando da una politica statalista all’abbraccio dell’individualismo neoliberista.


Bisogna recuperare il senso delle parole, è questo il lavoro essenziale di uno scrittore, aiutare a pulire il dizionario (Eduardo Galeano)

Ci sono parole che ribaltano la loro etimologia. Neoliberismo è una di queste: rappresenta una teoria e una sua concretizzazione, che nulla ha a che vedere con la libertà comunque la si intenda sia come libertà individuale che politica e/o sociale. Un rovesciamento che è nello stesso tempo un mascheramento dietro il richiamo ad un valore (la libertà) incontestabile.

Non si tratta di una nuova (neo) teoria economica; in questo ambito non fa che riprendere il Laissez faire, laissez passer settecentesco alla base del liberismo economico.

Non esiste la società, esistono solo gli individui”: è con questa lapidaria affermazione che la leader britannica Margaret Thatcher, primo ministro negli anni ’80 del secolo scorso, ha reso evidente il retroterra culturale della sua ferrea politica neoliberista anti operaia e antisindacale. Una concezione complessiva della società e dell’agire politico che si è trasformata in una vera e propria ideologia e che ha un riferimento teorico preciso: Friedrich Von Hayek (1899-1992). Austriaco, naturalizzato britannico dopo l’Anschluss, la cui opera più nota è La società libera (1960)[1]. Non solo critica radicale di ogni intervento statale che limiti l’azione del singolo ma anche di qualsiasi forma associativa e azione collettiva, a partire da quelle sindacali. La stessa democrazia rappresentativa è vista da Von Hayek quale ostacolo all’azione del singolo.

Sempre negli anni ’80 analoga a quella della Thatcher, dall’altro lato dell’Atlantico, è la politica di Ronald Reagan ispirato dall’altro teorico neoliberista, lo statunitense Milton Friedman (1912-2006). Nel decennio precedente era stato un gruppo di suoi allievi (i “Chicago Boys”) a impostare l’economia cilena dopo il colpo di stato di Pinochet (11 settembre 1973) tramite una radicale privatizzazione. Ammirato il giudizio di Von Hayek: “Nell’era moderna ci sono esempi di governi autoritari in cui la libertà personale è più al sicuro che nella democrazia”. Le migliaia di vittime del regime cileno evidentemente non contano.

In sintesi i corollari di questa ideologia. I reciproci rapporti fra “gli individui” (come quelli fra Stati) sono regolati dalla competizione che spontaneamente genera l’ordine sociale. La libertà del cittadino viene sostituita dalla “prestazione”: tutti “possono provarci”, se riescono è loro merito, se falliscono loro responsabilità. Le diseguaglianze con la concentrazione della ricchezza non ne sono che l’inevitabile e naturale conseguenza.

Tutti i beni e i servizi devono esser privatizzati, anche quelli immateriali come la comunicazione, la cultura e l’educazione.

Le merci sono più importanti degli uomini: devono poter circolare, mentre la “circolazione” umana (emigrazione/immigrazione) può provocare ostacoli al “libero” mercato. L’eventuale imposizione di dazi non contraddice la politica neoliberista ma diventa ulteriore strumento atto a regolare e ridefinire i rapporti di forza fra gli Stati.

Alcuni richiami atti a contrastare questa ideologia e le sue conseguenze antidemocratiche e antisociali.

Per l’illuminista Immanuel Kant (1724-1804) la ragione e la moralità connaturate all’uomo lo orientano verso la felicità. Sul piano storico politico questo significa porsi come fine la Pace perpetua[2]. Sua premessa è la “Costituzione repubblicana dei singoli stati” (Stato di diritto) e la federazione fra gli Stati che ne impedisca i conflitti armati. Suo esito la possibilità di ogni uomo a trasferirsi in ogni parte del mondo con gli stessi diritti dei cittadini residenti: nessuno straniero deve venir trattato da nemico.

Per il premio Nobel per l’economia (unica donna a riceverlo) Elinor Ostrom (1933-2012), teorica e paladina dei beni comuni, il sapere deve esser tutelato dalle “recinzioni” (alti pagamenti e divieti) che tendono a monopolizzarlo. “La conoscenza è il regno del pubblico e quanto più possibile di essa dev’essere liberamente disponibile[3].

La Resistenza italiana dopo la liberazione ha dato vita in più parti d’Italia ai Convitti della Rinascita il cui scopo è “porre tutti i lavoratori ed i figli dei lavoratori su di un piano di effettiva libertà nel campo dello sviluppo morale, culturale e professionale[4].


[1] Ed. italiana, Vellecchi 1969

[2] Per la Pace perpetua, Editori Riuniti 1985

[3] Ch. Hess – E. Ostrom, La conoscenza come bene comune, B. Mondadori 2009, p. 22

[4] Statuto dei Convitti Scuola della Rinascita, art. 2 (marzo 1948)

Un articolo inedito riemerso dopo 11 lustri

Per festeggiare i suoi 55 anni il quotidiano il manifesto ha pubblicato il 28 aprile scorso, nel formato originale doppio rispetto all’attuale, il numero zero di prova che ha preceduto l’uscita in edicola. Quale aderente al Gruppo de il manifesto di Verbania ero stato designato a inviare le corrispondenza a partire appunto dal numero di prova. Non avevamo letto quella pagina ma solo ricevuto un telegramma di apprezzamento dalla redazione firmato da Luciana Castellina. Leggere dopo tanti anni quella corrispondenza è stata un’imprevista emozione; tra l’altro l’articolo arricchisce quanto sto raccogliendo e pubblicando sulle lotte della Rhodiatoce di quegli anni.

Questa, in calce alla pubblicazione inedita, la notazione della redazione:

16 aprile 1971. La prima pagina del numero zero, dodici giorni in anticipo rispetto al debutto: un giornale “vero” fatto con le notizie del giorno ma mai andato in edicola. Un manifesto che mai nessuno (al di fuori della redazione di allora) ha letto.



Citato anche nella testata, in basso a sinistra al di sotto dell’editoriale di Rossana Rossanda[1], l’articolo inviato che di seguito trascrivo

VERBANIA. Iniziative di lotta per il processo ai 48 operai

Verbania, Novara. Nelle fabbriche Rhodia, e soprattutto a Verbania, la pace sociale è ben lungi dall’essere restaurata nonostante denunzie e provocazioni. Anzi la tensione aumenta a mano a mano che si avvicina la data del 20 aprile, quando inizierà il pro­cesso contro i 48 operai e sindacalisti rei di essere stati protagonisti della fase acuta di lotta tra il 18 settembre e il 6 ottobre del 1970.

Come già nell’autunno del 1970, vicen­da giudiziaria e vertenza rivendicativa continuano a intrecciarsi. Oggi a Milano avrà luogo l’incontro tra le rappresentanze del sindacato e del pa­dronato sul premio di produzione nelle quattro grandi fabbriche del grup­po Verbania, Casoria, Villadossola e Novara. Questa trattativa si trascina dalla fine dell’autunno del 1970 e avviene in una situazione caratterizza­ta dal permanere della serrata nello stabilimento di Casoria e dalla sospen­sione di 1000 lavoratori in quello di Verbania. Sempre oggi, alle 10,30 un altro incontro tra sindacati e direzio­ne aziendale avrà luogo presso la Pretura di Verbania; l’incontro fa segui­to alla denunzia, da parte dei sinda­cati, della direzione aziendale Rhodia accusata di aver sospeso gli operai in violazione dello Statuto dei Diritti dei lavoratori.

Per il 20 aprile, giorno di inizio del processo, i sindacati intanto hanno proclamato uno sciopero nazionale del settore delle fibre sintetiche e artificiali. Mentre a Novara i sindacati pro­vinciali stanno discutendo dell’oppor­tunità di proclamare uno sciopero ge­nerale provinciale per il giorno del processo, la prima assemblea degli operai della Rhodia, tenutasi ieri, ha deciso per martedì due ore di sciopero e una manifestazione davanti al Tribunale. Gli studenti delle scuole medie e superiori di Verbania, che hanno partecipato con continuità alle lotte della Rhodia, hanno deciso di scioperare e manifestare per tutta la giornata dì martedì 20 aprile.


Passata la sorpresa ho inviato alla redazione de il manifesto la seguente lettera di ringraziamento[2]:

Un articolo di 55 anni fa

Ho ritrovato l’articolo che inviai al manifesto nel 1971: «Processo contro 48 operai e sindacalisti a Verbania». Leggere dopo 55 anni la mia corrispondenza sulla prima pagina inedita del numero zero del 6 aprile 1971, da voi pubblicata nel giorno del compleanno, è stata una piacevole sorpresa. Il processo sarebbe iniziato quattro giorni dopo. Tra gli imputati, operai, universitari, sindacalisti, sei erano stati colpiti da mandato di cattura. L’inaspettata sentenza sarà di assoluzione per «la convinzione di aver esercitato un diritto». Sul numero uno del manifesto del 28 aprile, Valentino Parlato ne racconterà esito e clima di un’aula affollata, tensione ed esplosione di entusiasmo dopo la lettura della sentenza, con tanto di internazionale e pugni alzati anche dalle toghe nere dei compagni avvocati. E poi il ritrovarsi nel ristorante del Nibbio per festeggiare e ragionare sulla prosecuzione della lotta.

Un percorso iniziato nel 1968 con un «Comitato operai studenti» che aveva poi affiancato il ciclo di lotte della Rhodiatoce davanti ai cancelli della fabbrica. Con la repressione è cresciuta la consapevolezza che lotte e spinte operaie non trovano autonomo sbocco senza una sponda politica. Così è nato il gruppo verbanese del manifesto che sotto la guida di Gino Vermicelli ha saputo riunire più generazioni: l’esperienza partigiana di Gino, Nino Chiovini e Giuseppe Perozzi, la volontà di lotta delle avanguardie operaie, lo spirito di ribellione degli universitari e la volontà di protagonismo di studenti medi e cittadini. Ero stato designato a inoltrare (con appuntamento telefonico) le corrispondenze frutto del lavoro collettivo e il quotidiano ha seguito regolarmente l’intero ciclo delle lotte operaie del Verbano sino al progressivo smantellamento del tessuto industriale che da noi ha precorso i tempi.

Contrastare l’oblio di una stagione di crescita politica collettiva mi pare doveroso. Un ringraziamento alla redazione.

Gianmaria Ottolini Verbania


[1] “La Cina sulla scena mondiale” un articolo attualissimo per i nostri giorni che così inizia: «Di che colore è la pallina di ping-pong che cinesi e americani si scambiano, facendo crollare in ventiquattrore l’immagine dell’isolamento cinese sulla scena del mondo? È una domanda lecita. Il valore politico dell’invito ai campioni americani è stato sottolineato da tutte le parti …».

[2] Pubblicata il 5 maggio, curiosamente a fianco di un’altra anch’essa di un verbanese. Infatti Francesco Leone è medico dell’ASL di Biella, ma è nativo di Verbania e conosciuto anche perché fratello di una nota compagna psichiatra Verbanese. Ne trascrivo il testo di strettissima attualità.

Il «problema» Askatasuna. Ho partecipato con la mia famiglia a Torino al corteo per la festa dei lavoratori, che dopo aver raggiunto piazza Castello è proseguito, con uno spezzone di centinaia di persone, verso corso Regina Margherita. Nessuna delle persone accanto a noi aveva un atteggiamento aggressivo, perlopiù erano ragazze e ragazzi e gli slogan del corteo erano rivolti oltre che alla difesa dei lavoratori, contro il genocidio di Gaza e a favore del ritorno in attività del centro sociale Askatasuna. Ho sentito interventi a favore dell’ecologia, del diritto alla casa e allo studio che, credo, siano i bisogni della nostra società contemporanea. Mi sono posizionato volutamente alla testa del corteo per capire cosa poteva succedere dall’incontro di una manifestazione nonviolenta ed uno schieramento di polizia in assetto antisommossa. Il dettaglio dello scontro che è seguito si vede in molte foto e video. Il bilancio personale è di qualche contusione, ma le riflessioni e le domande che restano sono tante. Il «problema» Askatasuna dura da mesi ma i fatti li vedono e li commentano, rischiando in prima persona, soltanto giornalisti e fotografi. Chi sono questi fantomatici «autonomi» o «facinorosi»? Sono i ragazzi e le ragazze che chiedono un luogo cittadino dove incontrarsi e fare politica. Quali sono gli «episodi da condannare» ai quali si riferiscono le autorità locali di entrambi gli schieramenti politici? La mia impressione è che se non inizierà un vero dialogo con la popolazione, corso Regina Margherita sarà teatro di molte altre tensioni. Francesco Leone Biella.


Gino Vermicelli, primi articoli su il manifesto quotidiano

Nel precedente post Lotte operaie e repressione negli articoli de il manifesto quotidiano avevo raccolto e pubblicato i principali articoli apparsi sulla nuova testata tra l’aprile e l’ottobre 1971, in sostanza il periodo intercorso tra il processo a Verbania agli operai della Rhodia (con relativa assoluzione) e quello di appello a Torino (con relative condanne). Tra quelli non firmati che ho ripubblicato ve ne era uno del 13 maggio (Politica della Rhodia e sfruttamento sono all’origine della crisi e della disoccupazione) che era, con buon grado di certezza, attribuibile a Gino Vermicelli. Bisognerà però aspettare quasi un anno perché compaiano articoli a lui esplicitamente attribuiti. Ne pubblico i primi tre in quanto, come mi risulta, non sono reperibili online né più ripubblicati[1]. Si tratta come vedremo di tre tipologie testuali diverse: una intervista in occasione del 25 aprile, un intervento nel dibattito successivo alle elezioni del 1972 a cui il manifesto aveva partecipato, e un articolo sul tema economico ed ambientale (Il progresso impazzito) che conferma la sua vista lunga sui processi del mondo in cui viviamo. Li considero assolutamente attuali e mi sono permesso di accompagnarli con alcune contestualizzazioni e accenni all’oggi.

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L’intervista pubblicata il 25 aprile 1972 è la terza in una pagina dedicata alla Liberazione, dopo quella ad altri due partigiani e Commissari politici: Riccardo Tenerini della Brigata “Francesco Innamorati” e Vittorio Ugolini della brigata Aquila ai quali vengono rivolte le stesse domande. Questo l’incipit

«Il Manifesto ha rivolto a tre compagni dirigenti della Resistenza un gruppo di domande tendenti non a celebrare astrattamente la guerra di liberazione, ma a ricordarne le origini, le caratteristiche politiche, i valori comunisti le vittorie e i problemi irrisolti. Per offrire non una ricostruzione complessiva ma una testimonianza diretta. Ecco le risposte dei nostri tre compagni.»

Gino Vermicelli

Commissario della X brigata Ga­ribaldi

DOMANDA. — Come furono trovate le armi?

RISPOSTA. — La guerra popolare di liberazione ha avuto inizio dopo lo sbandamento e l’autoscioglimento dell’esercito italiano. In quei giorni, tutti raccolsero armi da sol­dati sbandati, nelle caserme abbandonate ecc. Furono quelle le prime armi dei partigiani e durante tutta la guerra le armi italiane rimasero, una parte importante del loro ar­mamento.

Partendo da quelle prime armi fu possibile poi conquistarne altre al nemico. Una sentinella di guardia ad una ferrovia potrà fornire un moschetto, una macchina dei fascisti in transito darà alcuni mitra, un presidio che si arrende porta an­che armi più pesanti. Armi e munizioni si intende, perché le armi du­rano, ma le munizioni si esaurisco­no. Molto meno si è potuto contare sulle forniture alleate. Almeno per le formazioni garibaldine dell’Osso­la vi fu un solo lancio nel febbraio del 1944.

DOMANDA. — Come avveniva il re­clutamento? Con quali misure di si­curezza?

RSPOSTA. — Alla fine dell’estate del 1943, sulle Alpi e nelle cascine delle collide esistevano numerosi gruppi di soldati sbandati. Il colle­gamento politico con essi, la loro conquista ad un organizzazione ed iniziativa di combattimento fu la prima azione di reclutamento. Attorno a quei gruppi che si organiz­zarono meglio e avevano caratteristiche più combattive, affluirono al­tri uomini; antifascisti costretti a lasciare le città, operai minacciati di deportazione, giovani richiamati alle armi dalla Repubblica di Salò. Alcuni giungevano con credenziali politiche, altri si aggregavano a quelle formazioni dove esisteva qualcuno che poteva farsi garante.

Le formazioni partigiane della mon­tagna non erano un esercito clan­destino, ma un esercito alla mac­chia, che è una cosa diversa. Per cui le misture di sicurezza nel re­clutamento, se la cosa può interes­sare, erano date dalla vita collet­tiva ininterrotta, cioè dal fatto che ognuno controllava ogni minuto della vita di ogni altro.

Questa visione della guerra parti­giana in Italia, come guerra di po­polo, cioè guerra di massa è essen­ziale per capire la storia e rispon­dere ad ogni quesito sulla resi­stenza.

In una visione di guerra di popolo vanno visti i rapporti con la popo­lazione. Con gli abitanti del paese, le formazioni mantengono rapporti di correttezza e i partigiani singo­larmente rafforzano i loro legami di amicizia o di parentela. Questa è una prima garanzia, una popolazio­ne possibilmente amica. Natural­mente ciò non basta, e dunque le formazioni di montagna e di colli­na sono mobili, cioè non si fermano mai più di alcuni giorni nello stes­so alpeggio e nello stesso cascinale. Sul finire del conflitto, nella pro­vincia di Novara operavano circa 5.000 partigiani garibaldini, oltre agli altri, divisi in gruppi logistici di una trentina di uomini o anche meno. Quale dato poteva ricavare lo spionaggio nemico da un simile for­micolio?

DOMANDA. — Come avveniva la for­mazione politica? Qual era la dialet­tica politica nelle brigate Garibaldi? E nelle altre?

RISPOSTA. — Alla serie di doman­de sulla dialettica politica nelle for­mazioni partigiane e tra di esse, è difficile dare una breve risposta. Si deve ricordare che i partigiani con­ducevano una vita durissima. Essi dovevano combattere e sopravvive­re, organizzarsi contro la fame e il freddo, vivere in zone impervie, spostarsi a piedi continuamente. No, la vita politica nelle formazioni non rassomigliava assolutamente a quella di un collettivo studentesco. Il comunismo nasceva dai fatti più che dalla dialettica verbale. Nasce­va da una vita collettiva assoluta­mente egualitaria, dalla piena assunzione delle responsabilità da parte di ognuno, dalla riduzione a mi­nimi termini delle gerarchie. I par­tigiani formavano comunità di eguali uniti da stretti legami di so­lidarietà e di autodisciplina. Da lì nasceva il comunismo dei partigia­ni, almeno alla base. Diversa la si­tuazione nei comandi.

DOMANDA. — Dove ci furono le zone liberate, che giudizio dai oggi di quella esperienza?

RISPOSTA. — Anche per le zone liberate, il discorso è complesso. Durante tutta la guerra vi furono sempre zone praticamente liberate. Dove giungevano regolarmente i partigiani sparivano le vecchie au­torità costituite, e gli abitanti ge­stivano tranquillamente se stessi, durante mesi e mesi, senza nuovi gerarchi, mettendo a legge fonda­mentale una esigenza di solidarietà. Le grandi zone liberate, ad esempio da noi, la repubblica d’Ossola, fu­rono una cosa diversa. Lì si tentò di stabilire un potere, di affermare una autorità, sia pure espressa da uomini fra i migliori, e la cosa, a mio avviso, passò sopra la testa della gente senza lasciare tracce. Su quella esperienza devo dichia­rare, anche a costo di sollevare rancori, che si è costruita molta propaganda.

DOMANDA. — Trovi un rapporto tra la tua esperienza e la guerriglia cubana, la guerra di popolo di Giap, la «lunga marcia» di Mao? O si tratta di condizioni politiche trop­po diverse?

RISPOSTA. — Mi sembra che la resistenza italiana abbia avuto pun­ti di paragone con tutte le lotte armate popolari. Io sentirei quella esperienza molto vicina a quella dei compagni vietnamiti nella loro resi­stenza contro i francesi, o alla lotta antigiapponese dei compagni cinesi, riconoscendo ai compagni vietna­miti e cinesi un ben più alto livel­lo militare e politico. Più difficile un confronto con l’attuale guerra del popolo dell’Indocina. Lì lo scon­tro si svolge a livello tecnico mi­litare tale che esige obbligatoriamente una forza potentemente armata. Il fatto è che nel Vietnam un piccolo popolo sopporta da solo il peso della macchina militare del più potente stato imperialista. Al tempo nostro, a resistere ai nazisti, eravamo in molti in Europa e nel mondo. Le forze di occupazione do­vettero disperdersi e così si indebolirono e furono battute.

DOMANDA. — Come hai vissuto la fase politica del primissimo dopo­guerra?

RISPOSTA. — Dopo il 25 aprile i partigiani constatarono nel giro di brevissimo tempo di essere vittorio­si ma non vincitori. Furono applau­diti e subito disarmati. La loro lotta fu esaltata, ma la loro esperienza subito cancellata. Le vicende poli­tiche di quegli anni richiederebbe­ro una lunga trattazione. Vi furono nell’immediato dopoguer­ra alcuni sussulti di rivolta dei partigiani. Gruppi che tornarono in montagna, ribellioni episodiche dis­suase più che represse. E così ogni partigiano si trovò solo di fronte a un mondo che non era quello che aveva voluto e in parte vissuto sia pure nella durezza della guerra.

(il manifesto 25 aprile 1972)

 Sul giudizio negativo di Vermicelli sulla cosiddetta “Repubblica dell’Ossola” mi sembra utile una contestualizzazione. Relativamente al tema delle zone liberate la strategia militare del CVL e in modo ancor più esplicito quella delle formazioni Garibaldine erano esplicite: evitare in ogni modo di porsi in una situazione di difesa di un territorio.

 «L’occupazione di paesi non è fine a se stessa. Non si occupa per poi aspettare il rastrellamento nemico.» (CVL, Circolare del 25.06.1944)

«L’occupazione di paesi e vallate non deve affatto significare rinchiudersi nel limitato spazio occupato, quasi in una specie di repubblica indipendente, preoccupandosi di non essere rastrellati.» (Comando Generale delle Brigate Garibaldi: Direttiva del 18.06.1944).

Sul caso specifico dell’Ossola cito un testo che mi pare del tutto illuminante: è tratto da una intervista del 1992 (e pubblicata per intero nel 2006[2]) al Vicecomandante e successivamente Comandante della Valtoce Eugenio Cefis “Alberto”:

«Il giorno dopo la caduta di Piedimulera, un sacerdote di Domodossola ha mandato a dire a me e a Superti che i tedeschi erano pronti ad arrendersi pur di poter lasciare la valle. […]. Questa è stata la genesi della vicenda di Domodossola. Noi, in realtà, eravamo scesi per prendere armi e tornare in montagna ma a nessuno era passato per la testa di occupare Domodossola! Personalmente, venivo da cinque mesi di guerriglia partigiana in Jugoslavia e sapevo benissimo che se c’era qualcosa di folle era conquistare un centro abitato. La nostra tattica era di colpire e fuggire, ma mai abbarbicarci al territorio, perché il giorno ci si fosse abbarbicati al territorio le truppe regolari nemiche con i loro armamenti ci avrebbero schiacciati. Dunque, abbiamo finito di trattare verso le cinque o le sei in una trattoria della val Formazza con i tedeschi: i fascisti, che pure c’erano, non hanno mai interloquito. Il problema era però, per noi che volevamo il giorno dopo prendere le armi ed andarcene, che il nemico ci lasciasse le armi in luoghi prestabiliti e controllati. […] Abbiamo controllato che nelle due o tre caserme fossero depositate tutte le armi e, a controllo avvenuto, i tedeschi se ne sono andati, i nostri sono entrati in Domodossola e ci saremmo dovuti spartire le armi tra noi e Superti per poi tornare in montagna. Invece sono arrivati i politici, che noi vedevamo come fumo negli occhi, e hanno voluto formare la Giunta provvisoria di governo. […] Per due giorni ci sono state discussioni a non finire, dato che ci hanno costretti a fare quanto non era in programma: per motivi politici, ci hanno cioè costretti a fare dal punto di vista militare e operativo un nonsenso, a tenere la vallata abbarbicati al territorio facendoci bombardare dai mortai da 88.»

Un giudizio negativo ancor più netto di quello di Vermicelli da parte del vicecomandante della formazione che politicamente era la più lontana dai garibaldini della Redi. Un giudizio che non sembra essersi modificato nel tempo diversamente da Vermicelli.

edizione del 1984

Nel suo romanzo partigiano Viva Babeuf!del 1984 il giudizio non muta e prende letterariamente una piega ironica nel dialogo tra il protagonista Simon e il capo dei garibaldini dell’Ossola Aso (ovvero Iso/Aniasi):

« – Fermati e spiegami una cosa, – gli chiese Simon, – perché se i tedeschi sono andati a Sud, tutti corrono verso Nord? […] Aso, tu sai meglio di me qual è il dilemma, o andiamo avanti, fino a Milano, oppure i neri torneranno su, sino al passo San Giacomo.»[3]

E la popolana e contrabbandiera Pia, scesa a Domodossola nella speranza di incontrare Simon cui vorrebbe regalare un fazzoletto rosso in bella mostra nelle vetrine con quelli verdi e azzurri, viene dissuasa da Brunetto: lui non lo metterà probabilmente dicendo che non vuol fare l’attore.

«Pia […] capì e rise contenta. – È vero! È un cinema …, è tutto un cinema!

Adesso riusciva a capire tutto. Quei ragazzi con le facce truci, quelle armi puntate con il dito sul grilletto fra la gente in festa. Era una posa, un modo di atteggiarsi per fare colpo. Un cinema, ecco.»[4]

Nella intervista autobiografica realizzata alla fine degli anni ’90 e pubblicata postuma (“Babeuf, Togliatti e gli altri”) il giudizio sulla Giunta guidata da Tibaldi è chiaramente più articolato.

«Noi, comunque, vivemmo la nuova realtà, perché nel frattempo si era creata una situazione politica estremamente interessante. Contrariamente a quanto era avvenuto in Valsesia, dove non ci fu separazione fra potere politico e potere militare, in Ossola venne creato un Governo locale, un’amministrazione civile che riuscì a fare cose importanti e che noi, partigiani combattenti, non potevamo sottovalutare, anche se in cuor nostro sapevamo che non ce la saremmo cavata facilmente.

Ora, non è il caso che mi metta a raccontare quante e quali cose fece la Giunta provvisoria di Governo dell’Ossola, questo il nome assunto dalla nuova libera amministrazione, ci sono centinaia di libri che ne parlano, tutti interessanti e importanti. Per noi la cosa fu molto semplice: c’era un Governo, era un Governo nostro, democratico e non si poteva lasciarlo da solo. Per cui decidemmo di difendere la Val d’Ossola.

Naturalmente fu una difesa debole. Quando i tedeschi attaccarono in Ottobre, ci furono scontri, scaramucce con dei caduti, ma non una difesa valida. L’idea folle era: tieni la Val Cannobina, tieni il fronte di Gravellona, tieni il fronte delle montagne della Val Grande, una cosa impossibile. Però si combatté un po’ ovunque e per il nemico non fu una passeggiata. Noi perdemmo uomini e anche comandanti, come Alfredo Di Dio e il colonnello Attilio Moneta, caduti a Finero.

Ma ci credevate nelle possibilità di difendere il territorio?

No, non ci credevamo. Credevamo di dover fare il possibile per resistere e poi andare. E si fece così.»[5]

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Il Manifesto scelse di presentarsi per la Camera dei deputati alle elezioni anticipate del 7 maggio 1972. Il risultato fu decisamente negativo, al di sotto delle più pessimistiche previsioni: lo 0,67%, 224.313 voti su quasi 33 milioni e mezzo di voti validi (allora la partecipazione al voto era del 93,2%). Nelle settimane successive sulle pagine del quotidiano si aperse un ampio dibattito politico che coinvolse sia il quadro dirigente nazionale che militanti delle diverse regioni.

Vermicelli era candidato nella prima circoscrizione del Piemonte e si era speso molto nella campagna con numerosi incontri e comizi. Quello che segue è il suo contributo al dibattito post elettorale.

Gino Vermicelli

Nemmeno il Manifesto fa mira­coli. Non sempre, comunque. Abbia­mo fatto il miracolo di mantenere In vita un quotidiano senza mezzi, senza finanziatori occulti, senza bu­rocrazia, ed abbiamo fatto un quo­tidiano ricco e stimolante. Abbiamo poi creduto di potere fare un se­condo miracolo, cioè dare alle ele­zioni del 7 maggio un segno diver­so da quello voluto da coloro che le avevano anticipate: ottenere die­tro al Manifesto una affermazio­ne della nuova sinistra italiana, mantenere aperto uno spazio nel campo più tradizionale dello scon­tro politico in un momento di ri­flusso e di repressione. Ci «siamo buttati» senza una lira, senza or­ganizzazione, con la sola forza del­la nostra proposta politica, elabora­ta per ben altri scontri che non quello elettorale. In una situazione che travolgeva forze molto più soli­damente «piazzate» di noi in quel campo, un secondo miracolo non c’è stato. Abbiamo sbagliato a non pre­vederlo.

Sbagliare è un lusso che possono permettersi solo gli elefanti della politica. La rendita storica accumu­lata dalla sinistra tradizionale le permette di vivere e crescere (nu­mericamente) pur sbagliando ogni previsione. Una forza giovane e pic­cola come la nostra no. Per una for­za nascente, la tensione politica, la ricerca dolorosa e costante della ve­rità è condizione di vita e di svilup­po. Il nostro dibattito va In tale senso, e in tale spirito esprimo al­cune mie opinioni.

1) Il Manifesto deve attrezzarsi per vivere e condurre la sua azione politica in tempi lunghi, nel senso contrario di un arroccamento in po­sizione di attesa, che sarebbe un suicidio. Il Manifesto deve essere una forza politica attiva, che inter­viene attivamente nello scontro ogni giorno e oggi stesso. Lo deve fare però con la chiara coscienza che molti frutti del nostro lavoro, del­la nostra presenza, ci saranno da­ti a scadenza non ravvicinata. For­mare dei quadri, fare avanzare una linea, penetrare in profondità nel­la realtà non è compito di un bre­ve periodo.

2) Una forza politica, anche se pic­cola, che si accinge a costruire con una azione prolungata una propo­sta alternativa deve darsi struttu­re e forme di organizzazione abba­stanza durevoli e solide. Niente re­siste e permane poggiando sulla spontaneità. E niente di solido si costruisce nemmeno nel campo del­l’intervento nelle situazioni di lot­ta senza determinate strutture e collegamenti.

Gino Vermicelli ad una manifestazione di studenti. Verbania Intra 1972

Si può anche pensare che la pro­posta politica dei Manifesto può continuare ad avanzare sulla spin­ta di un contributo di ricerca teo­rica fatta da un nucleo centrale che produce una rivista, magari un quotidiano, e che stimola un dibat­tito politico permanente in tutta la sinistra. Io penso che se alla sua proposta il Manifesto dà alcu­ne migliaia di teste e di gambe, avanzerà meglio ed inciderà di più. Quando si mette insieme alcune migliaia di compagni, bisogna in qual­che modo organizzarli, costruire in­sieme ad essi un lavoro comune. Non so immaginare in nessun campo un concetto di lavoro disgiunto da un concetto di organizzazione. Organizzare il nostro lavoro, e, a tale fine, darci le necessarie strut­ture, non significa, a mio avviso, sognare ad un partito del Ma­nifesto e tanto meno ad un nucleo d’acciaio. Oltretutto nei giorni no­stri l’acciaio non si tempra molto facilmente.

La costruzione di strutture che per­mettano al Manifesto di organizzare il suo lavoro politico non as­sumono significato di svolta, o di scadenza, tanto meno di trauma. La scelta è tra mettere a disposi­zione della nostra proposta poli­tica un lavoro conseguente (e dun­que diretto e coordinato) oppure il «casino».

Lavorare meglio non deve signifi­care mettere in ombra il carattere unitario della nostra politica. Pre­stare attenzione alle avanguardie reali, confrontarci senza settarismo con altre forze rivoluzionarie, es­sere totalmente al servizio di un disegno unitario ed unificatore del­la nuova sinistra non riformista, avere la chiara consapevolezza del­le nostre dimensioni, non confon­derci con quel che è sbagliato, sono questi problemi della nostra linea politica, del nostro stile, che potrà migliorare se lavoreremo me­glio, in modo più organizzato.

3) In questo quadro il quotidiano rimane lo strumento essenziale del nostro lavoro. Condivido l’idea di un giornale aperto, che esprime la no­stra ispirazione politica, ma ricerca e si arricchisce anche di altri con­tributi, sollecita la collaborazione di altre forze. Il giornale dovrà avere a settembre un grande rilancio, e di questo rilancio deve farsi carico da un lato li nucleo del compagni che vi lavora e dall’altro, con non minore impegno, tutto il corpo del Manifesto ed in modo organizzato,

La soddisfacente diffusione di apri­le e di maggio era data, anche, da un lavoro di diffusione militante collegata alla campagna elettorale e che raggiungeva diverse migliaia di copie al giorno. Solo se un im­pegno di tale tipo accompagnerà ogni miglioramento redazionale ga­rantiremo la continuità della sua funzione politica.

Certo, tutto ciò vuol dire tenacia, che significa anche pazienza, ed anche tolleranza. È il meno che si può chiedere a chi Intraprende una marcia di migliaia di «lǐ».

(il manifesto 15.07.1972)

Gino Vermicelli e Andrea Cascella intervistati da Enrico Bosio

In poco più di una colonna del quotidiano, con la sua tipica capacità di sintesi Gino non solo spiega come e perché “abbiamo sbagliato” senza lasciar spazio a delusioni e risentimenti e prospetta il lavoro politico futuro dentro una logica di lungo periodo e respiro pensando al Manifesto come un corpo coeso che non vive solo della riflessione del gruppo nazionale che lavora alla rivista e al quotidiano, ma sa organizzarsi senza cedere alle pulsioni movimentiste e senza chiudersi nei confronti delle altre forze non riformiste.

Mi vengono in mente a questo proposito le parole scritte sul quotidiano da Rossanda il 22 maggio 1998 in ricordo dell’amico mancato il giorno prima.

«“Lo spessore di un’idea si misura nei tempi di bassa marea”, mi disse presto Gino Vermicelli, a metà degli anni Settanta, quando già pestavamo i piedi di fronte al riflusso del movimento e dovevamo riconoscere che l’incrocio che avevamo sperato tra la cultura dei comunisti, della quale i più vecchi fra noi si consideravano i portatori più limpidi e critici, e quella dei movimenti del ’68, non si era verificato. Il manifesto doveva attrezzarsi a un lungo periodo di navigazione controvento, ci dicevano i suoi occhi chiari, sorridenti come il suo parlare quieto e un po’ ironico.

E ci aiutò ad attrezzarci per traversate lunghe. Lo avremmo voluto a Roma, con noi, proprio in via Tomacelli, non solo per l’esperienza che non ci fece mai mancare, ma proprio per temperare le crisi generazionali che ci avrebbero tormentato prima, e gli eccessi di disincanto poi. Lui conosceva le stagioni che seguono alle speranze[6]

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L’articolo seguente ci mostra un volto di Vermicelli che allora apparve inaspettato, l’attenzione al tema ecologico e al suo intreccio con le diseguaglianze. Un Vermicelli ecologista meno noto che si ritrova in questo e in un altro articolo successivo su il manifesto relativo al ritardo della sinistra di fronte a questa tematica[7]e che successivamente troverà respiro nelle sue novelle fantastiche ironiche e pedagogiche ad un tempo.

Il Progresso Impazzito

di Gino Vermicelli

Quando, nel settembre del 1970, af­fermavamo nelle nostre «Tesi» che la maturità del comunismo è solo una faccia, quella positiva, della gigantesca contraddizione storica che viviamo, e che l’altra faccia è rappresentata dalla peggiore cata­strofe per l’umanità, molti ci considerarono una nuova specie di quaresimali dell’apocalisse.

Oggi, da tutt’altra sponda, arrivano le ricerche e le scoperte di un pre­stigioso gruppo di tecnocrati — il System Dynamics Group Massachu­setts Institute of Technology (Mit) — che con l’aiuto di una selva di computer giunge a dirci che la ca­tastrofe non è né improbabile né lon­tana.

Le considerazioni di questo cast di «teste d’uovo» sono esposte con pre­cisione di dati e di grafici in un libro della Est Mondadori. Lo studio è stato voluto dal «Club di Roma» che è una raccolta internazionale di personaggi influenti del sistema. È stato finanziato dalla Fondazione Volkswagen, la prefazione è di Aure­lio Peccei, uomo probabilmente one­sto ma della Fiat. Ebbene cosa ci dice il Mit? Ci dice che fra 30 anni 7 miliardi di individui popoleranno la terra; che il divario tra paesi ric­chi e poveri, stante all’attuale «sviluppo», si accentuerà, raggiungendo un rapporto di 110 a 1 tra il pri­mo e l’ultimo; che già oggi al mon­do muoiono ogni anno 10-20 milio­ni di persone per mancanza di der­rate alimentari, e si va a un aggra­vamento costante di questa carestia; che ogni ulteriore sviluppo agricolo intensivo costerà sempre più e com­porterà altri pericoli mentre il dissodamento di terre vergini (che co­prono una superficie pari a quella delle terre coltivate) è antiecono­mico.

Pur considerando terra ed acqua come perennemente rinnovabili e non riducibili, e dimostrando subito dopo che anche questi invece si riducono a causa dell’inurbamento e dell’inquinamento, vengono poi forniti dati circa la durata presumibile delle risorse minerali del globo. Stante alle riserve per ora conosciute, vi sarebbe: oro per 9 anni, rame e piombo per 21, mercurio per 13, gas naturale per ventidue, argento, stagno e zinco per una quindicina di anni. Anche prevedendo di quintu­plicare le riserve fin qui conosciu­te, risulterebbe ai computer che la crisi risolutiva delle materie prime arriverà tra il 2000 e il 2050.

E infine gli inquinamenti. I clorurati usati in agricoltura, il piombo, il mercurio ecc. vengono immessi nella biosfera a ritmo crescente, ed i loro effetti inquinanti si distribuiscono su tutto il pianeta. Solo per la produzione dell’energia, attualmente si immettono ogni anno nell’atmosfera diciotto miliardi di tonnellate di anidride carbonica.

I cervelli elettronici del Massachu­setts non sanno quale sia il valore limite superiore di sopportazione dell’inquinamento da parte del pianeta, per cui non possono darci una data precisa per il traguardo mortale. Ma i cervelli umani del Mit va­lutano che un limite esiste e che forse già lo rasentiamo.

 A conclusione dello studio, il Club di Roma avanza una serie di proposte. Sostanzialmente considera impossibile una continuazione della crescita esponenziale, che è stato il modello di «sviluppo» del sistema fino ad oggi e propone di adottare un nuovo modello detto stato di equilibrio glo­bale, i cui punti chiave sono:

1) mantenimento del livello di po­polazione a partire dal 1975;

2) uguaglianza tra tasso di investimento e tasso di deprezzamento del capitale industriale a partire dal 1990;

3) riduzione a 1/4 del valore attuale di uso di materie prime per unità di prodotto industriale a partire dal 1976;

4) orientamento dell’attività econo­mica della società verso servizi (istruzione, sanità), piuttosto che verso la produzione di beni mate­riali;

5) riduzione dell’inquinamento a 1/4 del valore del 1970;

6) impegno di ogni sforzo e capitale occorrente per la produzione di alimenti a prescindere dalla «economicità» di questa scelta;

7) dare la precedenza a tecniche di arricchimento e conservazione del suolo;

8) allungare la vita media dei prodotti, facilitarne la riparazione ed allontanare l’obsolescenza.
L’indagine del Mit è certo parziale.

Ai computer di Boston nessuno ha chiesto quale sia l’entità delle ric­chezze del mondo attualmente dissipate in puro spreco. Noi non abbiamo computer ma siamo grado di immaginare che mettendo insieme le spese belliche ai costi della burocrazia parassitaria, ag­giungendovi poi i consumi di qualche decina di milioni di privi­legiati, gli sprechi spaziali, e, ad esempio, i consumi inutili indotti dalla pubblicità, insieme a mille al­tre cose caratteristiche del modo di vivere di questa società, sco­priremo sicuramente che la mag­gior parte dei beni della terra non vengono attualmente usati ma sprecati. E tale spreco non è occa­sionale, ma entra nella logica del sistema, giacché ognuna delle spe­se inutili elencate è indispensa­bile al suo funzionamento. E so­prattutto nasconde grosse mistifi­cazioni.

Che senso ha parlare di limita­zioni delle nascite in un mondo dove il 40 per cento dei consumi e il 50 per cento dell’inquinamen­to sono dati da un paese come gli Usa dove vive il 6 per cento della popolazione mondiale?  Anche se nascessero meno arabi non si ri­durrebbe il consumo del petrolio, visto che il petrolio degli arabi è consumato da altri. L’idea di uno stato di equilibrio globale prima di avere risolto, e senza proporsi di risolvere, i pau­rosi squilibri del mondo è un in­ganno inaccettabile.  L’uomo che consuma mediamente 100 dollari all’anno non potrà mai accettare di vivere in condizioni di staticità con quello che mediamente ne fa fuori 10.000, in nome di un ri­sparmio comune delle ricchezze della terra.

Lo studio e il piano sono stati fatti, cioè, nella ottica, o almeno nei limiti del sistema. Ma nonostante il suo inconfondi­bile marchio, il Club di Roma non sarà ascoltato.

La società capitalistica non può esistere senza «nuove frontiere», cioè una crescita ad ogni costo e disordinata; crescita della produ­zione e dei profitti e dunque cre­scita dei consumi e soprattutto de­gli sprechi. Lo sfruttamento di ra­pina di tutte le risorse non ne è un dato incidentale, ne è la legge dominante. Il sistema non vi potrà mai rinunciare.

Il riformismo è soggetto alle stesse leggi. Per i riformisti ogni svilup­po sociale è legato e subordinato alla crescita produttiva intesa in senso tradizionale. In fondo la ve­ra ideologia dominante nell’Urss è quella dello «sviluppo delle forze produttive». La politica al posto di comando per costoro è una ere­sia. Togliattigrad, fatta ad imma­gine e somiglianza di Mirafiori ne è una espressione significativa.

Solo in Cina, e solo dopo la rivo­luzione culturale, si scorgono al­cuni elementi che ci permettono di intravedere un diverso tipo di sviluppo. Non per caso i computer del Mit dando alla Cina il più basso tasso di sviluppo del mondo commettono una gaffe ma­dornale.  Mettendo la politica al posto di comando, si delinea in Cina un tipo di sviluppo che è al di fuori degli schemi dell’economia classica, e pertanto incomprensi­bile e non contabilizzabile per chi conosce solo uno «sviluppo» basa­to su cause ed effetti di leggi eco­nomiche. Ed è in un paese relati­vamente arretrato (economicamen­te) come la Cina che vediamo sconfitte le carestie, risolti per l’essenziale i problemi del cibo, del vestiario e della sanità, realizzate fabbriche che non sono inferni per operai (giacché oltretutto vi lavo­rano manualmente anche i diri­genti). È in Cina che vediamo, con il «riciclaggio» generalizzato delle scorie svilupparsi un’azione antinquinamento assolutamente inimmaginabile per ora nelle società «opulente».

Cento anni fa il vecchio Engels scriveva: «… Ad ogni passo ci vie­ne ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la domi­niamo come chi è estraneo ad es­sa, ma che noi le apparteniamo con carne, sangue e cervello e viviamo nel suo grembo; tutto il nostro dominio sulla natura con­siste nella capacità che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle nel modo più appropriato…

Ma anche in questo campo noi riusciamo solo gradualmente ad acquistare una chiara visione degli effetti sociali mediati, remoti, del­la nostra attività produttiva, at­traverso una lunga e spesso dura esperienza, e attraverso la raccolta e il vaglio del materiale storico; e così ci è data la possibilità di dominare e regolare anche questi effetti.

Ma per realizzare questa regola­mentazione occorre di più che non la sola conoscenza. Occorre un completo capovolgimento del modo di produzione da noi seguito fino ad oggi, e con esso di tutto il no­stro ordinamento sociale nel suo complesso».

(il manifesto 25.08.1972)

Foto di Daniel Moqvist su Unsplash

La vista lunga di Vermicelli: il nesso stretto fra sviluppo, ambiente e disuguaglianze non può trovare soluzioni “tecniche” o “tecnocratiche” che o sono illusorie o aumentano le differenze sociali. Oggi che le diseguaglianze si sono accresciute ad un livello impensabile 55 anni fa[8] e la logica dello sviluppo è diventata universale (Cina compresa), la questione di un diverso modello sostenibile ed equo è più che mai attuale ed è strettamente politica.

«Le tecnologie verdi vengono spesso indicate come soluzione, unica e potenzialmente definitiva, alle sfide poste dall’adattamento e la mitigazione del cambiamento climatico. Tuttavia, questa soluzione tecno-ottimista, o technological big fix, sottende una visione semplicistica del processo di riorganizzazione profonda del capitalismo contemporaneo necessario per far sì che la transizione sostenibile possa essere davvero efficace e giusta. La nostra tesi è che la “tecnologia verde” non possa rappresentare una soluzione integrale alla crisi climatica. Le tecnologie verdi non sono una soluzione universale. Se adottate senza un orizzonte equo, possono aumentare le disuguaglianze, dividendo i territori tra chi beneficia della transizione e chi ne subisce le conseguenze. Inoltre, dipendono da minerali critici, estratti spesso in modi dannosi per l’ambiente e le comunità locali.»[9]


[1] Come per il post precedente gli originali che ho potuto consultare sono depositati presso la Biblioteca Aldo Aniasi della Casa della Resistenza in connessione col Fondo “Alberganti Albertini” del Centro di Documentazione.

[2] Intervista curata da Marino Viganò e pubblicata, dopo la morte di Cefis, su “PALOMAR” Rivista di cultura e politica 2/2006, consultabile per esteso >QUI<

[3] Viva Babeuf!, 2^ ed. Tararà, Verbania 2008, p. 284-285.

[4] Ivi, p. 291-292.

[5] Babeuf, Togliatti e gli altri, Tararà, Verbania 2000, p. 120.

[6] Rossana Rossanda, Gino Vermicelli. Un amico delle stagioni che seguono le speranze, in “il manifesto quotidiano” del 22.05.1998. L’articolo è reperibile nell’Archivio storico de il manifesto >QUI<

[7] Rinascita, il manifesto e l’ecologia (Il manifesto quotidiano 5.11.1972).

[8] “Il 2024 è stato un anno particolarmente favorevole per chi occupa le posizioni apicali della piramide sociale globale. La ricchezza aggregata dei miliardari è cresciuta tre volte più velocemente nel 2024 rispetto al 2023. L’anno scorso Oxfam prevedeva la comparsa del primo trilionario entro un decennio, ma al ritmo attuale di crescita della ricchezza estrema, entro dieci anni i trilionari potrebbero essere 5. Nel frattempo, secondo la Banca Mondiale, il numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà di 6.85 dollari al giorno è rimasto pressoché invariato rispetto al 1990”. OXFAM BRIEFING PAPER – GENNAIO 2025, p. 5. Il Rapporto è scaricabile >QUI<

[9] Forum Disuguaglianze Diversità, Le parole per il cambiamento, p 110. Il testo completo è scaricabile >QUI<

A chi dice “Primarie” diciamo con forza SMETTETELA!

A caldo, dopo l’esito del referendum e le successive conferenze stampa, ho pubblicato su Facebook una prima riflessione che qui riprendo e tento di sviluppare.

Premesso che ho votato NO sia nel merito del testo[i] che del contesto (chi, come e in quale situazione nazionale e internazionale ha prodotto il testo) non condividendo la trasformazione del Procuratore/Pubblico ministero[ii] in Pubblica accusa (funzione requirente; sistema accusatorio) ed essendo contrario a un “riequilibrio dei poteri” a favore dell’esecutivo tenendo conto che il potere legislativo è già di fatto in gran parte svuotato con la pratica di decreti legge e deleghe (contesto nazionale) e della realtà internazionale con le cosiddette “democrature” e autocrazie ove vige il totale assoggettamento della magistratura. Non è necessario aver studiato linguistica o semiologia per capire che il significato di un testo è dato sia dalla lettera del testo che dal contesto[iii].

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Tanti NO al quesito referendario e subito qualcuno vuole appropriarsene: “facciamo le primarie così votano me” e altri/e vanno a ruota. A momento sono in tre. Calma e gesso suggerisce il saggio Bersani che di primarie se ne intende.

L’aria del paese è cambiata certo, ma bisogna capire cosa dicono quei NO, che bisogni esprimono.

I fattori del NO

Non basta capire quali fattori abbiano inciso su un risultato doppiamente inatteso, come partecipazione e come esito. Questo lo fanno i giornalisti e un giorno lo faranno gli storici. Ne son stati indicati tanti: dal costo della benzina alla avversione per Trump che prevale nettamente in tutto il paese, alle ambiguità della presidente del consiglio non solo verso Trump e la sua guerra, ma per la vicinanza(sua e/o di altri esponenti del governo) a sistemi di potere come quello ungherese, russo, egiziano, ecc. ecc., che la magistratura hanno totalmente represso e sottomesso, alla reazione dei giovani fuori sede che sono stati impediti di votare, al ruolo attivo di gran parte della magistratura, oltre naturalmente alle palesi bugie di molti sostenitori del Sì, comprese quelle della Meloni e al suo, e non solo suo, tono arrogante. Potenti che ostentano la loro impunità, politici che esaltano il sistema clientelare. Al presentare la legge come “Separazione delle carriere” mentre, grazie anche all’esser stati obbligati, rispetto alla originaria formulazione, a riscrivere il quesito indicando gli articoli della costituzione sottoposti a modifica, si è capito che ben altro era in gioco.

 Altri se ne possono aggiungere: la mobilitazione di settori della società civile, della Chiesa in suoi larghi settori e del sindacato CGIL, l’unitarietà sull’obiettivo dei comitati per il NO composti da persone e storie differenti, le manifestazioni per Gaza e la politica filoisraeliana del governo. E naturalmente un affetto verso la nostra Costituzione scritta con la partecipazione di tutte le componenti democratiche e non imposta a forza da una maggioranza e di conseguenza un giusto principio di precauzione rispetto ad una sua significativa modifica.

Fatto questo, gioito per il risultato la politica deve fare altro, non guardare indietro ma in avanti. La somma anche ragionata dei fattori sopra ricordati non dà una programma. Giusto dire la Costituzione va prima applicata ma questo non ci dà un programma, semmai un orizzonte.

La distribuzione del voto

Come anticipavo la politica deve saper leggere i bisogni e dare una risposta di prospettiva. Allora la lettura della distribuzione del voto diventa essenziale. Qualche tabella ci può aiutare lasciando le analisi più raffinate a chi lo fa di mestiere.

Confronto con le scorse elezioni europee. Fonte Ixè

Il No ha prevalso grazie all’aver saputo recuperare dal non voto quasi un milione e ottocentomila voti in più del Sì. Che questi ex astenuti ritornino al voto alle prossime politiche non è affatto scontato.

Analizzando in percentuale il voto dei diversi bacini elettorali si nota che la compattezza sul No prevale nettamente per AVS (86%) e PD (75%) mentre è un po’ minore per M5S (67%) al contrario del centro destra dove la percentuale di quelli che han votato in modo contrario alle indicazioni del partito di appartenenza o si sono astenuti è decisamente maggiore.

La distribuzione del voto per classi di età è anche questa particolarmente significativa:

In tutte le fasce di età, tranne quella intermedia (45-54 anni) prevale il No, ma il dato maggiormente imprevisto è quello dei più giovani (18-29 anni) dove il No sfiora il 70%. Inascoltati, denigrati hanno fatto sentire con forza la loro voce, ma trovare la giusta risposta a questa domanda di cambiamento non è certo facile. Ad esempio come fare per fermare la loro fuga dal sud al nord e dal nord all’estero in cerca di un lavoro dignitoso?

A proposito di sud anche qui un dato imprevisto, sia pur all’interno di una tradizionale minore affluenza: nelle regioni meridionali il No prevale nettamente rovesciando in molti casi l’esito di recenti elezioni.


Ma forse l’esito più inatteso è l’andamento nei centri urbani, non solo perché ha prevalso il NO nelle principali città,

Fonte YouTrend per Sky TG24

ma, in modo rovesciato rispetto a precedenti elezioni, sono i quartieri alti a votare con il governo e quelli popolari, le periferie a votare NO. Questo ad esempio l’andamento del voto nei quartieri di Roma:

ove agli estremi opposti troviamo:

Fonte: Comune di Roma

Situazioni analoghe nelle altre grandi città. Emerge con forza una protesta ed una richiesta implicita da parte delle periferie che non vogliono più essere marginali e, certo, una richiesta di sicurezza che non può non passare attraverso prevenzione e riqualificazione.

Un programma concreto e una visione

Occorre costruire un programma ad un tempo concreto e visionario che tenga conto di bisogni articolati, di domande implicite diversificate per poter dar vita ad una coalizione solida; compito tutt’altro che facile. Occorre al contempo una chiara visione valoriale e prospettica che accolga e sostenga la volontà di cambiamento emersa in particolare dai più giovani e dalle aree sinora meno ascoltate. 

L’analisi del voto, da affinare nei territori, è importante per capire da dove e da chi emerge un bisogno, spesso radicale, di cambiamento. Ma leggere questi bisogni non può esser fatto in astratto, occorre una mobilitazione e un confronto con i soggetti reali.

Serve concretezza, ma concretezza è diverso dal “pragmatismo” spesso evocato dai cosiddetti centristi. Esser pragmatici significa accettare l’ordine generale delle cose che è oggi orientato a sempre più estesi conflitti, all’incremento delle diseguaglianze, alla privatizzazione dei beni comuni, alla dilapidazione delle risorse ambientali, alla esclusione delle minoranze. I correttivi entro questo quadro sono illusori.

Occorre una visione prospettica e valoriale nella direzione di una società alternativa di pace e cooperazione, di riqualificazione territoriale e urbana, di valorizzazione delle culture e dell’ambiente, di riappropriazione dal basso dei beni comuni (educazione, cultura, salute, ambiente e, aggiungo, della comunicazione digitale …) come risposta alternativa sia all’individualismo e alla privatizzazione generalizzata del neoliberismo imperante, che alla centralizzazione statalistica propugnata in passato dalla sinistra.

Concretezza significa allora proporre un programma articolato di cambiamenti condivisi e inversioni di direzione possibili entro l’arco di una legislatura. Non perdendo di vista valori ed orizzonti.

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Quel NO, anzi quei tanti e diversi NO, non chiedono “primarie” ma risposte.

E a chi dice “Primarie” diciamo con forza SMETTETELA! Il lavoro da fare, con la pazienza dell’analisi e del confronto è tanto. A livello nazionale e nei territori.


[i] Gli articoli che si volevano modificare e le modifiche proposte le ho trascritte > qui < e > qui <.

[ii] Il Pubblico ministero deve “altresì svolgere accertamenti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini” (art 358 cpp;) cfr. anche art. 408 cpp: il PM chiede la archiviazione quando non sono stati reperiti elementi tali da “formulare una ragionevole previsione di condanna”; lo stesso principio vale per il Giudice per le Indagini preliminari (GIP).

[iii] Avevo postato su Facebook un semplice esempio di “Linguistica & Semiologia spicciola” in implicita risposta ai tanti “ma non c’è scritto” dei propugnatori del Sì:

Lotte operaie e repressione negli articoli de il manifesto quotidiano (aprile-ottobre 1971)

Nel precedente articolo La nascita del Gruppo de il manifesto a Verbania ricordavo come le lotte operaie e in particolare quelle della Rhodiatoce si siano intrecciate ed abbiano influito nel profondo con la costituzione locale di questa formazione politica. Con la nascita del quotidiano ho svolto il ruolo di corrispondente per la nostra zona e naturalmente le vicende della Rhodia e della repressione con relativi processi vi hanno assunto un peso particolare.  A partire dal primo numero del quotidiano del 28 aprile con la vivace narrazione di Valentino Parlato sulla festa per la assoluzione nel processo di primo grado a Verbania sino alle due corrispondenze di Gianni Montani[i] da Torino per il processo di Appello (22 e 23 ottobre ‘71) una trentina le cronache ed articoli inviati – allora tramite telefono previo appuntamento con la redazione – frutto del lavoro collettivo dei compagni.

Tra quelli direttamente connessi alla Rhodia ho selezionato i più significativi e ne riproduco il testo visto che non sono altrimenti reperibili online[ii].


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RHODIATOCE

A Verbania i compagni assolti dal tribunale tornano alla lotta

di Valentino Parlato

Verbania, Novara 28.04.1971. Grande giorna­ta a Verbania quella del 24 aprile. Nella mattinata in tribunale, du­rante le sei ore di camera di con­siglio, la consuetudine delia milizia politica, non era riuscita a co­prire la tensione, fortissima in tut­ti: nei 48 compagni al banco degli imputati e in tutti gli altri che gre­mivano l’aula e si assiepavano in strada all’ingresso del tribunale. Il silenzio assoluto nel quale il giu­dice Simone aveva letto la sentenza di assoluzione era stato rotto da un applauso violento, da abbracci, la­grime di commozione, pugni alzati e dal canto dell’internazionale; da un abbraccio nero e oro di due to­ghe si alza un pugno chiuso. I ca­rabinieri fino ad allora imponenti e corposi quasi vengono dissolti dal movimento che comincia nell’aula si trasferisce nella strada e poi da­vanti al carcere, ad attendere la liberazione del compagno Bruno Ormella.

La sentenza è stata chiara e im­portante. L’assoluzione di tutti gli imputati ha fatto fallire il tentati­vo di divisione politica tra gli im­putati, tentata da qualche parte e, ancora di più, ha verificato la im­possibilità di costruire un cordone sanitario dì isolamento intorno a questa vicenda e al gruppo di «estremisti» del centro del mani­festo. Ma importanti sono anche le motivazioni della sentenza: non aver commesso il fatto per le im­putazioni minori; non sussisten­za di reato per l’assemblea del 6 ottobre dì fronte ai cancelli della fabbrica in risposta alla serrata padronale; non punibilità per i va­ri blocchi stradali (per i quali il pubblico ministero Gennaro Cala­brese De Feo aveva infestato Pallanza di denunzie e mandati di cattu­ra) perché quei blocchi furono fat­ti «nell’erronea supposizione di esercitare un diritto». Il livello particolarmente elevato raggiunto dalla lotta fa giustificare che negli operai nasca la supposizione — sia pure erronea per i giudici — che il bloc­co stradale sia un prolungamento o un’estensione del diritto costituzio­nale di scioperare. Il legame continuo con la lotta del­la Rhodia ha impedito — anche do­po una lunga congiura di silenzio di tutta la stampa — che un cor­done sanitario isolasse questo pro­cesso nei quale gran parte degli imputati si richiamano o militano nel centro dì iniziativa comunista del Manifesto. «A Verbania, che è uno dei paesi più civili d’Italia, sla­mo come i pesci nell’acqua» — mi dice un compagno quando, una mez­z’ora dopo la scarcerazione di Or­mella, siamo tutti alla trattoria del Nibbio a festeggiare l’assoluzione. Al Nibbio ci sono tutti, Alberganti e Tartaro, Ottolini, Rampazzo, Carretti, Buffoni e quasi tutti gli altri imputati. Insieme con quelli del Manifesto ci sono quelli del Pci e del Psi e di Lotta Continua, forse manca solo il segretario della Fede­razione del Pci, Motetta; poi arri­vano anche i compagni Janni e Fenghi, gli avvocati che sono stati la punta di diamante del collegio di difesa. Quale giudizio dare sulla sentenza? Quale il senso del contrasto tra un pubblico accusatore quasi medieva­le e dei giudici di tribunale innegabilmente democratici? Calabrese De Feo, In fondo, ha danneggiato la causa della borghesia con il suo uso ultrarepressivo della giustizia? E la lotta? Quali i rapporti tra la lotta, le provocazioni (compendiatesi in alcuni atti di sabotaggio e nell’in­cendio di uno del magazzini della Rhodia) e il processo? Come ripren­dere in fabbrica l’iniziativa sul pre­mio di produzione? Su questi inter­rogativi i compagni cominciano a conversare.

Processo a Verbania. Davanti G.Ottolini, F. Mosini(?), G.Buffoni; dietro S. Sivestri, R.Forte(?)

Non si può certo dire che vi sia sta­ta una discussione ordinata e tanto meno la tavola rotonda che i com­pagni di Verbania avevano prepara­to. Su alcuni punti i giudizi sono fer­mi. Il rapporto di forza è stato de­cisivo. Aver resistito alla violenta offensiva repressiva di Calabrese De Feo; aver tenuto anche nei lunghi mesi difficili cominciati nell’ottobre del 1970 quando la lotta di Verba­nia rimase sindacalmente isolata e oggetto di una vera e propria con­giura del silenzio; aver avuto il co­raggio di rendere politico il proces­so, anche attraverso il numero degli imputati, avere mantenuto l’unità con gli operai; non aver ceduto alla tentazione e ai suggerimenti di ripiegare sa una linea di difesa puramente giuridica, negando la parte­cipazione ai blocchi o giustificando­la con l’esigenza di «calmare gli animi». Questi fatti e queste scelte sono alla base della vittoria conqui­stata il 24 aprile nell’aula penale del tribunale di Verbania. Senza questi precedenti, senza la presenza di un nucleo di compagni che con tenacia e coraggio ha continuamen­te ricostruito l’unità dei lavoratori intorno a posizioni di lotta avanza­ta, la sentenza del 24 forse sarebbe stata egualmente di assoluzione, ma avrebbe assolto dei vinti e non del militanti che — come Tartaro e tutti gli altri — hanno detto: «fi­nalmente torniamo in fabbrica e riprendiamo la lotta sul premio di produzione».

Da una parte vi sono i militanti e i lavoratori di Verbania, un’area po­litico-sociale nella quale la conti­nuità storica non ha assunto il se­gno del cedimento o del trasformi­smo: è un fatto che qui a Verbania l’avanguardia ha saputo assorbire i contenuti di classe della resistenza e della migliore esperienza del sin­dacalismo e del Pci. Dall’altra parte vi sono i giudici, e anche qui è chia­ro che i venti anni che ci sono tra l’età del pubblico ministero e quella dei giudici non sono stati storica­mente vuoti. Anche tra alcuni magi­strati l’uscita dal medioevo nel qua­le vive ancora larga parte della no­stra magistratura fa maturare come in tanti altri intellettuali una crisi di valori e un ripensamento del pro­prio ruolo.

Ma questi discorsi frammentari e sovrapposti sono Interrotti a un certo punto da Carlo Albergan­ti: «stiamo attenti a non essere trionfalistici e a non fare l’errore di considerare, dopo questa giusta sentenza, Verbania come una zona franca dalla repressione. A Verbania la repressione c’è stata e durissima. L’offensiva repressiva non è costata soltanto agli imputati, Janni lo ha detto bene nella sua arringa». «Gli ordini di cattura — si dice nell’ar­ringa — ebbero gravi conseguenze non più rimediabili. Quando furo­no emanati, le trattative per la Rhodiatoce stavano per concludersi con la vittoria degli operai dopo un me­se di sciopero. Proprio in quel mo­mento la procura eliminò dalla vita sindacale sei rappresentanti quali­ficati e la Rhodiatoce si rimangiò immediatamente l’accordo, traendo dal procedimento penale il massimo utile che poteva ricavarne. La mae­stranza fu costretta a ricominciare tutto da capo». «Se è vero che la rappresentanza operaia esce raf­forzata da questa sentenza — dice Tartaro — in fabbrica e fuori della fabbrica c’è molto lavoro da fare».


Politica della Rhodia e sfruttamento sono all’origine della crisi e della disoccupazione [i]

Verbania 13.05.1971. 35.000 abitanti. Metà degli operai lavorano alla Rhodiatoce. La fabbrica ha controllato per anni la vita cittadina: urbanizzazione, commercio, scuola, consiglio comunale, ecc. In piccolo, come la Fiat a Torino. Intorno alla Rhodia molte fabbriche chiudono e licenziano. Dal ’61al ‘70 la popolazione è passata da 28.810 a 34.410 abitan­ti, i posti di lavoro, nelle aziende con più di dieci addetti, sono dimi­nuiti da 9.941 a 7.162. Chi trova un posto alla Rhodia è fortunato, non deve andare ogni mattina a lavorare a Gravellona, a Omegna o in Svizzera.

Ma ad un tratto l’inaspettato: men­tre fuori si cerca lavoro, nei re­parti della Rhodia parte la rivolta contro la organizzazione capitalisti­ca del lavoro (carichi, ambiente, orario, qualifiche). Fino a tre anni fa il nome di Verbania ricordava il turismo lacustre, oggi significa lotta operaia. Dagli scioperi sponta­nei del giugno ’68 alla occupazione e alla vittoria del marzo ’69. La lot­ta contro l’organizzazione del lavo­ro crea nuovi posti di lavoro: oltre 400 posti in più alla Rhodiatoce. La lotta continua nei reparti per un anno e mezzo, crea nuove avanguar­die, si estende ad altre fabbriche ed agii studenti.

Nel settembre-ottobre ’70 la battuta di arresto: gli arresti, la latitanza, l’isolamento e il cedimento delle centrali sindacali, il rientro in fab­brica, la deroga sull’orario.

La Rhodia non assume più. Nei sei mesi in cui le forze di classe lot­tano contro la repressione e si mo­bilitano per il processa alla Rho­dia ì posti di lavoro scendono da 4.300 circa a 3.996.

Il problema dell’occupazione passa all’ordine del giorno: Nyco, Edilceramica, Nestlé, Panizza, Siderocementi, fabbriche tessili. Chi chiude, chi diminuisce i posti di lavoro, chi lavora a orario ridotto. I padroni preferiscono investire altrove o, pri­ma dì investire, vogliono dare una mazzata agli operai per poterli poi sfruttare a piacere.

Sono i 130 operai della Nyco, con sessanta giorni di occupazione del­la fabbrica, a sollevare in modo drammatico il problema. Non a casa lo «stato» di nuovo interviene de­nunciandoli e buttandoli fuori della fabbrica. Le forze politiche tradizio­nali sono impotenti, anche se la giunta Pci – Psiup ha deciso ieri di requisire l’azienda.

Lo sviluppo dello scontro alla Rho­dia in questi mesi non ha permesso alle stesse forze politiche di classe di affrontare nel modo dovuto l’altra faccia della condizione proleta­ria, la disoccupazione.

Per oggi, i sindacati hanno procla­mato lo sciopero generale a Verba­nia. Giusto. Gli operai dicono: «Contro questa situazione bisogna mobilitare la rabbia di tutti gli stra­ti popolari». Giusto.

Ma non basta. In gran parte le for­ze sindacali vedono la lotta contro la disoccupazione come cosa sepa­rata dalla lotta in fabbrica contro l’organizzazione del lavoro. La lot­ta per l’occupazione si riduce ad una generica pressione sul potere politico che sfugge al controllo operaio

Lo sciopero generale deve diventa­re invece il momento di unifica­zione delle lotte in corso nelle va­rie fabbriche (Tubor, Unione mani­fatture, Rhodia, etc.) e del rilancio della lotta nelle altre. Rientrando da domani in fabbrica, bisogna im­pedire qualsiasi uso dello straordi­nario, tanto più che in molte fab­briche, come alla Cartiera prealpi­na l’uso esteso dello straordinario viene alternato a periodi dì cassa integrazione. Sì deve riprendere la lotta contro i carichi di lavoro, rit­mi, il cottimo, usando dove è pos­sibile, (come alla Tubor e alla Um) l’autolimitazione della produzione; rilanciare la riduzione dell’orario e l’azione contro la nocività. Alla Rhodia far partire finalmente la lotta per il premio di produzione, visto che da quasi un mese le as­semblee di Verbania, Villadossola e Novara si sono pronunciate con de­cisione. Il movimento deve essere esteso alle zone circostanti, dove vanno a lavorare molti operai di Verbania (a Gravellona, a Omegna, in Svizzera).

In alcune fabbriche di Omegna si è cominciata a discutere la possi­bilità di una lotta comune sul sa­lario garantito (208 ore pagate al mese, in ogni caso).

A Verbania, ci sono 7.400 studenti e per loro, man mano che usciran­no dalle scuole sarà sempre più difficile trovare un lavoro. Anche queste sono forze da mobilitare. Lo sciopero e la manifestazione di oggi sono soltanto il primo colpo. Il compito è continuare, indicando obiettivi concreti che facciano cre­scere il movimento e insieme crean­do nuovi strumenti di coordinamen­to politico (collettivi politici di fab­brica, comitati di quartiere, etc.) a livello cittadino e in tutta la zona.


[i] Articolo non firmato ma, per quanto ricordo e per lo stile del testo, è sicuramente attribuibile a Gino Vermicelli.

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Riparte la lotta nelle fabbriche Rhodiatoce. I limiti dell’esperienza passata e le prospettive

di Gian Maria Ottolini

Verbania 8.09.1971. Dopo la pausa estiva ri­prende la lotta alla Rhodiatoce. La settimana scorsa si sono riunite a Novara le rappresentanze sindacali delle fabbriche del gruppo (Pallanza, Casoria, Villadossola e Novara: ottomila lavoratori In tutto). Il co­municato conclusivo della riunione dice che: «È stata decisa la ripresa immediata della lotta con una azio­ne di sciopero di 48 ore che ogni fabbrica articolerà nel modi atti a realizzare il massimo di pressione». La lotta per il premio di produzione (10.000 lire per tutti sganciate dalla produttività), era già iniziata due mesi prima delle ferie. A Pallanza si era articolato In scioperi quotidiani di mezz’ora-un’ora, gestiti diretta­mente dai reparti che avevano ma­nifestato una forte combattività operaia: poco prima delle ferie, si erano avuti numerosi cortei Interni, che hanno cacciato dalla fabbrica i pochi impiegati crumiri. A Novara e a Villadossola la lotta aveva mante­nuto il carattere più tradizionale de­gli scioperi di otto ore. Gli operai di Casoria, invece, usciti da poco da una lotta finita male, e non infor­mati dal sindacato, sono rimasti estranei allo scontro.

Il padrone ha sempre mostrato la più ferrea intransigenza. La sua controfferta era di 3.000 lire per il premio di produzione. Il suo obiet­tivo, prima ancora di trattare, era quello di stancare gli operai, costrin­gendoli ad uno scontro, lungo e fati­coso nell’intento di provocare, al momento da lui ritenuto più oppor­tuno, uno scontro frontale.

Nella prima fase della lotta il diver­so modo di attuare lo sciopero nelle tre fabbriche e l’assenza di Casoria non hanno certo giocato a favore degli operai. Ora sembra che le fab­briche di Villadossola, e forse an­che quella di Novara, siano disposte ad attuare scioperi articolati. I sin­dacati nazionali si sono inoltre im­pegnati ad andare di persona a Casoria, per far scendere In lotta an­che gli operai di quella fabbrica. Ma la loro credibilità, dopo le sfac­ciate menzogne cui sono ricorsi nel tentativo di far rientrare gli operai in fabbrica, è oggi molto scarsa e dunque non c’è da attendersi gran che dalle loro promesse.

La lotta si presenta dunque parti­colarmente dura: perché sia effica­ce è indispensabile che si verifichino alcune condizioni precise: che tutte le fabbriche del gruppo partecipino attivamente allo scontro e non si creino nuovamente fratture fra sta­bilimenti più combattivi e meno combattivi; che l’articolazione de­gli scioperi sia la più intelligente possibile, in modo da scardinare la programmazione padronale della produzione, con il minor costo per gli operai che cosi potranno reggere anche un lungo scontro; che nel corso della lotta cresca l’organizza­zione autonoma degli operai, repar­to per reparto, fabbrica per fab­brica.

La posta in gioco è alta. Al di là de­gli aumenti salariali (che oggi, con il progressivo aumento del costo del­la vita e il conseguente taglio del salario reale, assume particolare valore), si gioca la continuità delle lotte future: in particolare, qualifi­che, mansioni, carichi. A Pallanza, inoltre, non solo per gli operai, ma anche per la «sinistra» sindacale, la posta è alta. O essa saprà far le­va su questa lotta per favorire al massimo la crescita e lo sviluppo dell’organizzazione operaia di base, sconfiggendo la controffensiva po­litica che le forze moderate si ap­prestano a lanciare, o, non solo ri­schia di compromettere la lotta ope­raia, ma la sua stessa sopravvivenza.

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14 carabinieri per arrestare il compagno Ormella. A Verbania riprende la repressione contro la lotta operaia

Verbania 3.10.1971. Venerdì sera, appena rien­trato in casa, è stato arrestato il compagno Bruno Ormella, membro del direttivo di fabbrica della Cgll e iscritto al Pci. Lo ha denunziato pochi giorni fa, un dirigente della Rhodia, tale Bertolino, per «vio­lenza privata» in occasione di un picchettaggio durante lo sciopero dei giornalieri per il premio di produzione. Quattordici carabinieri hanno circondato la casa e lo han­no assalito con aria di rivincita. «Questa volta non ci scappi» gli hanno detto.

Il compagno Ormella era già stato colpito da mandato di cattura nel settembre scorso per «blocco stra­dale» assieme ad altri due operai e tre sindacalisti, quando a Verbania scattò l’operazione di repres­sione contro lo sciopero degli ope­rai della Rhodia. Dopo sei mesi di latitanza era stato assolto, assie­me agli altri 47 imputati, dal tri­bunale di Verbania. Il processo di appello, subito richie­sto dall’accusa, si svolgerà il 21 ottobre a Torino.

L’arresto di venerdì ha un duplice scopo: intimidazione in vista del processo e ricatto per bloccare la lotta sul premio di produzione. L’indagine sulla imputazione del compagno Ormella è stata presa su­bito in mano dal procuratore della repubblica Calabrese De Feo, noto per la linea duramente repressiva nei confronti della lotta operaia. L’istruttoria fin dall’inizio è stata ca­ratterizzata da un atteggiamento minaccioso e intimidatorio verso al­cuni testimoni e, soprattutto, dallo arresto che l’imputazione rendeva facoltativo.

 Qui a Verbania e in tutta la pro­vincia di Novara dal settembre ’70 a oggi l’azione repressiva padrona­le e di stato continua ad essere durissima: da una parte il pesante intervento della magistratura, dall’altra una fortissima resistenza pa­dronale a ogni lotta operaia, carat­terizzata, soprattutto nel settore tessile, da serrate, licenziamenti, cassa integrazione. L’attacco investe oltre le libertà politiche e sindacali in fabbrica, anche la libertà di espressione e vi sono decine di de­nunce per «stampa clandestina» contro operai e studenti.

In questi giorni, con la solita scusa della «lotta alla criminalità» sono state Intensificate le operazioni di polizia, con blocchi stradali e per­quisizioni tra le quali quella nelle abitazioni di due compagni di Masera (uno è il segretario della locale sezione del Pci). Negli ultimi giorni, inoltre, sono stati denun­ciati 51 operai della Nyco (tra i quali due sindacalisti Cisl e Cgil) per l’occupazione della fabbrica chiusa dal padrone e in via di li­quidazione, per la quale si attende ancora oggi una soluzione. Altri 42 operai, del cappellificio Panizza sono minacciati di licenziamento per «esigenze di ristrutturazione». La azione repressiva, quindi, si confi­gura più che mai come il solido so­stegno dello stato all’attacco padro­nale, tendente alla riduzione della occupazione e alla ristrutturazione delle aziende.

Questo generalizzato attacco antioperaio impone una generale capa­cità di mobilitazione, che coinvolga gli organismi di base di tutte le fabbriche della zona e spinga il sin­dacato locale e provinciale a dare una risposta più decisa a chi oggi tenta piegare la classe operaia. In questa azione, assume particolare importanza la scadenza del processo di appello, il 21 ottobre. In occasione del processo ci si prepara a sviluppare quella mobilitazione che in aprile portò all’assoluzione dei compagni e alla riconquista di posi­zioni di forza in fabbrica.

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Sciopero totale alla Rhodia e 2000 in piazza nonostante i baschi neri antipicchetto

Verbania 16.10.1971. Duemila, fra operai e studenti, hanno partecipato ieri mattina alla manifestazione indetta dai sindacati in occasione dello sciopero generale di 4 ore contro la repressione (più di 100 denunce ed un arresto), le serrate e licen­ziamenti nelle varie fabbriche del­la zona.

Le provocazioni non sono manca­te; un compagno che distribuiva davanti alle scuole un volantino del «collettivo politico studenti medi» è stato portato in questura: è sta­to interrogato e gli sono stati se­questrati tutti i volantini.

 «Qui la legge la faccio io» ha ri­sposto il carabiniere alle proteste ed ha aggiunto che l’ordine di se­questro gli veniva dalla procura. I carabinieri saranno denunciati.

Frattanto alle 8, alla Rhodia, per la prima volta dopo tre anni, la polizia si è permessa di schierarsi davanti ai cancelli per impedire picchettaggio: hanno fatto una ma­gra figura perché nonostante la «garanzia» dei loro fucili non è entrato proprio nessuno.

Circa 100 fra baschi neri e poli­ziotti con il fucile imbracciato si sono appostati sotto il tribunale per difendere la «legge». Anche la polizia ha capito che qualche magi­strato a Verbania è assolutamente impopolare.

Tutti i compagni ritengono molto positivi lo sciopero e la manifesta­zione di oggi, sono però anche as­solutamente convinti che è necessario portare la mobilitazione in fabbrica creando piattaforme e for­me di lotta che offrono la garanzia di non cedere di fronte all’attacco padronale. Pochi giorni fa il pre­tore di Omegna ha emesso una sentenza che dichiara illegittimo lo sciopero articolato alla «Nuova fi­latura Toce». Oggi gli operai della cartiera sono stati minacciali di sospensioni per aver partecipato al­lo sciopero generale. La minaccia è arrivata mentre i lavoratori si ap­prestano a organizzare la lotta per il contrattoaziendale.

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La vendetta della giustizia contro le avanguardie. Domani comincia a Torino il processo d’appello contro i 47 compagni assolti il 24 aprile

Verbania 20.10.1971. Domani giovedì 21 otto­bre, alle ore 9 presso la Corte di Appello di Torino, seconda sezione inizierà li processo contro gli ope­rai della Rhodiatoce. L’accusa è di «blocco stradale, ferroviario e lacustre» e di manifestazione non autorizzata, dal 18 settembre al 6 ottobre 1970. Gli imputati sono 47 (contro uno solo il p.m. non ha appellato).

Il 24 aprile scorso, nonostante le pesanti pene richieste (oltre 50 an­ni) dal P.M. Gennaro Calabrese De Feo, il Tribunale di Verbania as­solveva tutti gli imputati, parte «per non aver commesso il fat­to», parte «perché il fatto non co­stituisce reato» (assembramento davanti alla fabbrica del 6 otto­bre) e gli altri «perché il fatto non costituisce reato In quanto commesso nell’erronea supposizione di esercitare un diritto».

Subito il P.M. appellava, sostenuto dalla stampa fascista e reazionaria e a lui si affiancava il procuratore generale di Torino Colli, che appel­lava a sua volta. In tempo di re­cord viene istruito il processo d’ap­pello. Solo per un disguido buro­cratico non è avvenuto il 14 luglio scorso, come inizialmente era stato notificato.

Al padroni non è bastato aver scon­fitto una lotta con 6 mandati di cattura e con oltre cento denunce, costringendo gli operai, grazie an­che al pesante intervento del sin­dacati nazionali, a rientrare In fab­brica dopo un mese di sciopero ad oltranza. Non è bastato perché, do­po due o tre mesi di disorienta­mento, nel reparti gli operai avevano ricominciato a rialzare la te­sta con scioperi spontanei ed oggi, da più di quattro mesi, per il pre­mio di produzione e di mansione, ogni giorno gli operai si fermano mezz’ora-un’ora, articolando lo scio­pero nel reparti.

Nell’ultimo incontro della settima­na scorsa con i sindacati, la dire­zione Rhodia, oltre a rifiutarsi di entrare nel merito della richieste, ha lamentato il «disordine produt­tivo» e «che i tecnici sono impos­sibilitati a fare il loro lavoro». Chiaramente, al di là della volon­tà personale di qualche magistrato che ha sentito la sentenza di asso­luzione come una offesa e una que­stione personale, esiste la volontà precisa del padronato che vuole con questo processo, «punire» e ferma­re la classe operaia della Rhodia. Per garantirsi questo risultato, 20 giorni prima del processo, la Dire­zione Rhodia, tramite un suo diri­gente e due «guardioni» ha crea­to una colossale montatura, contro uno degli imputati, il compagno Omelia, accusandolo di fatti mai avvenuti, in modo che Calabrese De Feo avesse le mani libere per farlo arrestare.

Il processo del 21 ottobre è molto importante.

Importante perché avviene a Tori­no, dove In maniera pesantissima i padroni conducono un’offensiva au­toritaria che ha al suo centro, pa­rallelamente alla intransigenza pa­dronale, la fascistizzazione degli organi dello Stato. Negli stessi giorni a Torino abbiamo altri pro­cessi polizieschi: quello contro i 42 compagni di Lotta Continua e di Potere Operalo per «reati d’opinio­ne» e quello contro i 3 membri di C.i. della Fiat Lingotto.

In secondo luogo si tratta di un processo di massa. Sul banco degli imputati siedono operai di base, operai del Pci, dello Psiup, del Psi, del Manifesto, rappresentanti e di­rigenti sindacali, il segretario del­la Federazione del Pci, studenti di Lotta Continua e del Manifesto. Tut­to il vasto arco della sinistra, tra­dizionale e non, di Verbania è rap­presentato. Chi inveiva contro gli estremisti «che non hanno niente a che fare con la classe operala», si trova oggi colpito dalla repres­sione assieme a loro.

Non è il caso che l’Unità abbia re­legato la notizia dell’arresto di Or­nella in fondo alla sesta pagina ignorando il fatto che si trattava di un militante del Pci.

La campagna contro gli «opposti estremismi» mostra in questo pro­cesso la sua vera faccia: la re­pressione vuole fermare le lotte operale.

Mentre i riformisti tacciono, sono le forze di classe che, facendo per­no sulle lotte operale, possono fer­mare la repressione garantendo gli spasi politici conquistati in questi anni.

La risposta data con la manifesta­zione di sabato a Torino è stato un primo momento fondamentale. Oggi gli operai della Rhodiatoce si incontreranno con il consiglio di fabbrica della Mirafiori.

schede

La legge sui blocchi stradali

La legge n. 66 del 22-1-1048 è stata appunto presentata nel ’48 (mini­stro degli interni Scelba) formal­mente per salvaguardare le vie di comunicazione dai briganti. In real­tà per reprimere le lotte contadine che nell’autunno ’47 erano state particolarmente dure.

Data l’enorme estensione delle vie di comunicazione e la scomparsa oggi dei briganti che assaltano i passeggeri bloccando le strade, ta­le legge potrebbe non aver più nes­sun senso.

In effetti è una legge repressiva di eccezionale pesantezza, diretta a colpire le manifestazioni operaie e popolari: ossa permette di inflig­gere a chiunque faccia una mani­festazione da 1 a 6 anni di reclu­sione e «se il fatto è commesso da più persone» da 2 a 12 anni. Nell’Istruttoria contro gli operai della Rhodia si legge: «l’elemento materiato del delitto di blocco è dato dalla ostruzione o anche sol­tanto dall’ingombro dell’area della strada, mentre il dolo si esauri­sce e si concreta nel porre in es­sere tale attività al fino di impe­dire, od anche soltanto di creare difficoltà od Impaccio alla libera circolazione della sede stradale; che rientra nella previsione legi­slativa ogni forma di ostacolo an­che se attuato con assembramento di più persone, che con i loro cor­pi offrono ostacolo sensibile alla circolazione».

Proprio per il suo carattere ecce­zionalmente repressivo, di tale leg­ge non si è mal voluto discutere in parlamento, facendola ratifica­re di nascosto nel ’55 in un pac­chetto di numerose norme che sono passate al vaglio delle camere co­me Inerenti al Ministero del Tra­sporti e alla regolamentazione dei traffico stradale ferroviario e la­custre. Dal che si desume che i partiti «dell’opposizione di sini­stra» che impostano la loro stra­tegia sul parlamento, non sono nemmeno capaci di fare il loro me­stiere.

Sono stati condannati due dei compagni accusati di “stampa clandestina”

Verbania. Ieri mattina alla pretura di Verbania i compagni Gian Ma­ria Ottolini (Manifesto) e Doriano Roveri (Lotta Continua) sono stati condannati per «stampa clandesti­na» rispettivamente a 25 mila lire e 20 mila lire di multa con la so­spensione condizionale della pena. Gli altri compagni accusati di stam­pa clandestina e manifestazione non autorizzata sono stati assolti. Fra i testi di accusa, ancora una volta, si è messo in mostra il capi­tano dei carabinieri Puoti che, co­me già nel processo contro gli ope­rai della Rhodiatoce ha affermato — In contrasto con i rapporti messi agli atti del processo — di essere stato presente ai presunti reati e di aver identificato di persona i compagni accusati. Tale onnipre­senza, «rivelata» anche questa vol­ta a molti mesi dal fatti, risulta per lo meno sospetta.

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Al processo dei 47 della Rhodia l’accusa sostiene il crumiraggio e la serrata

di Gianni Montani

Torino 22.10.1971. Nell’aula della corte di ap­pello di Torino è cominciato Ieri mattina il processo contro i 47 com­pagni della Rhodia di Verbania, ac­cusati di blocco stradale nel corso della lotta dell’autunno ’69, quando la direzione ha serrato la fabbrica per un mese nel tentativo, non riuscito, di stroncare la lotta.

Sul banco degli imputati si tro­vano assieme operai, sindacalisti, dirigenti di partito. Basta­no questi dati a dare il senso del processo repressivo in atto. Dopo i processi agli estremisti si è ormai passati esplicitamente a reprimere giudiziariamente tutti coloro che in fabbrica lottano o hanno lottato.

Dopo le formule di rito e la relazio­ne del precedente processo (in cui gli imputati vennero assolti «per erronea supposizione di esercitare un diritto collegato al diritto di scio­pero»), e stato il turno dell’accusa. Nell’aula dove si celebra il processo, una Ispide ricorda che nello stesso luogo, nel 1944, il tribunale speciale fascista condannò a morte il primo comitato militare del Cnl piemonte­se. A sentire oggi in quest’aula la requisitoria del procuratore genera­le Cordero di Vonzo, sembrava di essere tornati indietro nel tempo. Bene ha fatto la difesa a registrare questo discorso che dimostra chi siano oggi gli uomini che dirigono la procura generale della Repubbli­ca. Cordero di Vonzo ha Iniziato la sua requisitoria affermando che quello della Corte di Verbania è un ‘diritto strano, fatto di interpreta­zioni erronee. «Interpretazioni — ha detto — che noi non crediamo qualcuno si senta il coraggio di so­stenere ancora».

Continuando la sua requisitoria il pubblico ministero ha affermato che il diritto di sciopero è un qualsiasi diritto privalo, e in questo senso, avendo durante lo sciopero ingom­brato la libera circolazione per sen­sibilizzare l’opinione pubblica, gli imputati sono da giudicare come responsabili del blocco stradale. Reati comuni e non politici — ha sostenuto il pubblico ministero — in quanto lo sciopero politico è proibito. Sempre sul diritto di sciopero, di Vonzo ha continuato citando la giurisprudenza più reazionaria oggi esistente, affermando il diritto alla serrata padronale come forma legittima di pressione del padroni sugli operai, il diritto di crumiraggio, la Incriminazione dei lavoratori per occupazione di fabbrica. Per sostenere questa sua tesi ha fatto esplicito riferimento a quelli che si opposero all’assunzione del diritto dl sciopero nella costituzione. Sui fatti specifici di blocco stradale, il pubblico ministero ha sostenuto che è un reato comune, opponendosi fin d’ora alla richiesta di atte­nuanti per particolare valore so­ciale. Ha detto che il fatto stesso di voler sensibilizzare l’opinione pub­blica è una affermazione di volontà di blocco stradale in quanto si vuole fermare la gente per parlare; e ha riconosciuto come blocco strada­le tutte le situazioni in cui non si può circolare liberamente (qualcuno il pubblico ha espresso il timore Incontrare Cordero di Vonzo in qualche ingorgo nel centro di To­rino).

La chiusura della requisitoria ha avuto il pregio di chiarire, al di là del cavilli giuridici, quale sia la vo­lontà del pubblico ministero.

Rivolto alla corte questi, con fare minaccioso, ha detto: «di queste questioni hanno parlato i giornali le riviste, ecc. con parole infuocate». Il pubblico ministero, cioè, è particolarmente sensibile al giudi­zio del Tempo che ha scritto ai mo­mento dell’assoluzione: «comporta­mento criminoso dei giudici di Verbania». È poi cominciato l’elenco delie richieste della pena. Complessivamente quaranta anni circa.

Dopo una breve sospensione sono cominciate le arringhe delia difesa. L’avvocato Fenghi ha sostenuto la giustizia giuridica della sentenza del tribunale di Verbania, dimo­strando che il concetto di «erro­nea supposizione di esercitare un diritto» non è una eccezione del tri­bunale di Verbania ma una tenden­za affermata e consolidata della giurisprudenza. Il difensore ha dimostrato l’assurdità della interpre­tazione di blocco stradale da parte del pubblico ministero (ingorgo o rallento del traffico) in quanto se questa fosse l’interpretazione, si potrebbero incriminare gli operai quando escono dalle fabbriche, gli studenti dalle scuole ecc. Inoltre se fosse giusta questa interpretazione, gli operai e i contadini non avreb­bero nessun diritto di propagandare le motivazioni delle proprie lotte, In quanto i mezzi di comunicazione di massa sono in mano ai padroni. L’assurdità della interpretazione è stata dimostrata paragonando le pene di cui sono passibili i respon­sabili dell’ingorgo (da due a dodici anni) con le pene per attentato ferroviario con disastro (da tre a dieci anni) o alla violenza privata (mas­simo quattro anni). «Cioè a dire ha detto Fenghi che se gli operai della Rhodiatoce avessero rotto tut­to, rischierebbero meno di quello che rischiano per aver provocato un rallentamento del traffico». Fenghi ha determinato chiedendo la assoluzione per non aver commesso il fatto e dicendo che non la dife­sa chiede una sentenza politica, ma l’accusa. Una sentenza contro la classe operala.

Le difese sono continuate dimo­strando la mancanza di prove da parte dell’accusa. Alcuni sono impu­tati solo perché la loro macchina era parcheggiata a 500 metri dal luogo del presunto blocco. Circa gli altri presunti blocchi i carabinieri, giunti sul posto dopo quindici minu­ti, non hanno visto niente di anor­male. Il processo è continuato ieri sera.

Torino, in attesa della sentenza. Davanti G.Ottolini, D.Caretti, A.Goffredi, Dietro S.Rampazzo(?), R.Del Mastro

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Il tribunale di appello si è preso la sua vendetta e nega il valore sociale della lotta alla Rhodia

di Gianni Montani

Torino 23.10.1971. Si è concluso con 23 con­danne e 24 assoluzioni il processo d’appello contro gli operai della Rhodia. Quello che non è riuscito a fare il tribunale di Verbania sol­lecitato dal famigerato Calabrese De Feo, lo ha fatto il tribunale «speciale» di Torino. Sono stati condannati i compagni: Carlo Alberganti (6 mesi), Antonio Lo Nigro (7 mesi), Bruno Ormella (6 mesi e 20 giorni), Giancarlo Tartaro (5 mesi e 10 giorni), Ric­cardo Forte (9 mesi), Ruggero Del Mastro (5 mesi e 10 giorni), Lucio Ferrara (5 mesi e 10 giorni), Adria­no (Diego) Caretti (5 mesi e 10 giorni), Sergio Silvestri  (6 mesi), Amelia Martini (6 mesi), Giuseppe Buffo­ni (6 mesi e 20 giorni), Sebastiano Russo (5 mesi e 10 giorni), Gianni Fasolo (5 mesi e 10 giorni), Orazio Burgoni (6 mesi), Giovanna Alber­ganti (5 mesi e 10 giorni), Antonio Fellini (6 mesi e 10 giorni), Gian Maria Ottolini (6 mesi e 10 giorni), Giacomo Buffoni (6 mesi e 10 gior­ni), Danilo Ghedini (5 mesi e 10 giorni), Attillo Conterno (5 mesi e 10 giorni), Silvano Silvani (5 mesi e 10 giorni), Attilio Alioli (5 mesi e 10 giorni). Settimo Rampazzo (5 mesi e 10 giorni).

Nell’aula del palazzo di giustizia di Torino, sul cui portone esisto­no tuttora ì fasci littori, erano continuate nel tardo pomeriggio di giovedì e nella mattinata di vener­dì le arringhe dei difensori dei 47 compagni della Rhodiatoce di Verbania.

La linea della difesa si è artico­lata, oltre che sulla difesa del di­ritto di sciopero con tutte le impli­cazioni che questo significa, e sula assurdità delle Interpretazioni date dal pubblico ministero Cordero di Vonzo del reato di blocco stradale, sulle contraddizioni e la mancan­za assoluta di prove d’accusa. In sostanza la difesa ha chiesto ai giudici di giudicare secondo le pro­ve e non secondo quello che un avvocato ha definito «un gioco di magia» per cui molti imputati so­no stati accusati non perché qual­cuno li ha visti, ma perché la loro macchina è stata vista a 500 me­tri dal luogo del presunto blocco. Altri sono stati accusati per pre­sunti blocchi avvenuti In giorni in cui non erano a Verbania. Il caso più clamoroso è quello di Giancar­lo Tartaro, accusato di aver partecipato al secondo blocco della fer­rovia mentre quel giorno era al ministero del Lavoro a Roma per condurre lo trattative con la dire­zione Rhodia.

Dalle arringhe del difensori e emer­sa la figura del capitano del cara­binieri Puoti che sistematicamente, noi giorni dei presunti blocchi ha stilato rapporti In cui affermava di non aver riconosciuto nessuno dei partecipanti perché gli era Im­possibile, e in un secondo rapporto elencava i nomi del riconosciuti senza spiegare li cambiamento di posizione. Sul particolare del blocco ferroviario un’altra figura di rilie­vo è quella del brigadiere Bufano che In aula, a Verbania, ha affer­mato di aver visto gli imputati du­rante li blocco, mentre il capitano ha affermato, sia nel rapporto sia nella deposizione, di essere entrato da solo nella stazione. Altro per­sonaggio attendibile è il vice que­store di Verbania che affermava di aver riconosciuto gli Imputati ed elencava come ulteriori testimo­ni tre poliziotti, due del quali af­fermano di non aver visto nulla.

A dare il senso del grottesco delle richieste di pena, è il caso di una imputata per cui è stato richiesto un anno di reclusione: le uniche prove a suo carico sono date dalla testimonianza di un poliziotto che ha affermato di averla vista du­rante un presunto blocco sul mar­ciapiede della via.

Su queste prove il tribunale deve decidere. Su queste prove il pub­blico ministero ha chiesto oltre 40 anni di galera.

C’è poi la questione delle atte­nuanti per particolare valore so­ciale, che i difensori hanno chie­sto In via subordinata qualora il tribunale, nonostante la mancanza di prove, decreti la colpevolezza dei compagni. Su questa questione il pubblico ministero ha dichia­rato, già al momento della sua re­quisitoria, la sua totale opposizione. Per sostenere la applicabilità delle attenuanti del «particolare valore sociale» sono state ricordate le ca­ratteristiche della lotta alla Rho­dia. Una lotta che aveva come pri­mo obiettivo il rifiuto della smobi­litazione parziale della fabbrica che la direzione aveva annunciata. Una lotta che portò all’assunzione alla Rhodia di altri 300 operai dando un grosso contributo all’economia eli tutta la zona, allora come oggi minacciata dalla disoccupazione. Una lotta per la parità normativa operai-impiegati, che affrontava un problema di giustizia sociale. Una lotta infine non diretta da pochi dirigenti sindacali «da dietro il loro tavolino» ma dalle assemblee ope­raie.

Ma questa è proprio l’accusa che si fa ai compagni di Verbania. Lo dimostra l’Incriminazione per bloc­co stradale perché gli operai delle Rhodia e di altre fabbriche che avevano portato allora i soldi rac­colti nelle loro fabbriche per so­stenere la lotta, uscendo dall’as­semblea — erano circa 400 — han­no rallentato il traffico per pochi minuti. Come dimostra il rapporto dei carabinieri che giunti sul posto dopo 15 minuti non hanno trovato niente di anormale.

Proprio contro le attenuanti per particolare valore sociale si è sca­gliato il pubblico ministero nella sua replica, in cui ha sostenuto, con un livore anti-operaio che dif­ficilmente si è precedentemente vi­sto in un tribunale, che la lotta della Rhodia non aveva niente di sociale, che gli operai lottavano so­lo per problemi propri. Che le lotte sono solo lotte egoistiche che gli operai fanno per migliorare solo le proprie condizioni, «gli operai chiedevano le 40 ore di lavoro set­timanale, non lottavano per i di­soccupati, ma solo per lavorare di meno».


[i] In questo articolo di Luciana Castellina un ricordo di Gianni Montani: Viaggio nella Torino che ha inghiottito il suo passato.

[ii] Gli originali che ho potuto consultare sono depositati presso la Biblioteca Aldo Aniasi della Casa della Resistenza in connessione col fondo “Alberganti Albertini” del Centro di Documentazione.

Due poesie tardo adolescenziali

Non mi ricordo chi l’abbia detto (o scritto), forse Franco Fortini.

«Tutti gli adolescenti scrivono poesie, ma pochissimi diventano poeti»

Le prime di cui ho ritrovato traccia scritta nei miei quaderni risalgono ai miei sedici anni. Lontane non solo nel tempo.

Quelle che sotto trascrivo sono invece le mie due penultime scritte quando ormai ne avevo quaranta di anni e, tutto sommato, mi ci ritrovo, mi riconosco anche oggi che sono alla soglia degli ottanta.

Due penultime, dicevo, perché pochi anni dopo avevo scritto un piccolo poema che ho fatto leggere alla mia collega ed amica Patrizia. È stata drastica: “Non è proprio il tuo genere!”. Ho seguito il suo implicito consiglio e da allora di poesie non ne ho scritte più.


 
La prima delle due era evidentemente influenzata dalla mia frequentazione della narrativa fantascientifica; ne avevo anche fatto copia sulla carta argentata della piccola stampante dello Sinclair Spectrum +, il mio primo PC. La seconda da due fatti di cronaca.


L’astronauta

Cari amici*

                vi scrivo

da un altro pianeta

vorrei

                potervi vedere

ancora una volta

vorrei

                potervi dire

che tutto quanto

abbiamo fatto insieme

non sempre è riuscito

ma che comunque

ogni volta ancora

lo rifarei se potessi

rifarlo insieme a voi.

Cari amici

                vi dico

che lontano dal mondo

dove tutto è diverso

tutto sembra uguale

o forse tutto è uguale

anche se sembra

un mondo diverso.

Cari amici

                non importa …

la distanza del tempo

pesa più dello spazio

qualcosa abbiamo fatto

se non si vede il segno

è perché la vista

ormai ci fa difetto

ma dentro noi

ciò che nessuno vede

si sente

                eccome!

                                29.XII.86

* Amici del ‘68


¿Quien sabe? **

Dio è morto.

                Rimane il peccato

                resta la colpa

                l’innocenza è scomparsa

                lucciole addio.

Dio è morto

                la violenza non trova “Causa”

                non ricerca bandiere

                non si giustifica più.

                Si esercita.

                Talvolta cruda

                talvolta asettica

                cruda e senza senso

                asettica e rispettabile.

                Cruda nei poveri

                cruda per rabbia

                cruda per impotenza.

                Asettica e ricca

                asettica e benemerita

                asettica per “fama” e denaro.

                La prima scandalizza, sconvolge

                si butta in prima pagina.

                L’altra si nasconde e trasfigura:

                quante buone intenzioni!

                quanti buoni affari!

                A Palermo una lapide di bimba.

                A Montevideo un piccolo desaparecido.

** A Palermo due sottoproletari hanno seviziato e ammazzato la loro piccola “perché piangeva troppo”. Da Montevideo le prime notizie di traffici di bambini per farne “organi” da trapianto.


PS. Le illustrazioni sono tratte dagli album de L’Incal di Moebius in collaborazione con Jodorowsky.


Di seguito la riproduzione dei testi originari.

Prima bozza della versione a stampa


Zenone ovvero dell’arte culinaria

Scartabellando fra i miei vecchi quaderni ho trovato questa nota diaristica su una lezione di filosofia del 7 marzo 1994.

 Non la ricordavo.

Mi è sembrata carina e non del tutto inattuale.

La ripropongo di seguito


7.3.94

Classe III SUS [Scienze Umane e Sociali]

Zenone ovvero dell’arte culinaria

Studente. Ma perché Zenone deve complicare le cose in questo modo?

Insegnante. È vero, la filosofia, il ragionamento complicano la vita.

S. Se ne potrebbe fare a meno, sarebbe tutto più semplice.

I. Certo, si potrebbe vivere tranquillamente senza pensare.

Molti lo fanno.

È come cucinare senza sale e senza aromi, si può benissimo vivere (o “sopravvivere”) mangiando sciapo.

Chi preferisce vivere “sciapo” è meglio non si imbarchi nello studio della filosofia.



Tredici anni di “Fractalia spei”

Il 4 febbraio 2013 inauguravo questo blog con l’editoriale Frammenti similari di speranza e successivamente con articoli legati in particolare ai temi della memoria, della violenza di genere, della condizione giovanile oltre a letture di testi direttamente o indirettamente connessi a queste tematiche. Non ho solo voluto, come ricordato nell’editoriale d’apertura, superare i limiti dei social allora più in uso, ma anche sfruttare le potenzialità mediatiche: immagini e soprattutto testi che più esattamente costituiscono degli ipertesti con link interni e tag che permettono di approfondire e allargare il temi affrontati.

Con gli anni gli argomenti si sono ampliati e sono stati “accolti” alcuni importanti contributi di amici che hanno voluto contribuire arricchendo e approfondendo le tematiche.

Con il presente siamo a 167 articoli, circa 13 all’anno.

Lo scopo era quello di raggiungere un pubblico più vasto sia locale sia più ampio. Con 36 abbonati (ovviamente gratuiti) e soprattutto con le 84.450 visualizzazioni dall’esordio ad oggi (con una media di 6.500 all’anno) posso affermare che da questo punto di vista l’obiettivo è stato raggiunto. L’altro obiettivo, in particolare su alcuni argomenti, era quello di offrire uno spazio al confronto e al dibattito: il numero di commenti è stato decisamente basso, in media uno ogni due articoli (86 su 166) il più delle volte limitati a poche parole di gradimento senza entrare nel merito.

I dieci articoli più visualizzati dal 2013:


Alcune riflessioni sul femminicidio e sulla violenza di Andrea Bocchiola e Sonia de Cristofaro: 7 febbraio 2013


Il testo unico fascista (1929 – 1943): 14 luglio 2016


Trarego 25 febbraio 1945:14 febbraio 2014


Le SS-Polizei in Ossola e nel Verbano (1943 – 1945):12 settembre 2018


Il male può essere banale? Attualità di Hannah Arendt:6 marzo 2015


L’Ossola libera e le “Repubbliche” partigiane: 23 ottobre 2014


Peer & Media education: 23 settembre 2015


La “Festa della Liberazione” a Stresa, 75 anni fa:17 aprile 2020


Ermanno, la Colonia Motta, la guerra:7 Maggio 2018


Adulti feriti e amati bambini di Nives Cerutti: 17 ottobre 2013


I cinque articoli più visualizzati nel 2025:


Hedy Lamarr diva dimenticata scienziata ignorata


La strage del Lago Maggiore. Una lenta emersione


Il testo unico fascista (1929 – 1943)


Provincia Lepontina


Cleonice. Il lungo cammino della memoria



Buona lettura.

Commenti e proposte di collaborazione sono ovviamente benvenuti.


Un percorso didattico: il criticismo kantiano

Nei vecchi file del PC sono riuscito a recuperare l’unità didattica di filosofia su Immanuel Kant e il criticismo. Quella scansionata è la sua ultima versione che risale al 2001. Fare i conti con Kant e leggerne passi significativi lo consideravo non solo momento centrale della storia del pensiero, ma soprattutto una sorta di porta di ingresso per accedere alla filosofia contemporanea.

La sollecitazione iniziale, atta a superare una concezione ingenua della visione (e implicitamente di tutta la sensazione), era attivata con un breve filmato in cui Oliver Sacks ricordava la reazione di un suo paziente, cieco dalla nascita, dopo un trapianto oculare. Quando gli vennero tolte le bende alla domanda di cosa vedesse rispose: “Un turbinio di luci da cui esce la sua voce” riferendosi al viso di Sacks. Il paziente non recuperò la vista delle forme, il suo cervello adulto non era più in grado di organizzare gli stimoli visivi e nello stesso tempo la sua precedente organizzazione dello spazio (svolgeva attività in campo meccanico) ne risultava compromessa. Quello che avrebbe dovuto costituire il “dono della vista” diventò per lui una maledizione.   

La lettura e il commento dell’icastico passo di Borges che apre la dispensa fa poi risaltare l’ingenuità di una rappresentazione della conoscenza quale copia della realtà. Discorso approfondito con il concetto di gnoseologia nel suo significato generale e nel suo sviluppo.

A seguire l’articolazione del pensiero kantiano nei suoi riferimenti e nelle sue fasi precritiche e critiche con un cenno finale alla filosofia del diritto e della storia.


La dispensa, concepita ovviamente quale supporto a esposizione e discussione orali, è scaricabile > QUI <