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Tredici anni di “Fractalia spei”

Il 4 febbraio 2013 inauguravo questo blog con l’editoriale Frammenti similari di speranza e successivamente con articoli legati in particolare ai temi della memoria, della violenza di genere, della condizione giovanile oltre a letture di testi direttamente o indirettamente connessi a queste tematiche. Non ho solo voluto, come ricordato nell’editoriale d’apertura, superare i limiti dei social allora più in uso, ma anche sfruttare le potenzialità mediatiche: immagini e soprattutto testi che più esattamente costituiscono degli ipertesti con link interni e tag che permettono di approfondire e allargare il temi affrontati.

Con gli anni gli argomenti si sono ampliati e sono stati “accolti” alcuni importanti contributi di amici che hanno voluto contribuire arricchendo e approfondendo le tematiche.

Con il presente siamo a 167 articoli, circa 13 all’anno.

Lo scopo era quello di raggiungere un pubblico più vasto sia locale sia più ampio. Con 36 abbonati (ovviamente gratuiti) e soprattutto con le 84.450 visualizzazioni dall’esordio ad oggi (con una media di 6.500 all’anno) posso affermare che da questo punto di vista l’obiettivo è stato raggiunto. L’altro obiettivo, in particolare su alcuni argomenti, era quello di offrire uno spazio al confronto e al dibattito: il numero di commenti è stato decisamente basso, in media uno ogni due articoli (86 su 166) il più delle volte limitati a poche parole di gradimento senza entrare nel merito.

I dieci articoli più visualizzati dal 2013:


Alcune riflessioni sul femminicidio e sulla violenza di Andrea Bocchiola e Sonia de Cristofaro: 7 febbraio 2013


Il testo unico fascista (1929 – 1943): 14 luglio 2016


Trarego 25 febbraio 1945:14 febbraio 2014


Le SS-Polizei in Ossola e nel Verbano (1943 – 1945):12 settembre 2018


Il male può essere banale? Attualità di Hannah Arendt:6 marzo 2015


L’Ossola libera e le “Repubbliche” partigiane: 23 ottobre 2014


Peer & Media education: 23 settembre 2015


La “Festa della Liberazione” a Stresa, 75 anni fa:17 aprile 2020


Ermanno, la Colonia Motta, la guerra:7 Maggio 2018


Adulti feriti e amati bambini di Nives Cerutti: 17 ottobre 2013


I cinque articoli più visualizzati nel 2025:


Hedy Lamarr diva dimenticata scienziata ignorata


La strage del Lago Maggiore. Una lenta emersione


Il testo unico fascista (1929 – 1943)


Provincia Lepontina


Cleonice. Il lungo cammino della memoria



Buona lettura.

Commenti e proposte di collaborazione sono ovviamente benvenuti.


Un percorso didattico: il criticismo kantiano

Nei vecchi file del PC sono riuscito a recuperare l’unità didattica di filosofia su Immanuel Kant e il criticismo. Quella scansionata è la sua ultima versione che risale al 2001. Fare i conti con Kant e leggerne passi significativi lo consideravo non solo momento centrale della storia del pensiero, ma soprattutto una sorta di porta di ingresso per accedere alla filosofia contemporanea.

La sollecitazione iniziale, atta a superare una concezione ingenua della visione (e implicitamente di tutta la sensazione), era attivata con un breve filmato in cui Oliver Sacks ricordava la reazione di un suo paziente, cieco dalla nascita, dopo un trapianto oculare. Quando gli vennero tolte le bende alla domanda di cosa vedesse rispose: “Un turbinio di luci da cui esce la sua voce” riferendosi al viso di Sacks. Il paziente non recuperò la vista delle forme, il suo cervello adulto non era più in grado di organizzare gli stimoli visivi e nello stesso tempo la sua precedente organizzazione dello spazio (svolgeva attività in campo meccanico) ne risultava compromessa. Quello che avrebbe dovuto costituire il “dono della vista” diventò per lui una maledizione.   

La lettura e il commento dell’icastico passo di Borges che apre la dispensa fa poi risaltare l’ingenuità di una rappresentazione della conoscenza quale copia della realtà. Discorso approfondito con il concetto di gnoseologia nel suo significato generale e nel suo sviluppo.

A seguire l’articolazione del pensiero kantiano nei suoi riferimenti e nelle sue fasi precritiche e critiche con un cenno finale alla filosofia del diritto e della storia.


La dispensa, concepita ovviamente quale supporto a esposizione e discussione orali, è scaricabile > QUI <

La nascita del Gruppo de il manifesto a Verbania

L’iniziativa del 31 ottobre 2025 dedicata al ricordo di Carlo Alberganti e Giovanna Albertini (Carlo e Giovanna memorie di una vita per la collettività) mi ha stimolato a mettere un po’ di ordine ai ricordi di quasi sei decenni fa. Come immagino capiti a molti la mia memoria è nitida su singoli episodi ma faccio fatica a inserirli in una successione precisa. Mi sono così costruito una cronologia di quegli anni e, soprattutto, sono riuscito reperire alcuni documenti allora elaborati e, in particolare, un mio quaderno di appunti, verbali e considerazioni stesi tra il maggio 1969 e il gennaio 1971 [i].

La rilettura ordinata di questa documentazione permette così non solo di ricostruire quando e con chi è nato il Gruppo de il manifesto a Verbania, ma soprattutto a capire le motivazioni, la logica di fondo che, all’interno di un contesto storico importante per la comunità locale, ha portato quel gruppo di compagni a dar vita a un’esperienza politica significativa che ha lasciato il segno anche nei decenni successivi.

Il Comitato Operai Studenti

Sulla base di rapporti instaurati nel 1967 in occasione di iniziative per il Vietnam [ii], all’inizio del 1968 con studenti universitari, sinistra del PCI, operai di diverse fabbriche (Unione Manifatture, Cartiera di Possaccio, Rhodiatoce) si è dato vita al Comitato Operai Studenti. La sede era in un sottotetto non lontano da piazza San Vittore a Intra, sopra il Ristorante Isolino. Ci si riuniva intorno a un grande tavolato – rapidamente trasformato un poliedrico graffito di disegni e scritti rivoluzionari – per discutere iniziative, volantini a sostegno delle lotte operaie, non mancando discussioni e confronti sulla politica nazionale e internazionale.

Gino Vermicelli fotografato da Mario Dondero

La presenza più significativa, cuore e spesso regolatore della discussione era quella di Gino Vermicelli; commissario politico garibaldino in Ossola, dirigente politico comunista a livello nazionale nell’immediato dopoguerra, successivamente Segretario della federazione del PCI di Novara. Non condividendo lotte di potere correntizie all’interno della federazione novarese si dimise da segretario e da quel momento fu messo (e si pose) ai margini della vita del partito. Nel 1963 si era trasferito a Verbania in qualità di Dirigente della locale Federazione delle Cooperative.

«Questo fatto di lavorare non più dentro il Partito, ma in un altro posto e fare politica nel tempo libero, mi portava inevitabilmente a pensare in modo autonomo.

Emergevano grossi problemi e nuove realtà: crisi delle società dell’est, le contraddizioni della nostra società, la smobilitazione delle fabbriche, una modificazione del ruolo della classe operaia dovuta in parte al suo ricambio generazionale, all’immigrazione, alla diminuzione della sua importanza numerica, eccetera. Tutti problemi non risolti o, meglio, non affrontati, oggetto di discussioni marginali. Il Partito comunista seguiva la sua strada[iii]

Nel breve saggio “Che cosa vuol essere il Comitato Operai e Studenti e che funzioni ha[iv] ho tentato di chiarirne la funzione e la strategia; di seguito alcuni passaggi.

«È necessario stimolare lotte autogestite con chiari temi politici evitando e combattendo ogni tematica di tipo cogestionale: il popolo deve gestire solo la sua lotta fin quando non ha il potere. Il C.O.S. deve avere la funzione di organizzare i Comitati di Lotta in tutte le situazioni (fabbriche, grandi magazzini, scuole, quartieri, ecc. Nei Comitati di Lotta partecipano elementi interni ed esterni (op. e studenti). L’unione fra gli sfruttati che i Comitati di Lotta favoriscono deve esser basata sui fatti e non sulla ideologia … Per evitare il corporativismo e la settorializzazione il C.O.S. ha la funzione di collegare insieme i vari Comitati di Lotta. …

Non abbiamo una linea precostituita né siamo un partito (non chiediamo una fetta di potere né la delega a nessuno). Il nostro lavoro procede se cogliamo le esigenze reali delle masse. (Dalle masse alle masse). Il nostro lavoro è al di fuori di ogni istituzione esistente.»

Una linea volutamente al di qua dell’idea e della prospettiva partitica, volta a stimolare, sostenere e collegare le lotte. Le rivendicazioni e i primi scioperi degli operai della Rhodiatoce di Pallanza, culminati nella occupazione della fabbrica, sono stati il più significativo banco di prova di questa prospettiva.

Il primo ciclo di lotte alla Rhodiatoce sino all’occupazione della fabbrica (1967 – 1969)

La caratteristica di fondo delle lotte degli operai della Rhodiatoce è di essere incentrate sulle condizioni di lavoro (carichi, tempi e pause, ambiente di lavoro e riduzione della sua nocività) rifiutando la logica perseguita dalla azienda (e in precedenza accettata dai sindacati) di monetizzare aumentando i tempi di intervento. Le prime rivendicazioni operaie per ricalibrare tempi di intervento e pause, nel dicembre 1967, partono dal reparto Filatura Nylon, cuore della fabbrica; rivendicazioni che progressivamente si estendono agli altri reparti.

I primi scioperi sono dell’inizio febbraio 1969 e di fronte alla netta chiusura dell’azienda il 5 marzo si arriva alla decisione della Commissione interna di fabbrica (CIF) in accordo coi tre direttivi sindacali, alla occupazione dello stabilimento. Anna Goffredi (CISL) che ha redatto un bellissimo Diario degli undici giorni dell’Occupazione così ricorda e commenta:

«5 MARZO 1969. Oggi, dopo una settimana e quattro giorni, durante i quali si sono incontrate le organizzazioni sindacali con i rappresentanti dell’azienda, abbiamo deciso l’occupazione della fabbrica. […]

È da sottolineare il comportamento ambiguo della Direzione, che – soddisfando richieste puramente economiche, come tali valide solo parzialmente – ha cercato di superare i problemi relativi ai carichi di lavoro, i quali da soli sono in grado di qualificare tutta la trattativa in atto; essa ha cercato così di isolare i lavoratori della Filatura, creando incertezze fra tutti gli altri lavoratori, ai quali spetta il merito di avere precedentemente e in varie occasioni dimostrato di saper opporsi validamente alle imposizioni della Direzione.

Interrotte le trattative alle ore 13:30 di oggi, la CIF e alcuni membri del direttivo delle 3 OO.SS. hanno occupato la fabbrica. L’occupazione è avvenuta contemporaneamente all’assemblea convocata presso il Cinema Impero di Intra; la notizia coglieva di sorpresa i lavoratori presenti, ma – soprattutto – le forze dell’ordine, alle quali veniva così impedita la possibilità di fare un picchettaggio che ostruisse le entrate della fabbrica. È giusto premettere che già ieri l’assemblea dei lavoratori aveva votato alla unanimità per l’occupazione di fabbrica in caso di mancato accordo; solo 3 su circa 1300 presenti in sala erano contrari; oggi un’altra votazione ha confermato la volontà precisa dei lavoratori (meno i soliti 3)[v]


L’occupazione procede per undici giorni con una forte partecipazione sia interna che esterna con picchetti che controllano tutte le possibili entrate. La solidarietà nei confronti degli occupanti si allarga rapidamente sia nelle altre fabbriche, non solo quelle del gruppo, sia in strati importanti della popolazione (commercianti, sacerdoti, studenti medi, Federazione delle Cooperative, persino Istituti bancari ecc.) con atti concreti di sostegno anche economico per le famiglie operaie rimaste senza reddito.  Le numerose e imponenti manifestazioni e i temporanei assembramenti hanno trovato solidarietà anche perché la loro precisa organizzazione ha evitato il benché minimo momento di scontro e tutto si è svolto in modo ordinato.


La direzione, probabilmente pressata dalla clientela le cui commesse sono bloccate e ha necessità di riavviare gli impianti, alla fine cede. Nell’incontro del 15 marzo presso la Prefettura di Novara tra Rhodiatoce e i tre sindacati CGIL, CISL e UIL, come di può verificare dal relativo Verbale [vi], praticamente tutte le rivendicazioni operaie trovano soddisfazione.

La notizia arriva immediatamente a Pallanza dove davanti ai cancelli si è ammassata una gran folla di operai e non solo. La sirena si mette a suonare accompagnata del suono delle campane della Chiesa di Madonna di Campagna; al posto del fuoco dei copertoni con il suo fumo nero, viene bruciato un covone di paglia con la sua fumata bianca. L’entusiasmo è alle stelle, la sera uno spettacolo gratuito offerto da Dario Fo e il giorno dopo l’imponente corteo che, dietro allo striscione “Uniti abbiamo vinto”, dalla Rhodia raggiunge Piazza Ranzoni a Intra.

Il Comitato di Lotta

Il Comitato Operai Studenti ha da subito affiancato gli scioperi di febbraio con volantini a sostegno delle richieste qualificanti. Con la Occupazione dello Stabilimento si costituisce il Comitato di Lotta della Rhodia che trova sede in una saletta collegata alla Chiesa di Madonna di Campagna. Operai e impiegati della Rhodia, ex partigiani, studenti universitari e qualcuno delle medie, altri cittadini vi stazionano praticamente in permanenza e il ciclostile produce volantini e documenti a ciclo quasi continuo.

Fascia del Comitato di Lotta con le firme dopo la “vittoria” del 15 marzo 1969

Rapidamente si coordina con il Comitato di occupazione e la sua azione si svolge essenzialmente in due direzioni: da un lato estendere la solidarietà nella città dall’altro partecipare alla organizzazione (cartelli striscioni, gestione ordinata ecc.) delle numerose manifestazioni che hanno accompagnato l’Occupazione della fabbrica.

La sua attività, riduttivamente semplificata come azione di “studenti estremisti”, è ovviamente vista come il fumo negli occhi dalla direzione della fabbrica [vii]. È in particolare il quotidiano torinese Gazzetta del Popolo che nelle pagine locali, oltre a sostenere ad oltranza le posizioni della direzione dello stabilimento, si fa portavoce dell’astio anti-studentesco.

«C’è stato qui un corrispondente de La Gazzetta del Popolo, a me personalmente molto antipatico (non è l’Aurora); pretendeva di trovarci d’accordo con lui nel ritenere la presenza degli studenti dannosa e superflua. Ha pubblicato una dichiarazione attribuita a Bacchetta, il quale smentisce categoricamente. Dovremo smentirle per lettera; del resto il contributo degli studenti all’esterno della fabbrica è, come Comitato di lotta, veramente prezioso!» [viii]

Fermo immagine dal documentario “Cronaca della lotta operaia alla Rhodiatoce”

Tra le iniziative del Comitato di Lotta va ricordata la realizzazione, grazie ad un gruppo militante di cineasti torinesi [ix], del documentario Cronaca della lotta operaia alla Rhodiatoce (18’47’’) in cui vengono spiegate con commento e interviste le motivazioni della occupazione della fabbrica e riportate le immagini di gran parte delle manifestazioni. Il documentario, originariamente in pellicola, oggi è visionabile su YouTube a cura dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico.

Il Comitato di Lotta [x] della Rhodiatoce continuerà ad operare nella sua sede di Madonna di Campagna sino al 1972.

Il successivo ciclo di lotte alla Rhodiatoce e la repressione (1969 – 1970)

Subito dopo il rientro in fabbrica si capisce che la direzione della Rhodiatoce non ha nessuna intenzione di applicare gli accordi accampando scuse tecniche in particolare per quanto riguardo i carichi di lavoro e il risanamento ambientale. Situazioni analoghe si verificano in altre fabbriche del gruppo come Villadossola e Casoria.

Nel luglio 1969 in più reparti della fabbrica vengono effettuati scioperi per il rispetto degli accordi. La prima avvisaglia di un clima che sta cambiando è segnalato dalla pressoché costante presenza della Polizia in portineria. La direzione il 25 agosto cerca di stroncare la lotta mettendo in cassa integrazione oltre mille operai de settore Nylon con scuse tecniche evidentemente senza fondamento. La risposta operaia è immediata e massiccia: gli operai “in integrazione” entrano egualmente in fabbrica e la produzione procede regolarmente obbligando la direzione ad una retromarcia. Sulla spinta di questa vittoria operaia altri reparti “minori” (taglio cops, torcitura) riescono a imporre alcune delle loro rivendicazioni.

In questo clima di conflittualità la Commissione Interna procede ad una verifica reparto per reparto delle problematiche irrisolte e, in accordo con i sindacati locali e provinciali, elabora una articolata Piattaforma sindacale che viene presentata il luglio 1970 alla direzione Rhodia.

Momento conviviale di pausa. Area retrostante a Madonna di Campagna

Di fronte ad una risposta di netta chiusura dal 9 settembre iniziano gli scioperi proclamati dal sindacato. Di fronte alla serrata del settore Nylon cui viene tolta dalla direzione l’elettricità, si dichiara sciopero ad oltranza e numerose manifestazioni e iniziative di massa, ancor più partecipate di quelle del marzo 1969, caratterizzano l’intero mese di settembre snodandosi non solo in città ma spingendosi ad esempio sino a Stresa, a Villadossola, alla Stazione di Fondotoce. Il tutto avviene in modo ben organizzato e non si verifica alcun tafferuglio o danno alle cose.

Il momento di tensione più alto è il 30 settembre 1970 in concomitanza con l’inizio delle trattative a Roma: dopo 20 giorni di lotta Pallanza è praticamente messa in stato di Assedio. Reparti della celere si ammassano sul Viale Azari a una cinquantina di metri prima dei cancelli mentre la massa di operai, sindacalisti e membri del Comitato di lotta sono concentrati tra Madonna di Campagna e la fabbrica. Lo scontro sembra inevitabile ma due tempestivi interventi riescono ad evitarlo. Il sindaco Ammenti con la fascia tricolore si piazza davanti ai reparti della celere come a far da scudo. Dall’altro lato, verso il Plush alcune operaie (Nives, Rampazzo ed altre) si accorgono che un gruppetto di persone è intenta a divellere con un piede di porco il marciapiede accumulando pietre. Accorriamo sul posto, seguiti da alcuni operai. Non sono operai e tantomeno studenti (anche per l’età leggermente più attempata); forse fascisti o più probabilmente poliziotti in borghese. Al vederci arrivare si dileguano. Evidentemente la provocazione era pronta: il lancio di pietre verso la Celere avrebbe giustificato e dato via al Caos.

Il giorno successivo (1° ottobre) corteo interno alla fabbrica e successiva assemblea in cui si decide (con solo una decina di contrari) la continuazione ad oltranza dello sciopero. Da sottolineare la solidarietà nei confronti delle lotte non solo da altre fabbriche, da singoli cittadini e istituzioni civili e religiose ma anche dalla Associazione dei commercianti (chiusura di due ore durante la manifestazione del 15 settembre) e degli studenti medi.

A questo punto, oltre alla solita Gazzetta del Popolo, alle provocazioni non riuscite, si aggiunge la magistratura nella figura del Pubblico Ministero Gennaro Calabrese De Feo che, come da lui stesso affermato ad una delegazione di esponenti politici, è venuto a Verbania per almeno due anni per mettere le cose a posto. Nei primi giorni di ottobre incominciano ad arrivare le sue denunce a operai, sindacalisti e studenti per “blocco stradale” dove si considera tale qualsiasi corteo, assembramento o incontro di delegazioni: 12 “blocchi” tra il 18 settembre e il 6 ottobre. Alla fine i denunciati sono 48.

Carlo Alberganti, Giancarlo Tartaro

Il 7 ottobre a Roma presso il Ministero del Lavoro si conclude in linea di massima la trattativa (incontri successivi a Milano dovranno perfezionarne i dettagli).  Lo stesso giorno il Procuratore Gennaro Calabrese De Feo spicca sei mandati di cattura: Carlo Alberganti (Segretario della Camera Lavoro), Antonio Lo Nigro (Commissione interna Rhodia, CGIL), Riccardo Forte (operaio CISL), Bruno Ormella (Direttivo CGIL di fabbrica), Giancarlo Tartaro (Direttivo nazionale FILCEA-CGIL), Ruggero Del Mastro (operaio ditta esterna) per “blocco” davanti fabbrica il 6 ottobre. Alberganti, Tartaro, Del Mastro e Ormella sfuggono all’arresto e sono latitanti. Del Mastro sarà arrestato il 5 novembre.

Il 9 ottobre i sindacati nazionali del settore convocano al Cinema Impero di Intra l’Assemblea degli operai della Rhodiatoce con un intento preciso: far accettare l’accordo di massima ottenuto a Roma e convincere gli operai a sospendere lo sciopero e a rientrare in fabbrica. Vengono anche paventati altri settanta mandati di cattura. Nonostante molti interventi contrari alla fine l’Assemblea accetta l’indicazione sindacale.

Come già avvenuto, al rientro in fabbrica la società Rhodiatoce si rimangia gli impegni presi a Roma.

La Classe operaia della Rhodiatoce, tra ripresa del controllo padronale in fabbrica e repressione esterna è ormai ridotta alla difensiva.

Oltre a quelle per le manifestazioni della Rhodia parallelamente e nei mesi successivi si moltiplicano nel Verbano e nell’Ossola denunce a sindacalisti, esponenti del PCI, studenti universitari per stampa clandestina, manifestazione non autorizzata, oltraggio all’ordine giudiziario ecc. [xi]

La trasformazione del Comitato di Lotta e i rapporti con il manifesto.

Il Comitato di lotta, sempre nella affollata saletta di Madonna di Campagna, segue e partecipa attivamente al nuovo ciclo di lotte e alle numerose manifestazioni cambiando di fatto nome: dal 10 settembre ’70 viene diffuso un volantino intestato La Classe Operaia deve dirigere tutto, che nei giorni successivi si trasforma in un bollettino periodico ciclostilato a più pagine e più articoli arricchiti da vignette.

La dizione non convince tutti, in particolare Gino Vermicelli che “storce il naso”, ma sarà soprattutto saggezza e ironia operaia che rapidamente re-intitolano il ciclostilato “La Classe Operaia deve digerire tutto” a por fine all’originaria dizione.

Nell’aprile 1971 esce infatti la nuova versione più semplicemente titolata “La classe operaia” che continuerà ad uscire in forma ciclostilata sino al 1979 dopodiché assumerà un nuovo formato a stampa diffuso anche per posta.

Il 23 giugno del 1969 era nel frattempo uscito il primo numero della rivista il manifesto e gran parte dei membri del Comitato Operai Studenti vi trova ispirazione politica nella critica al PCI di non esser riuscito a far proprie le spinte delle lotte studentesche e operaie e nella critica dell’Unione Sovietica nel suo ruolo repressivo delle spinte innovative nei cosiddetti paesi satelliti. In molti diffondono la rivista, anche all’interno della fabbrica in particolare per mano di Nino Chiovini.

Come è noto, per intervento diretto di Brežnev, la direzione nazionale del PCI delibera radiazione di Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Aldo Natoli, e successivamente Massimo Caprara, con l’accusa di “frazionismo”; seguiranno l’allontanamento obbligato dal partito di Lucio Magri, Valentino Parlato e Luciana Castellina. A Verbania la radiazione colpirà i coniugi Carlo Alberganti e Giovanna Albertini e lo studente Giuseppe Buffoni. Vermicelli presenta una lettera di dimissioni che viene accettata.

Nel clima della repressione in atto, con il “processo Rhodia” che incombe e i compagni arrestati, latitanti e denunciati, si fa largo la consapevolezza che di fronte alla repressione esterna, che nel caso della Rhodiatoce è stata particolarmente feroce, le lotte e le spinte operaie non trovano autonomamente sbocco.

Anche per lo stimolo del numero 9 della rivista titolata “Per il comunismo. Piattaforma di discussione” che invita alla aggregazione delle forze per costituire una formazione politica, spinge la maggioranza dei compagni alla decisione di costituire anche localmente una formazione politica che da un lato raccolga, non disperda, l’esperienza delle lotte e dall’altro faccia fronte, anche politicamente e non solo sul piano giuridico, alla repressione.

I rapporti, anche personali con i compagni de il manifesto si infittiscono e si vede la loro presenza sia durante le lotte operaie che durante il successivo processo. Per fare alcuni esempi saranno presenti in più occasioni a Verbania Lucio Magri, Massimo Serafini, Eliseo Milani e Valentino Parlato.

Lucio Magri, Rossana Rossanda, Eliseo Milani, Luciana Castellina

Costituzione del Gruppo Verbanese de il manifesto (28 ottobre 1970)

È in una affollata saletta al primo piano di Madonna Campagna che il gruppo politico de il manifesto di Verbania prende vita [xii].

«… Sono state invitate forze che non aderiscono subito al manifesto ma che hanno fatto una scelta: Anticapitalista e anti imperialista; Anti riformista; A fianco della Cina Popolare; Non settaria.

Con questi non vogliamo avere nessun mistero, perché con loro pensiamo di avere un confronto continuo sul terreno della lotta[xiii]

«… Perché a Verbania?

Caratteri lotta Rhodia – suo isolamento. Nessuna risposta alla repressione. Può profilarsi una sconfitta totale (Niente accordo – Compagni in galera – Processo – Via le dirigenze sindacali CGIL – Caretti [xiv] in minoranza –Dimissioni dal sindacato – Repressione in fabbrica)

Non è colpa operai della Rhodia se non hanno vinto. La sconfitta può non passare se rimane coscienza di classe, consapevolezza politica, organizzazioni, collegamenti. Ma è necessaria una forza politica pubblica e collegata a livello nazionale[xv]

Gino Vermicelli. Anni ’60

Intervengono in successione: Vermicelli (Scissionisti? Gli scissionisti sono gli altri che si separano dalla lotta di classe in Italia e nel mondo), Fuhrmann, Piero Bertinotti (Necessità di coordinamento a carattere provinciale … Propongo di stendere l’intervento di Vermicelli come lettera aperta ai militanti del PCI e dello PSIUP), Chiovini (saluto ai compagni in galera e latitanti), Saccani, Ramunno, Perozzi, Vermicelli, Carnevali, Passerini.

Chiude Vermicelli con una proposta su come organizzare il “Centro”.

 Alla riunione non è presente Giovanna Albertini perché a Bologna ove Carlo Alberganti e Giancarlo Tartaro “latitano” con la tutela della Camera del Lavoro. Sarà presente nella riunione successiva.

Convegno del 16 gennaio 1971

Tra le iniziative realizzate dal neonato “Centro di iniziativa comunista Il Manifesto” la più importante è stata senz’altro l’organizzazione del “Convegno provinciale operaio. Per un rilancio delle lotte operaie” del 16 gennaio 1971 presso la Società Artigiana di Pallanza con la relazione introduttiva di Sergio Saccani.

I numerosi interventi e il dibattito hanno costituito poi il supporto per la successiva partecipazione al Convegno Nazionale Operaio organizzato da Il Manifesto e da Potere Operaio il 30 e il 31 gennaio 1971 a Milano presso il Circo Medini [xvi].

Sergio Saccani al Convegno del 16 gennaio 1971

La relazione introduttiva del convegno [xvii] è stata presentata da Massimo Serafini che ha seguito direttamente molte lotte, a partire da quella della Rodiatoce. Per in manifesto di Verbania sarà ancora Sergio Saccani a portare il nostro contributo.

Tra i documenti elaborati va ricordato Il Processo dei Padroni contro gli operai della Rhodiaelaborato e diffuso nei giorni precedenti al Processo Rhodia che si è tenuto dal 20 al 24 aprile 1971 presso il tribunale di Verbania.

La sentenza, per certi versi inaspettata, sarà di Assoluzione per La Convinzione di aver esercitato un diritto.

Il Verbano, 30 aprile 1971 p. 4

Grande l’entusiasmo e i festeggiamenti che dimostrano come la direzione dello stabilimento, nonostante l’esser riuscita ad imporre un rientro senza rispettare gli accordi, sia culturalmente e socialmente isolata a livello cittadino.

Il Procuratore Gennaro Calabrese De Feo comunque non demorde e nel giro di due giorni presenta il ricorso alla Corte di Appello di Torino. 47 gli imputati (uno stralciato); di questi 23 saranno condannati tra i 5 e i 9 mesi e, con la attenuante di aver agito per motivi di particolare valore sociale, tutti hanno ottenuto la sospensione condizionale della pena e la non menzione. Il PM della Corte di Assise non ricorre in Cassazione.

In sostanza non il rigetto delle accuse del Procuratore De Feo, ma comunque un loro significativo ridimensionamento.


Il Verbano, 29 Ottobre 1971 p. 4

Cenni sul percorso successivo del “Centro di iniziativa comunista” di Verbania

Verbania Intra. Manifestazione del 1° maggio 1976

Il 28 aprile 1971 esce del primo numero de il manifesto quotidiano a cui partecipiamo già dal numero zero e poi con gli articoli sulle lotte della Rhodia e il relativo processo. La sua diffusione sia davanti alle fabbriche che nelle manifestazioni accentua inizialmente il contrasto con il PCI, ma rapidamente viene accettata la sua regolare presenza.

Il Centro di Iniziativa Comunista, dopo aver lasciato la saletta di Madonna di Campagna si trasferisce nella spaziosa sede di Via Magenta a Intra, con tanto di sottoscala dedicata, oltreché a magazzino, all’immancabile ciclostile; nella nuova sede ha traslocato anche il tavolato della vecchia sede del Comitato Operai Studenti: non più tavolo ma storico graffito appeso ad una parete.

Congresso PDUP x il comunismo di Verbania. Fiorenzo Gilardi, Giovanni Margaroli, Andrea Fuhrmann

Nel luglio del 1974 si costituisce a livello nazionale e di conseguenza anche a Verbania il Partito di Unità Proletaria per il Comunismo grazie alla fusione fra il manifesto e il Partito di Unità Proletaria (PDUP) che localmente, sotto la guida del compagno Fiorenzo Gilardi, aveva assorbito lo PSIUP.

Alle elezioni amministrative del 15 e 16 luglio 1975 la nuova formazione a Verbania ottiene il 3,91% (895 voti) e viene eletto consigliere comunale Andrea Fuhrmann.


Congresso PDUP x il comunismo. Verbania Palazzo Flaim, 18 gennaio 1976

Il primo congresso a Verbania, in preparazione del Congresso Nazionale (29 gennaio – 1° febbraio 1976) si svolge nella affollata sala consigliare di palazzo Flaim il 18 gennaio di quell’anno.

Negli anni successi il gruppo locale segue le vicende politiche ed elettorali del Partito nazionale sino al 1984 quando il PDUP per il comunismo confluisce nel PCI di Natta. A Verbania nessuno condivide questa scelta e molti si impegnano nel Comitato per la Pace e il disarmo che si collegherà con la Associazione Nazionale per la Pace guidata da Luisa Morgantini.

Nel 1991 Vermicelli, Alberganti e Albertini aderiscono a Rifondazione Comunista costituitasi contro lo scioglimento del PCI e la sua trasformazione in PDS.

Marina di Fuscaldo, agosto 1971. In alto: Carlo, Giovanni, Giovanna, Vanda, Mario, Rino. Seduti Andrea, Stefano, Madel, Gianmaria, Emilia

Non mi dilungo sulle successive vicissitudini della diaspora della sinistra (nazionale e locale) che hanno visto i compagni talora separarsi e talora riunirsi, mantenendo comunque un senso di comunità dove politica e amicizia che si è espressa anche in momenti conviviali (ad esempio alla “Rusa” degli Alberganti), in viaggi in comune e soprattutto nel condiviso senso di gratitudine per Gino Vermicelli, guida politica e “maestro di vita” per tutti noi.


Ricordo di Gino Vermicelli. Casa della Resistenza. Verbania 12 novembre 2016

Documenti allegati

Di seguito l’elenco linkabile dei documenti citati nel testo e/o in nota. In parte fanno parte del mio archivio personale e in parte mi sono stati messi a disposizione dall’Archivio Sindacale di Verbania Documenti (VB Doc).


[i] Il quaderno consta di 250 pagine numerate e di altre 50 non numerate.

[ii] Il quattro novembre 1967 a Milano, dopo un anno di manifestazioni in tutta Italia, vi è stato il Corteo Nazionale per il Vietnam.

[iii] Gino Vermicelli, Babeuf, Togliatti e gli altri. Racconto di una vita, Tararà, Verbania 2000, p. 183. Un estratto più ampio della sua autobiografia relativa alla presenza verbanese sino alle sue dimissioni dal PCI è consultabile > qui < (p. 181-190).

[iv] Quaderno citato p. 6-15.

[v] Diario dell’Occupazione della Rhodiatoce di Pallanza di Anna Goffredi, p. 1. L’originale completo del diario è visionabile > qui <. Il testo del diario è stato anche pubblicato su Nuova resistenza Unita (n. 2, 3, 4/2018) introdotto e commentato da Bruno Lo Duca.

[vi] Il documento allegato è preceduto da una nota della FILCEA-CGIL in cui si sottolinea il ruolo di avanguardia degli operai della Filatura Nylon e di come l’ottenimento della riduzione de carichi di lavoro comporti anche l’aumento dell’organico.

[vii] Già due giorni prima della occupazione viene mandata, evidentemente dalla direzione, una lettera anonimamente firmata “Un gruppo di impiegate della Rhodia”, in cui si invita mio padre a mettere in riga, “magari con il bastone”, il figlio (e magari anche la figlia). Presumo che lettere analoghe siano state inviate anche ad altri genitori.

[viii] Diario cit. di Anna Goffredi pag. 6 (9 marzo).

[ix] Il contatto era avvenuto grazie ad Andrea Fuhrmann, studente membro del Comitato di Lotta.

[x] Sia pur cambiando nome; cfr. sotto.

[xi] Un elenco dettagliato è consultabile su Il processo dei padroni contro gli operai della Rhodia, p. 5 e 6.

[xii] Cfr. Riunione Costitutiva Manifesto che contiene in forma schematica la relazione introduttiva (elaborata collettivamente e presentata dal sottoscritto) e una sintesi degli interventi cui segue l’elenco della successiva riunione (13 novembre). Quaderno citato p. 235-241.

[xiii] Ivi

[xiv] Diego Caretti, dirigente della CISL che ha sostenuto attivamente la lotta.

[xv] Riunione costitutiva cit.

[xvi] Ero stato mandato a Milano ove con Oreste Scalzone e un compagno de Il manifesto di Milano (di cui non ricordo il nome) dovevamo reperire la location per il Convegno. Abbiamo trovato tutte le porte sbarrate da teatri e sale congressuali. Il compagno di Milano ha avuto l’intuizione del Circo. In fondo la collocazione è stata in qualche modo profetica di una prospettiva di unificazione (sostenuta in particolare da Lucio Magri) rivelatasi non molto seria e rapidamente abortita.

[xvii] Poi pubblicata sul Manifesto rivista, anno III, n.1–2, gennaio-febbraio 1971, p. 23-35.

Il lavoro in equipe e la gestione del gruppo classe

Quali autori di “Sperimentare la Scuola” siamo stati invitati dal Centro Studi Clotilde e Maurizio Pontecorvo a parlare della Maxi-sperimentazione all’Istituto Cobianchi di Verbania. L’iniziativa si è svolta presso la sede di Roma del Centro Studi il 20 novembre scorso. Differentemente da Guido Boschini e Patrizia Favati, presenti in loco, vi ho partecipato da remoto. Il tema concordato del mio contributo è stato quello del rapporto fra l’Equipe del Consiglio di Classe e il corrispondente gruppo classe. Allego la locandina dell’iniziativa.


Di seguito il testo predisposto quale traccia per il mio intervento: una sorta di promemoria sull’esperienza vissuta e condivisa coi colleghi nei miei ventisette anni ai Corsi Sperimentali dell’Istituto Cobianchi centrata da un lato sul lavoro d’equipe dei docenti e dall’altro, in relazione reciproca, sulle dinamiche del gruppo di studenti. La premessa, che avevo affrontato in “Sperimentare la scuola” è nella concezione della professionalità docente quale professionalità che si esercita collettivamente in equipe, in lavoro di squadra (dal Consiglio di Classe, all’indirizzo, al Collegio docenti).

Per affrontare la tematica delle equipe riavvolgerei il nastro temporale a ritroso partendo dalla presentazione della nostra pubblicazione nell’Aula magna della scuola (10 marzo 2023) riportando alcuni passaggi dell’intervento di ex studenti.

Io sono rimasta sempre stupita perché i docenti erano un gruppo molto affiatato. Io non ricordo né un leader che emergesse sugli altri né particolari tensioni …Significa che sapevano lavorare benissimo insieme e condividevano una prospettiva comune nel rapporto coi ragazzi… Potrei fare molti esempi di questa esperienza che vedeva nel confronto tra alunni e docenti un continuo apprendimento reciproco” (Silvia, Sindaco)

Dopo la scuola non ho seguito l’ambito dell’indirizzo linguistico, ho fatto tutt’altro, lavoro nel settore della meccanica ma l’apertura mentale che l’insegnante di inglese esprimeva con «Think outside the box», ti devi mettere fuori e guardare dentro, mi ha accompagnato nell’esperienza lavorativa” (Barbara, Imprenditrice)

“Vi erano adulti capaci di applicare in maniera collettiva un pensiero pedagogico. Crescevamo guardandoci negli specchi che ci restituivano la versione migliore di noi stessi. Nelle esperienze di tirocinio ma anche nella gestione del gruppo classe siamo stati sollecitati a trovare risposte che non fossero scontate o preconfezionate, ma originali, inusuali, efficaci.” (Erika, Pedagogista)

“A me, invece, la consapevolezza che fosse un luogo dove, dietro tutto quello che ci veniva proposto, ci fosse un pensiero pedagogico ben chiaro è arrivata dopo, da adulta.” (Raffaella, Pedagogista)

Potrei fermarmi qui perché, pur se per cenni, vi sono gran parte degli aspetti su cui intendo soffermarmi: la professionalità docente quale professionalità che si esercita collettivamente nelle equipe, gruppi di lavoro che richiedono tempo per consolidarsi e continua capacità di aggiornamento, ricerca e innovazione; rapporto simmetrico e dialettico fra equipe dei docenti e gruppi classe (loro gestione e “manutenzione”); equipe aperte e flessibili in grado di mantenere visione e finalità di fondo a fronte di modificazioni della composizione sia per uscite (pensionamenti o altro) che per nuove entrate e in grado di innovarsi per rispondere ai cambiamenti sia normativi ed istituzionali che sociali, in particolare a fronte delle modificazioni spesso rapide delle nuove generazioni di studenti.  Ma proseguo nel percorso a ritroso.

7 dicembre 2013. La sperimentazione è finita da quattro anni a seguito della riforma Gelmini e l’esperienza e l’equipe dell’indirizzo di Scienze Umane e Sociali è confluita nel Liceo delle Scienze Umane. Partecipo da ex docente al tradizionale incontro tra studenti del corso ed ex allievi che costituisce un momento efficace di orientamento per gli studenti delle ultime classi valorizzando le esperienze universitarie, lavorative e professionali degli ex allievi. Anticipato rispetto agli altri anni per la ventilata chiusura del Corso (poi effettuata e presentata come semplice trasferimento ad altra scuola). Questo il mio commento di allora:

«Sui giornali e i siti web della nostra zona si parla da giorni dello “spostamento” o del “trasferimento” del Liceo di Scienze Umane del Cobianchi ad altra scuola (il Liceo Cavalieri).

Vengo subito al punto: non si tratterebbe né di uno spostamento né di un trasferimento ma di una chiusura. Spiego brevemente il perché: un corso di studi non è una scatola vuota che si possa spostare altrove. È un insieme di risorse umane, di insegnanti e studenti e di pratiche (soprattutto buone pratiche) professionali ed educative. Il cosiddetto trasferimento sarebbe in realtà la chiusura di una esperienza quarantennale e l’apertura in un’altra scuola di un corso con lo stesso nome e la stessa griglia oraria, ma non con lo stesso corpo docenti visto che Scienze Umane ha un corpo docenti consolidato di ruolo al Cobianchi e il nuovo corso al Liceo dovrebbe naturalmente attingere a quest’ultimo corpo docenti e ad eventuali insegnanti (probabilmente precari) di nuova nomina. (…)



 Quest’anno l’incontro, proprio come risposta alla ventilata chiusura, è diventata l’occasione anche per presentare a famiglie, giornalisti, ex docenti, ex allievi alcune delle esperienze in atto nell’attuale Liceo delle Scienze Umane del Cobianchi. Il clima non era quello di un funerale ma quello di una dirompente vitalità. Solo una assenza, questa sì inquietante, si notava, quella dell’attuale dirigente scolastico.

Non sto a commentare i diversi progetti, sia del biennio che del triennio: da “Psicologia e cinema”, al corso di Animazione, alla partecipazione a convegni e pubblicazioni, a “Dire, fare, studiare” percorso educativo e mediale di integrazione linguistica per studenti di origine straniera, a “Cobipad e media education” progetto per cui nell’attuale classe IV A i libri di testo sono stati sostituiti con il tablet: tutte esperienze che, come è stato di volta in volta esemplificato e ribadito, non solo introducono “novità” di contenuti e di strumenti ma necessariamente una ristrutturazione della didattica e dei rapporti fra gli studenti e fra insegnanti e studenti. Progetti che da un lato valorizzano il gruppo classe come soggetto collettivo in cui si progetta e sperimenta e dall’altro, come hanno ripetuto di continuo sia studenti attuali che ex allievi, si rapportano a ciascuno con le sue specificità e capacità. Un ex allievo ha detto “Io venivo da un’altra scuola e quando sono arrivato qui mi sono subito accorto che questo era un altro mondo: non ero un semplice studente, un numero; qui ero una persona.”

Non era difficile capire quel giorno come questo tipo di scuola non possa essere trasferita altrove. Senza un corpo docenti che non solo ha mantenuto memoria di una tradizione quarantennale, ma ha saputo man mano innovare rispondendo ai nuovi bisogni educativi e professionali. Senza un contesto come quello del Cobianchi dove i diversi indirizzi tecnici e scientifici interagiscono arricchendosi con le reciproche risorse umane, professionali e tecnologiche.[1]

10 febbraio 1997, lunedì ore 8:10 circa. Il traghetto Sempione compie la corsa Laveno–Intra in 20 minuti. Dalla sponda lombarda del Lago Maggiore arrivano studenti per le scuole superiori di Verbania (Ferrini e soprattutto Cobianchi); il pontile superiore è il luogo privilegiato del tradizionale “palio”. I “primini” fanno i cavalli (più piccoli sono, più saranno caricati) e i ragazzi più grandi, di quinta in particolare, fanno i fantini: pronti via! e il palio incomincia. Gli altri intorno ridono e intralciano con spintoni e sgambetti. La “tradizione” va avanti da moltissimi anni; gli adulti, personale della Navigazione compreso, sorridono o fanno finta di non vedere. Quel giorno un ragazzo di prima, costretto a portarsi in groppa correndo un “quintino”, inciampa e cade malamente: prende un brutto colpo alla schiena e poi alla faccia spezzandosi due denti. I genitori fanno denuncia e la scuola viene investita del ‘caso’.

Nel Collegio dei docenti, nonostante molti propendessero per una sanzione immediata a tutte le quinte (sospensione della gita scolastica), prevale la scelta di dar vita a una indagine psico-sociale per conoscere e prevenire il fenomeno. Negli anni scolastici successivi si si sono così poste le basi per un progetto biennale di ricerca sull’intera scuola (oltre 1300 allievi) che coinvolse una classe dell’indirizzo di Scienze umane e sociali (1999-2000: indagine preliminare, costruzione e somministrazione di un questionario) e una dell’indirizzo Scientifico tecnologico (2000/01: lettura ed elaborazione dei dati del questionario).

Così abbiamo commentato in estrema sintesi i risultati, in larga parte imprevisti, della ricerca:

­I fenomeni rituali e tradizionali di nonnismo (forme ricorrenti di “iniziazione forzata” da parte di un gruppo di anziani, in genere studenti di 5a contro i “primini”) sembrano in diminuzione; sono più frequenti in certi periodi (come quello di inizio scuola, o festività quali S. Firmino, ecc.) e localizzati soprattutto all’esterno della scuola, in particolare, sui mezzi di trasporto;

il numero minore di episodi aumenta il peso “psicologico” dell’esser designato quale vittima, an­che per il crescente rilievo dell’aspetto fisico e del carattere timido nella designazione delle vittime rispetto all’età (all’essere “primino”);

non ha trovato conferma l’ipotesi di un “desiderio di iniziazione” da parte degli studenti delle classi iniziali;

risulta minore la tolleranza di questi episodi da parte degli studenti e delle loro famiglie;

la prevalenza del bullismo come fenomeno di gruppo: anche quando ad agire è il singolo bullo si tratta di un soggetto ben inserito nel gruppo e da questo sostenuto;

la crescente importanza del “gruppo” e dell’esservi accettato/considerato per gli adolescenti;

la crescente presenza di ragazze “bulle”, che utilizzano in prevalenza forme di aggressività ver­bale;

la crescita di fenomeni di bullismo fra classi prossimali (es. seconda vs prima) e soprattutto all’interno della stessa classe con caratteristiche non tanto di iniziazione, sia pur forzata, ma di emarginazione ed ostracismo che tende a prolungarsi nel tempo.

Una tendenza complessiva che, almeno all’interno della scuola, assomiglia di più ad una emarginazione dei sog­getti deboli all’interno dei piccoli gruppi che al tradizionale rituale della “caccia al primino” da parte dei “nonni” delle quinte classi.

Il gruppo classe è insomma vissuto come un luogo forte di coinvolgimento emotivo, sia in positivo (le amicizie, le fedeltà, le esperienze forti) che in negativo (rifiuto, sofferenza, solitudine). Inoltre fra il gruppo classe “formale” (l’elenco del registro) e quello informale (quello delle amicizie e degli af­fetti) può esserci una forte discrepanza; quest’ultimo può assumere il carattere del gruppo classe “segreto” che accetta ed include ma, in alcuni casi, rifiuta ed ostracizza (compagni di classe e tal­volta insegnanti) e che può muoversi secondo prospettive del tutto incongrue con le finalità previste dal percorso scolastico. La vita della classe può diventare allora un vero e proprio inferno con con­flitti più o meno latenti, incomprensioni reciproche fra insegnanti ed allievi, estenuanti contratta­zioni, ecc. Il luogo meno adatto insomma ad una positiva crescita culturale, professionale, sociale e civile.[2]

Sono così nati una serie di progetti negli anni successivi allargati all’intera provincia ponendo il focus sul gruppo classe e alle sue dinamiche raccogliendo inoltre una serie di testimonianze facendoci capire che il bullismo più diffuso è un fenomeno di gruppo che ha a che vedere con l’identità collettiva e con l’eventuale conflitto per la sua leadership mentre la vittima è designata in quanto percepita in contrasto con questa identità.  Le caratteristiche che la fanno designare variano infatti da gruppo a gruppo (il “secchione” oppure lo studente con difficoltà scolastiche; la ragazza che veste elegante come quella in jeans, quella “troppo” grassa come quella “troppo” magra, il ragazzo schernito come femminuccia come quello bollato quale rozzo troglodita, ecc.) a secondo delle dinamiche e delle rappresentazioni identitarie. Dinamiche che gli insegnanti spesso non colgono e che talora inconsapevolmente incoraggiano e che solo una equipe consapevole ed attenta può far emergere.

E soprattutto si è progressivamente compresa l’estrema sofferenza delle vittime che provano umiliazione e profonda vergogna e nascondono a tutti, insegnanti e familiari compresi, il loro tormento, la loro crisi di identità.[3]

Riporto una situazione che mi è sembrata particolarmente illuminante sulla sofferenza e “reticenza” delle vittime. Il fatto in questione può sembrare banale, e in effetti lo era perché limitato nel danno e nella sua durata, ma a colpirmi è stata la discrasia, la sproporzione fra l’episodio in sé e quanto questo abbia pesato nel vissuto della vittima.

Classe terza prevalentemente femminile. Le ragazze e i ragazzi di quinta che da due anni intervengono nelle classi come peer sul bullismo sono al secondo intervento finalizzato a “passare il testimone” alla classe che prenderà il loro posto. Dopo il primo incontro con l’utilizzo di brainstorming e analisi delle tipologie di bullismo e dei ruoli coinvolti (bullo, vittima, supporter del bullo, osservatori, adulti ecc.) stiamo oggi passando in rassegna alcuni episodi e testimonianze. Sia i ragazzi di quinta che quelli di terza raccontano, in modo più o meno coinvolto, situazioni e storie di cui hanno “sentito dire” o che hanno osservato direttamente sia nella loro storia scolastica precedente che, in particolare, sui mezzi di trasporto. Io sono in fondo alla classe in situazione defilata per far pesare il meno possibile la mia presenza di adulto. Nella fila di fianco alla mia, un banco più avanti, c’è una ragazza che sinora non è intervenuta ma che visibilmente segue in modo coinvolto. Carina, leggermente in carne, la vedo in crescente agitazione. Ad un certo punto, approfittando di un momento di pausa nei racconti e nelle discussioni, con voce quasi concitata racconta la sua storia. Apparentemente niente di particolare se non fosse per l’ansia liberatoria che accompagna il racconto: qualche anno prima, ai primi tempi in cui iniziava ad andare in discoteca era stata presa di mira da due ragazze appena un po’ più grandi che con minacce e strattoni le avevano intimato di non frequentare più quella determinata discoteca, cosa che dopo il ripetersi più volte degli stessi episodi, si sentì costretta a fare.

“Questa storia non l’avevo mai raccontata a nessuno, né ai miei genitori né alle mie amiche ….”

Mi rendo conto di aver assistito ad un outing; non a quello di un bullo che ammette di aver partecipato a qualche episodio, come mi era capitato qualche volta dove ad una certa reticenza si accompagnava una sorta di duplice orgoglio: quello di esser stato “tra i forti” e quello di esser poi ancor più forte perché in grado di “cambiar strada”. No, questo che avevo osservato per la prima volta era l’outing della vittima, veniva dal profondo, a lungo covato e proprio per questo fortemente liberatorio.

Quando la persecuzione avviene invece all’interno di un gruppo strutturato come quello di una classe e perdura nel tempo (magari più anni) la vittima non vede vie d’uscita e le conseguenze possono essere estremamente gravi. Quando la situazione si protrae nel tempo può alla fine sfociare in atti estremi e violenti: contro di sé sino al suicidio o talvolta, magari a scoppio ritardato, contro la scuola e i coetanei (school shooting) fenomeno che da tempo ha varcato l’oceano approdando anche in Europa[4].

Concludo questo tema con due osservazioni: ancor oggi molte scuole negano la loro responsabilità e tendono a nascondere gli episodi che eventualmente emergono: la scusante è la tutela del buon nome della scuola. A parte il fatto che anche legalmente vi è una responsabilità di scuola e insegnanti[5] ma soprattutto, proprio perché se non in tutte le classi, certamente in tutte le scuole esistono fenomeni di bullismo/ostracismo e vittimazione, il buon nome di un Istituto scolastico si tutela invece con la capacità di prevenire e intervenire di fronte al fenomeno.

Oggi più che di bullismo si parla di cyberbullismo. Personalmente sono molto perplesso alla tendenza prevalente a un’analisi esclusivamente classificatoria delle sue forme (la sua fenomenologia) e ad interventi sanzionatori rivolti ai singoli senza far emergere (e possibilmente modificare) la dinamica di gruppo sottostante che, seppur in gruppi talvolta più flessibili ed estesi di quello della classe, dà origine alla designazione della vittima.

Giovedì 17 marzo 1994, ore 15.45.

Consiglio di Classe della 4^ Scienze Umane. Riporto quanto scritto a suo tempo su Sensate esperienze[6].

Guido, il collega di matematica, presenta l’elaborazione del questionario di autovalutazione. Pienamente positiva la valutazione degli studenti sul proprio livello di apprendimento (71.5 su 100), ancora migliore quella sul metodo di studio (85.7). Positivo l’interesse per gli argomenti affrontati, specialmente nelle discipline caratterizzanti l’indirizzo (76.25). Lusinghiero il giudizio sulla “Organizzazione e conduzione delle attività didattiche”: contenuti congruenti fra loro (82.25) e variati (70.25). La comunicazione con i docenti è considerata agevole (70.25), il clima didattico decisamente buono (91 .2).

Tutto come previsto, anzi meglio. Una buona classe, vivace, motivata all’apprendimento, consapevole delle proprie capacità. Solo un giudizio negativo sulla distribuzione dei “carichi di lavoro” (28.5), da considerarsi, ci diciamo, “lamentela di ruolo”: nessuno studente è tanto “masochista” da affermare che i “carichi” sono accettabili e ben distribuiti nel tempo.

Sezione quarta del questionario: Valutazione del gruppo classe.

Quesito n. 41. “Percepisco i miei compagni interessati al lavoro in classe”: 58.25 su 100. Un po’ basso, comunque tutto sembra procedere come previsto … ma di colpo:

n. 42. Valorizzazione risorse individuali: 37

n. 47. Fiducia e franchezza reciproca: 31

n. 49. Distribuzione flessibile della leadership: 19

n. 52. Coesione emotiva del gruppo: 25.

E, dulcis in fundo, (quesiti 53-55) il gruppo afferma che la competizione per il voto rende difficile il rapporto reciproco, che è frammentato in tanti piccoli sottogruppi e sostanzialmente insoddisfatto per il clima interno. Al quesito aperto su quale sia “il problema più rilevante presente nel gruppo classe” 16 studenti su 21 indicano la “competizione per il voto”; altri aggiungono una “leadership troppo legata alle capacità scolastiche”, “l’arroganza di alcuni”, “l’invidia” ed infine “la presenza di alcuni studenti che hanno confidato di voler abbandonare gli studi”.

Ci guardiamo in faccia in silenzio. Evidentemente non avevamo capito niente. I risultati al di sopra della media delle altre classi ci appagavano e probabilmente noi stessi avevamo spinto l’acceleratore dell’apprendimento. I segnali del disagio non erano certo mancati, ma … “la classe andava bene”.

Claudio (biologia) ricorda un episodio, mai accadutogli in altre classi: la richiesta di consegnare i test corretti senza far sapere alla classe le valutazioni individuali.

Gemma (lettere) e Marina (psicologia) ricordano l’ostracismo subito da F., studente lavoratore, per il fatto di porre domande “sciocche” e poi di ottenere buone valutazioni nelle verifiche: che le domande potessero essere domande “vere”, tese alla comprensione e non al “far bella figura con l’insegnante”, metteva a disagio il gruppo, veniva recepito come la rottura di una regola tacita ed indiscussa.

[Altri esempi, altri segnali vengono ricordati] Tutti scopriamo che “sapevamo”, ma abbiamo preferito non vedere.

Non ripercorro qui l’intero percorso che ne è seguito con la realizzazione collettiva di un testo teatrale sulle filosofie ellenistiche (Lontano dal potere) rappresentato nell’Aula Magna della scuola e con cui abbiamo poi partecipato (29-30 aprile) al Convegno sulla creatività di Reggio Emilia[7].

In sintesi cosa abbiamo imparato da quella esperienza:

Il singolo insegnante e spesso anche l’intero Consiglio di classe non sono in grado di “leggere” la dinamica sotterranea del gruppo; occorrono specifici strumenti di analisi.

Fra Consiglio di classe e gruppo di classe esiste una dinamica parallela: solo rimettendosi in gioco e rimescolando i reciproci ruoli si può uscire da situazioni di paralisi.

Nel caso specifico si è conferita fiducia al gruppo proponendo un obiettivo collettivo alto (una sfida) con tempi stretti e predefiniti.

Personalmente questa logica di fondo l’ho ritrovata nella esperienza della peer education: ai futuri peer da un lato bisogna conferir loro piena fiducia e dall’altro porli davanti a delle sfide (gestire un gruppo classe, condurre dei focus group, realizzare un video, ecc.); la parola d’ordine che spesso come adulti ci ripetevamo era: “alziamo l’asticella”.



Concludo con quanto ha scritto nel test finale di filosofia lo studente E. “anti leader” che ad un certo punto sembrava volesse abbandonare gli studi:

“Quando in seguito al test di autovalutazione si è deciso (a nostra insaputa) di affrontare gli argomenti riguardanti la filosofia ellenistica tramite drammatizzazione, le reazioni della classe sono state un po’ di perplessità. Questo significava una quantità di lavoro relativamente grande, da svolgere in tempi ristretti. Come sappiamo però l’esito si è rivelato un successo per noi [(4 nomination!)] sia dal punto di vista didattico che dal punto di vista umano. Siamo riusciti ad integrare diversi strumenti di studio (testi scolastici, enciclopedia, computer) e a ottenere un prodotto finito originale e completo. Le successive rappresentazioni e mostre (nella nostra scuola e Stage a Reggio Emilia) hanno fatto in modo che noi acquisissimo un’esperienza ed autonomia in grado di garantirci un migliore approccio al mondo lavorativo”.


[1] Il commento completo sul mio blog: Scienze Umane fra mission educativa e necrofilia amministrativa.

[2] Pratiche di formazione e manutenzione del gruppo classe in C. Pontecorvo e L. Marchetti (a cura), I nuovi saperi per la scuola, Marsilio, Venezia 2007, p. 163-164.

[3] Per un approfondimento sul tema rimando al fascicolo: Il bullismo dalla fotografia al video e a Bullismo e Cyberbullismo letti con categorie dinamiche.

[4] Cfr. La strage di Belgrado del maggio 2023 e un più recente articolo di Internazionale sulle Stragi nelle scuole.

[5] Cfr. P. Biavaschi, Cyberbullismo e scuola: alcune note sulla responsabilità civile di genitori, docenti e dirigenti scolastici, in M. Croce e F. Paracchini (a cura), La patente per lo smartphone, Angeli, Milano 2025, p. 149-160.

[6] Da Sensate Esperienze. Rivista trimestrale della scuola secondaria, n. 24, ottobre 1994, pp. 21 – 28.

[7] Il testo completo della drammatizzazione e un’analisi complessiva di quella esperienza sul mio blog: Lontano dal potere.

La brigata Partigiana “Cesare Battisti”

In seguito alla realizzazione e inaugurazione della Mostra fotografica dell’Ossario di Scareno mi è stata chiesta da parte dell’ANPI di Verbania una relazione sulla Storia della Cesare Battisti. L’occasione dell’incontro era il ricordo della nascita della sezione 80 anni fa, per l’esattezza il 30 giugno 1945.

Prima di entrare nel merito ho sottolineato come la Resistenza più propriamente verbanese, ovvero quella della Cesare Battisti, come quella della Giovine Italia e successivamente della Divisione Mario Flaim, è immersa in una sorta di cono d’ombra negli studi e nella sua conoscenza oltre i confini del nostro territorio. Posso fare alcuni esempi e riflettere sul perché, sulle responsabilità esterne, ma anche quelle interne al Verbano.

A proposito di Mario Flaim il cui percorso, che lo ha portato sino al sacrificio sulla Marona, è strettamente legato ad un cattolicesimo intransigenze e, con spirito unitario, al desiderio di mettersi al servizio della lotta partigiana rinunciando ai suoi gradi di ufficiali[1]. Proprio per questo a suo nome è stata titolata la Divisione che ha unito le formazioni del Verbano negli ultimi mesi di guerra, al di là dei colori del loro fazzoletto. Eppure in un recente libro molto dettagliato sui Partigiani cristiani in tutta Italia[2] compaiono Filippo Maria Beltrami e i fratelli Di Dio, ma di Flaim nessuna traccia.

Quando si celebra la Liberazione dell’Ossola e della Cosiddetta Repubblica si ricordano giustamente Attilio Moneta e Alfredo Di Dio però erroneamente indicati come i primi caduti il 12 ottobre, nella controffensiva nazifascista contro la zona liberata, iniziata nel settore della Cannobina mentre nelle celebrazioni e negli studi vengono ignorati Aldo Cingano e Arnaldo Ceccherini “Tenente Pascoli” caduti il 10 Ottobre schierati a difesa del versante opposto della valle. O, ancora, quanto avvenuto all’Alpe Colle il 23 luglio ’44 con quattro caduti e altrettanti feriti il cui ricordo è segnato massicciamente sulla pietra del monumento e da una croce ma non è entrato nei libri di storia sulla resistenza locale[3].

Ci sono ovviamente responsabilità nostre, di noi verbanesi, più concentrati su Fondotoce, il suo eccidio e l’area monumentale che allarga lo sguardo alla resistenza dell’allora provincia novarese; la dispersione di buona parte della documentazione e non ultima la scellerata scelta del Sistema Bibliotecario del VCO e della Biblioteca capofila, la Ceretti di Verbania, di essersi posta al di fuori dell’accesso online del catalogo (OPAC) del sistema nazionale (SBN) per cui molti testi locali non compaiono a livello nazionale ai fini di ricerche e studi.

9 novembre 2025. Inaugurazione della mostra all’Ossario di Scareno

Vengo alla presentazione sulla Brigata Alpina Cesare Battisti di cui allego le slide; non è una storia della guerra partigiana condotta dalla Brigata che si sarebbe gioco forza intrecciata con l’attività delle altre formazioni presenti sul territorio; il tempo a disposizione per presentare il mio contributo non l’avrebbe consentito e tanto meno i pochi giorni a disposizione per la sua preparazione. Mi sono concentrato sulle tappe di costituzione della iniziale banda e sulle sue trasformazioni e dislocazioni, sui personaggi significativi e sul rapporto col territorio, in particolare quello di Scareno. Ho utilizzato parte del materiale consultato e reperito per la mostra dell’Ossario, ma non solo. La foto finale[4] è dedicata al Partigiano Arialdo Catenazzi, memoria viva della Brigata che ha voluto partecipare, nonostante età e acciacchi, alla iniziativa della sezione.

Le slide della presentazione sono visionabili > qui <


[1] Cfr. Nino Chiovini, Piccola storia partigiana della banda di Pian Cavallone, Tararà, Verbania 2014. Don Giuseppe Cacciami, Mario Flaim: sulle montagne del Verbano un testimone della fede e della libertà, “Il Verbano” 9.06.1984.

[2] Alberto Leoni – Stefano R. Contini, Partigiani cristiani nella Resistenza. La storia ritrovata (1943-1945), Ares, Milano 1922.

[3] Ad esempio nel pregevole ed ancor oggi il più completo lavoro sulla Resistenza dell’allora provincia di Novara – Comprendente il Verbano Cusio Ossola – di Enrico Massara (Antologia dell’antifascismo e della resistenza novarese. Uomini ed episodi della lotta di liberazione, Novara 1984, pp. 860).

[4] Arialdo Catenazzi e Aldo Scatolini rifugiati a Cilavegna (Pavia) dopo la fuga dalle Scuole elementari femminili di Intra trasformate in carcere dai tedeschi – giugno 1944.

Mostra fotografica dell’Ossario di Scareno dedicata alla “Cesare Battisti”

“Scareno culla della Brigata Alpina Cesare Battisti – Ignoti eroi immolatisi per la Libertà 1944-1945”. Così recita la lapide posta sulla sommità dell’Ossario di Scareno.

Costruito nell’immediato dopoguerra per iniziativa del parroco di Scareno don Antonio Bottacchi e di Paolo Zucchi (Palin), oste e figura di spicco della comunità locale, con la collaborazione di gran parte del paese, raccoglie i resti di otto caduti rimasti ignoti della “Cesare Battisti” recuperati nell’area sovrastante il paese, probabilmente colpiti dai bombardamenti durante il rastrellamento del giugno 1944.

Paolo Zucchi Palin
(a sinistra)

I partigiani della formazione dopo la Liberazione, in ringraziamento per la attiva collaborazione nei mesi della Resistenza, avevano donato al paese di Scareno un autofurgone, a loro non più necessario con la fine della guerra, e un altro ad Aurano.

Quest’ultimo sembra sia stato rubato e Aurano avanzò pretese su quello di Scareno. Don Bottacchi per evitare il conflitto si affrettò a venderlo ottenendone una cifra utile a sostenere in parte le spese per il materiale necessario per la costruzione dell’Ossario.

Don Antonio Bottacchi alpinista

La parte restante del finanziamento venne dal CNL di Busto Arsizio che durante la guerra aiutava la Formazione partigiana con l’invio di viveri e con il sostegno finan­ziario, anche per il fatto che molti resistenti provenivano dalla provincia di Varese.

Per la Battisti Mario Manzoni Marmelada, con il suo stile “silenzioso”, ne ha seguito la realizzazione. L’Ossario venne inaugurato il 16 giugno 1946.

Due decenni fa il Comune di Aurano (di cui Scareno è frazione) aveva allestito una bacheca lignea che riportava informazioni essenziali sull’Ossario e il suo significato storico, bacheca che recentemente si è deteriorata. Per iniziativa della Proloco di Aurano e dello stesso Comune è stato chiesto all’ANPI di Verbania e alla Casa della Resistenza materiale fotografico e testi per 10 pannelli permanenti (40x80cm) da collocare nell’area antistante all’Ossario.

La “Cesare Battisti” all’Alpe Steppio (Sciangai). Disteso Mosca, sopra Arca cuce le calze, alla sua destra Marco

I contenuti concordati riguardano la storia della Cesare Battisti, il ruolo del paese durante la resistenza, nascita e significato di un’area monumentale che lega in modo profondo una formazione partigiana con quella comunità montana, la figura del partigiano Mario Manzoni le cui ceneri, dopo la morte nel 1982, per sua volontà sono state collocate a fianco dei partigiani ignoti della formazione.

Scareno anni ’50. Marmelada (con la camicia a quadri)

Le foto sono state reperite dal Centro di documentazione della Casa della Resistenza e da Flavio Maglio dell’ANPI di Verbania anche con la collaborazione della famiglia Manzoni.

Ho curato i testi seguendo quale criterio la riduzione all’essenziale dell’aspetto informativo, dando massimo spazio alla selezione di testi narrativi: in tal modo ogni pannello, in prospettiva di visite anche scolastiche, è accessibile a fruitori di ogni età, costituisce un’unità tematica autosufficiente, mentre la articolazione complessiva della mostra intende costituire per temi una narrazione completa.

La mostra è stata inaugurata domenica 9 novembre in occasione della tradizionale castagnata che raccoglie la popolazione del luogo e non solo. Sono intervenuti due figli di Marmelada e Paola ha portato con voce commossa il ringraziamento della famiglia.

Inaugurazione della mostra. Paola Manzoni interviene a nome della famiglia

La realizzazione dei pannelli permanenti è stata finanziata dalla Proloco mentre la messa in posa nello spazio antistante all’Ossario è stata realizzata dal Comune di Aurano

Allestimento della mostra > qui <

I testi completi dei pannelli sono leggibili > qui <

Carlo e Giovanna, memorie di una vita per la collettività

Carlo Alberganti e Giovanna Albertini sono stati, singolarmente e congiuntamente, una presenza significativa della vita sociale, associativa, antifascista, ambientalista, sindacale, amministrativa e politica della comunità del Verbano Cusio Ossola. Persone di cui non solo è doveroso, ma soprattutto arricchente fare memoria.

Un gruppo di amici e compagni che, anche in periodi diversi, hanno accompagnato e condiviso il loro ricco percorso di vita sia in iniziative sociali e pubbliche che in amichevoli momenti privati, si sono ritrovati per organizzare nel pomeriggio di Venerdì 31 ottobre dalle ore 16.30 presso Villa Giulia a Pallanza l’iniziativa

Carlo e Giovanna, memorie di una vita per la collettività.

L’incontro è patrocinato dal Comune di Verbania ed effettuato in collaborazione con l’Associazione Verbania Documenti.

Parteciperà Massimo Serafini, giornalista e scrittore, tra i fondatori del quotidiano il manifesto; la sua attività politica e pubblicistica si è incentrata in particolare sui temi ambientali collaborando con Legambiente e quale portavoce di Goletta Verde. Ha seguito a Verbania negli anni ’70 le lotte degli operai della Rhodiatoce con l’occupazione della fabbrica e i processi successivi.

Altri interventi ripercorreranno svariati aspetti dell’impegno sociale di Giovanna e Carlo. Saranno proiettati alcuni video che li hanno ripresi; la giornalista Giuliana Sgrena, non potendo partecipare di persona, interverrà a distanza con un messaggio video.

Il coro Volante Cucciolo interpreterà alcune delle canzoni popolari che Carlo e Giovanna hanno particolarmente amato.

Seguirà una cena fra amici presso la Casa del Popolo di Trobaso a cui è possibile prenotarsi al numero 3337946424.

Una Parola: Partigiano*

Corrompere le parole è corrompere l’uomo. Stiamo attenti: possono essere tanto giardini quanto prigioni in cui noi stessi parlando ci chiudiamo. (Dolf Sternberger)

L’etimologia è chiara: dal latino pars-partis, parola con più sfumature e, per quanto ci riguarda, possiamo indicare due linee di significato.

Partigiano è chi prende parte, che partecipa, che non si astiene di fronte a quanto avviene, che si mette in gioco.

Partigiano è chi prende una parte, che parteggia, fautore attivo di un “partito”.

Maria Peron a Cicogna

L’oscillazione di significato mette in campo visoni non omogenee: una valorizza la pluralità di scelte e di modalità, una omologante costruita in contrapposizione all’avversario nazi-fascista (es. neri – rossi).

Sulla varietà umana, politica e di motivazioni di quanti si son uniti alla Resistenza, memorialistica e narrativa offrono un ricco panorama.

Chiovini nel diario racconta come, dopo il rastrellamento del giugno ‘44, i superstiti della Cesare Battisti si ricompongano a La Rocca “un’alpe sotto la strada del Vadàa” e ne descrive la varietà: italiani e stranieri, dal cuoco ex alpino al carabiniere siciliano, dall’allegro carrista milanese all’ex alpino verbanese, agli otto russi, ucraini e bielorussi evasi dalle miniere di salgemma sul Reno, da due studenti di medicina, uno sudafricano e l’altro milanese, a due impiegati, alle giovani “matricole” per finire con due dichiaratisi ex ladri.

“Nella vita civile può essere quasi impossibile il caso che parecchi individui appartenenti a disparate categorie sociali, dotate di disparata educazione, riescano a comprendersi a tal punto da costituire un gruppo di persone affiatate. E anche se esistesse affiatamento, non giungerebbe mai a sfiorare l’amicizia. Non avviene soltanto a La Rocca: in parecchi altri luoghi come La Rocca avviene. … Son tutti questi uomini e ragazzi, studenti, ladri, lavoratori italiani e no, che vivono insieme: parlano, dormono, sparano e si radono la barba insieme.”[1]

Bée, maggio 1945. Dopo combattimenti e sfilate si festeggia con una polentata. 
In alto al centro Eligio Trincheri, in basso Luigi Perelli Cippo

Angelo Del Boca ne La scelta narra di un dizionarietto ritrovato sul corpo congelato di un partigiano emerso dalle nevi nel marzo ’45 sull’Appenino ligure-emiliano. Una cinquantina di voci che esprimono quotidianità e sentire della vita di guerriglia. Alla voce “Partigiani” è scritto:

Ce ne sono di tutti i tipi: comunisti e cattolici, socialisti e liberali, anarchici e trotskisti, giellisti e monarchici, leali e opportunisti … giovani e vecchi … consapevoli e no, con scarpe e senza scarpe, vestiti come soldati e come pagliacci.[2]

Carl Schmitt ha elaborato una teoria storico giuridica del “partigiano”[3], figura moderna, nata con la guerriglia spagnola contro l’invasione francese (1808-1813), che delimita tramite quattro criteri: Irregolarità, non fa parte di un esercito regolare e non ne rispecchia strutture e metodi; Mobilità, non staziona su un territorio stabile (es. fronte) ma conduce una guerra di movimento (guerriglia); Impegno politico, a differenza del brigante, la motivazione è politica (nazionale, anticoloniale, rivoluzionaria …) e in più casi la sua azione è diretta da un partito; Carattere tellurico, diversamente dal Corsaro la sua azione è terrestre, legata alla popolazione locale e alle specificità geografiche (montagna, foresta, giungla, deserto …). Se la guerra traduce in violenza l’inimicizia politica, la guerra partigiana la intensifica sino alla soglia dell’inimicizia assoluta e ogni esperienza partigiana viene identificata (dall’Empecinado[4] a Ho Chi Minh) col suo leader.

Come si è arrivati, nel caso italiano, a chiamare partigiano il combattente antifascista? Inizialmente la dizione più diffusa è “Ribelle”:chi insorge contro l’autorità illegittima e l’invasore straniero. La parola latina indica un supplemento di significato: ribelle è chi ha ripreso la guerra (re-bellis da bellum). Basti pensare ai partigiani che avevan vissuto le tante guerre del fascismo o ai soldati che dopo l’8 settembre hanno preso la strada della montagna.

Patriota. Usato più spesso in senso generale anche per i resistenti civili, a parte il caso delle Squadre di Azione Patriottica(SAP). Nella normativa per i riconoscimenti dell’agosto 1945 (DDL n. 518) patriota è chi ha partecipato alle formazioni per meno di tre mesi.

Partigiano. Il prevalere del termine non è stato lineare; è il nome più diffuso in Europa dal Baltico, alla Russia, ai Balcani e in particolare dopo l’imporsi dei partigiani di Tito rispetto ai nazionalisti serbi (cetnici) di Mihailović. Con il coordinamento militare di tutte le formazioni nel Corpo volontari della libertà (CVL) il termine assunse di fatto carattere ufficiale.

Maquis, maquisard. In Francia prevale l’immagine del guerriero “alla macchia”. Lo storico Henri Michel in uno dei primi studi complessivi sulla Resistenza in Europa, (La guerra dell’ombra, 1970) sottolinea: “Non c’è paese occupato che non abbia prodotto la propria Resistenza clandestina” e sottolinea l’unitarietà del fenomeno sia nelle sue motivazioni (Lotta patriottica per la liberazione del territorio nazionale. Lotta ideologica per la dignità dell’uomo. Guerra civile contro collaborazionisti e alleati con la Germania nazista) sia nelle fasi che ne hanno scandito l’evoluzione. I primi gruppi sono disomogenei politicamente e socialmente: è la fase spontanea della Ribellione. L’intensificarsi della lotta richiede l’abbandono dello spontaneismo; fase della Organizzazione sia interna che fra le diverse formazioni superando le divergenze politiche in vista del fine comune: l’Insurrezione nazionale con la sconfitta dell’invasore e la nascita di un nuovo governo nazionale.

Intra, maggio 1945, Rosetta, Pompiere e Vilma

Superare un’immagine stereotipata del Partigiano è più che mai necessario oggi che la Resistenza è spesso oggetto di denigrazioni e falsificazioni, ricordando non solo il suo pluralismo politico e sociale ma anche i tanti e tante Partigiani e Partigiane senza armi che non si limitarono a “dare il loro contributo”, ma furono parte attiva ed essenziale della struttura e della affermazione della Resistenza.

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* Pubblicato sul n. 3/2025 di Nuova Resistenza Unita


[1] Fuori legge???, Tararà Verbania 2012, p. 82-84.

[2] Un uomo ordinato, in La scelta, Neri Pozza, Vicenza 2006, p. 177-188.

[3] Teoria del partigiano, Adelphi, Milano 2005.

[4] Juan Martín Díez, generale spagnolo antifrancese.


Intra, 26 aprile 1945. I partigiani della Battisti, liberata Intra il 24 aprile, traghettano per partecipare alla liberazione della Lombardia sino Milano.

Antonio da Tradate a Palagnedra: gioiello lepontino

Prendi Re. Da quando i pittori suscitarono il miracolo della Madonna che sanguina – o fu la Ma­donna a ispirare loro — quell’icona benedicente dila­gò per villaggi e alpi, indifferente alle frontiere, oc­cupando lunette su povere facciate, o, in forma di immaginetta, appuntata sulla credenza, insieme alle fotografie dei nipoti e a un promemoria dell’Agricol­tore ticinese. E lavorava ignaro o non curandosi dei confini l’Antonio da Tradate che salì a Palagnedra nel quindicesimo secolo a dipingervi almeno una piccola parte di tutte quelle più numerose cose che stanno tra terra e cielo. Nella chiesa originaria di Palagne­dra, il suo ciclo allegorico dei mesi corre lungo l’in­tero coro — oggi una sagrestia — quasi sorreggendo un’apoteosi di santi e profeti e vite di Nostro Signore, che salgono a colmare il cielo artificiale della volta. Spostandosi con i suoi cartoni, questo Giotto un po’ in ritardo disseminò d’arte gli oratori affacciati sul Verbano, dove oggi si dice Italia, e chiese e chieset­te di borghi e villaggi svizzeri. Ma bisogna dire che a Palagnedra diede il meglio, forse perché fuori lo at­tendeva il Gridone che incombe e costringe quasi a rovesciare indietro la testa per vederne la sommità appuntata nel cielo. Il ciclo dei mesi il pittore lo ve­deva svolgersi lì fuori, in quella campagna sospesa sul solco inabissato del torrente; e, sopra quella monta­gna sovrana, un cielo grande abbastanza per ospitare storie sacre e teologie.

È grazie a questo passo di un racconto poco noto di Erminio Ferrari[1] che ho scoperto l’esistenza di un gioiello artistico ticinese praticamente sconosciuto al di qua del confine e, alla prima occasione[2], ne ho approfittato per gioirne la visione salendo a Palagnedra deviando dalla carrozzabile delle Centovalli che da Locarno porta alla Val Vigezzo.

Antonio da Tradate (1465 – 1511 circa)

 Pittore lombardo che ha operato negli ultimi anni del ‘400 e all’inizio del 1500 in Svizzera (Ticino e Grigioni) e sulla sponda lombarda del Lago Maggiore. La sua pittura viene spesso collegata, come stile e tematiche, alla scuola tardogotica dei Seregnesi[3] anche loro operanti in Svizzera e in particolare nel ticinese.

Lo studioso locarnese Romano Broggini così lo presenta:

“Antonio da Tradate, pittore della fine del ‘400, la cui prima opera conservataci sarebbe un affresco votivo del 1490 nella chiesa del Collegio Papio ad Ascona, mentre le ultime, un gruppo di affreschi del 1510 in val di Blenio ed oltre il Lucomagno. In quell’anno egli firma infatti un affresco a Curaglia «Antonius de Tredate habitator Locarni». Ac­compagnato dagli appellativi «magister» e «pictor», egli è citato in 3 documenti notarili degli anni 1497, 1510, 1511. […] Chi fosse Antonio da Tradate, abitante a Locarno, non si sa e neppure da quale ambiente pittorico venisse. Sappiamo che ebbe un figlio, pure pittore, maggiorenne nel 1510. Un esame stilistico delle opere più im­portanti lo avvicina all’ultima generazione dei pittori della famiglia «da Seregno», che nel ‘400 aveva cittadinanza luganese e che nel 1466 lavo­rava ad Ascona. Nicolao da Seregno, della seconda generazione, nel 1478 affrescava la chiesa di S. Nicolao a Giornico: ma v’è in lui un desiderio di grafica eleganza gotica che è sconosciuta in Antonio da Tradate: que­sti sembra invece riagganciarsi a forme più arcaiche, ma è più sensibile anche ai richiami d’un nuovo realismo. V’è inoltre in Antonio da Tradate un’aria di familiarità con Galdino da Varese […] anche se talvolta, più che a dirette influenze reciproche, si può pensare ad una comune provenienza di orientamenti mentali e di tradizione tecnica in aree periferiche nord lombarde.”[4]

Gli affreschi di Palagnedra

“Nel complesso delle opere firmate o attribuite ad Antonio da Tradate il coro di Palagnedra occupa certamente la posizione di maggior rilievo per la conservazione, per la complessità e per i pregi di colore e di compo­sizione. L’attribuzione al pittore nasce probabilmente dalla lettura della iscrizione in parte distrutta che esisteva nel coro stesso, trasmessa oral­mente in loco, confermata e mantenuta dai frammenti esistenti: essa è oggi però ben documentabile attraverso il confronto di parte degli affre­schi di Ronco.

Questi, oltre la firma di Antonio da Tradate, portano la data del 1492; sotto la parete raffigurante gli apostoli, assai rovinata, lo zoccolo rappresentan­te i mesi ricalca appieno la iconografia e gli schemi di Palagnedra. Solo alcuni particolari e lo sfondo sono diversi, sì che appare verosimile l’uso degli stessi cartoni, ridotti, a Ronco, nella parte inferiore. La attribuzio­ne di Palagnedra è oggi quindi confermata anche da elementi formali e concreti.”[5]


L’attuale pregevole condizione degli affreschi è frutto di un attento lavoro di restauro effettuato nel 1966, per conto della Fondazione Dietler-Kottmann, dall’artista e restauratore Carlo Mazzi (1911-1988) che così ricorda:

“I dipinti in ottimo fresco, che ornano com­pletamente le tre pareti e la volta a cro­ciera del coro della vecchia chiesa di Pa­lagnedra, sembrano datare dalla fine del ‘400. La costruzione della nuova chiesa, nel ‘600, ha in parte danneggiato un angolo del coro: parte dell’arco trionfale è cadu­to. D’altra parte gli affreschi che vennero a trovarsi in sagrestia non vennero mai scialbati né ritoccati. […] Gli affreschi sono dipinti con gran cura, con buona prepara­zione del fondo, in una tecnica assai abile e disponendo le figure in modo eccellente. […]

Il restauro venne orientato in modo da non permettere confusione fra le parti restaurate e quelle autentiche, pur ri­dando unità all’ambiente e leggibilità alle scene. […] La pulitura ha permesso in particolare di riscoprire quasi completamente il mese di gennaio, di interpretare quelli di luglio, ottobre e novembre, di scoprire il sottarco, con le figure [di S. Michele e una Madonna di Rè] e l’Annunciazio­ne esterna, nella Crocefissione di leggere la scena invisibile del diavolet­to che prende l’anima del cattivo ladrone.”[6]


Ripercorrendo l’insieme degli affreschi, possiamo così suddividerli.

Appoggiata al pavimento, anch’esso restaurato per impedire infiltrazioni, scorre sui tre lati l’allegoria dei mesi da gennaio a novembre. Il mese di dicembre è stato evidentemente distrutto con l’apertura della porta che unisce la cappella con la successiva chiesa del ‘600.


Nella parete centrale (tra e ai lati di due finestre volte ad oriente) una imponente Crocifissione.


Nella parete a nord, sopra i mesi da gennaio a maggio, gli Apostoli Pietro, Giacomo Maggiore, Matteo, Andrea, Bartolomeo e Filippo.

Nella lunetta sovrastante, fra due profeti, Gesù che salendo al Golgota con la Croce incontra la Veronica.

Nella parete sud, sopra i mesi da agosto a novembre, gli altri sei Apostoli: Taddeo, Mattia, Tommaso, Simone, Giacomo Minore, Giovanni.

Nella lunetta sovrastante, sempre fra due profeti, l’orazione di Gesù nel Getsemani.

Nella volta a crociera, sopra la Crocifissione Cristo benedicente in gloria con i simboli degli evangelisti, in un ovale sorretto da quattro arcangeli.


Nella vela della crociera a nord, sopra i primi sei apostoli, e l’incontro con Veronica, due angeli e i Padri della Chiesa Gregorio e Gerolamo.


Nella vela a sud, sopra gli altri sei apostoli, e Gesù nel Getsemani un angelo (il secondo non è più visibile) e i Padri della Chiesa Ambrogio e Agostino.


Nella parziale vela a ovest, opposta al Cristo in Gloria, San Michele Arcangelo fra Sant’Abbondio e San Vittore.


A nord, nell’arcata che precede i primi sei apostoli, Sant’Agata vergine e martire, venerata in particolare quale protettrice delle malattie del latte

A sinistra dell’arcata abbiamo quelli che Mazzi interpreta quali ex voto con una Madonna tipo di Re (precedente di due anni alla tradizione del miracolo del 1494)

e un parziale San Michele.


Se nel dettaglio questi sono i ricchi contenuti della pur piccola cappella, non va evidentemente perso l’insieme della scenografia che risale dallo scorrere terreno dei mesi alla tradizione evangelica (gli apostoli e il Golgota) per sovrastare nella volta con il Cristo in gloria e i pilastri della dottrina, così come mirabilmente ci ha introdotti il passo iniziale di Erminio Ferrari.



Se passate in auto dalle Centovalli o siete a in Val Vigezzo non perdete l’occasione: all’altezza del lago artificiale costruito sulla Melezza, scendete, passate sopra la diga e risalite l’altro versante scoprendo che non sempre è necessario recarsi molto lontano per ammirare i capolavori pittorici dei secoli andati.


Note

[1]Centovalli (via Locarno). Storie di treni e di contrabbando”, in AA.VV. Negli immediati dintorni. Guida letteraria tra Canton Ticino e Lombardia, DoppioZero – Casagrande, Bellinzona 2015. Il racconto completo si può leggere >>  qui.

[2] L’occasione si è realizzata grazie alla 27ma edizione del Sentiero Chiovini in partenza da Palagnedra. Con altri amici dell’ANPI abbiamo accompagnato gli escursionisti del trekking, e dopo la roro partenza ne abbiamo approfittato per visitare la Chiesa di San Michele.

[3] Antonio, Baldassarre e i più noti Cristoforo e Nicolao da Seregno.

[4] “Gli affreschi di San Michele” in Gli affreschi del coro della chiesa di San Michele a Palagnedra, Parrocchia di Palagnedra 2011 (III ed.), p. 17-20.

[5] Ibidem.

[6] Ivi, p. 31-34.

Una Parola: Cittadinanza

È in distribuzione il n. 2/2025 di Nuova Resistenza Unita. Oltre alle consuete firme da questo numero si aggiunge la collaborazione di Giuseppe Mendicino, scrittore di calibro nazionale noto in particolare per i suoi studi su Mario Rigoni Stern, Joseph Conrad e, mi piace sottolineare, la riscoperta della partigiana e scrittrice Giovanna Zangrandi. In questo numero il suo contributo è su Sandro Delmastro, partigiano e amico di Primo Levi; un motivo in più per leggere, abbonarsi e sostenere Nuova Resistenza Unita.

Nella ormai consueta rubrica “Una parola” ho affrontato significato e storia della “cittadinanza”: un percorso di diritti, libertà ed eguaglianza che il fascismo ha tentato di fermare e che gli emuli odierni del ventennio rozzamente tentano di rinchiudere in ideologici criteri razziali.

Mi piace ricordare la lungimiranza dei Comuni e di molte città medievali che hanno favorito il loro sviluppo economico e civile accogliendo e liberando dalle servitù feudali le energie vive di coloro che hanno voluto fuggire dalla condizione servile diventando nuovi cittadini. La crescita delle nostre città nel tardo medioevo e oltre non potrebbe esser spiegata senza l’energico afflusso di questa nuova linfa. Questa voce della rubrica era già stata scritta, quando, tre settimane fa, sono stato a Viterbo e ho scoperto che dal 1095 “chiunque sia gravato da condizione servile” passando attraverso la Porta Sonsa (o Sonza) diventava cittadino libero.

La chiusura attuale verso le nuove cittadinanze è l’altra faccia del declino demografico, economico e civile del nostro paese.


Chi guida la città e regge lo Stato, deve dire parole appropriate (Eschilo)

Cittadinanza

L’insieme delle prerogative giuridiche, politiche e sociali del “cittadino” e nello stesso tempo l’insieme, la totalità dei cittadini. Il termine infatti si rifà nell’italiano arcaico sia a cittade (“città” dal latino civitas) indicante la collettività dei cittadini, che a cive (“cittadino”dal latino civis) che ha origine dalla radice indoeuropea KEI (“insediarsi”) ampliata in “v”. Mentre nel latino prevale l’aspetto giuridico (i diritti), nel sanscrito ςeva (“caro”) prevale quello affettivo; una connotazione di sottofondo che rimanda alla “identità” legata al luogo.

La Cittadinanza Romana, propria dei cittadini di Roma, attribuiva loro il Plenum ius (pieno diritto) differentemente dalla “cittadinanza latina” delle città italiche, con minori diritti politici e civili. Gradualmente quella Romana venne estesa sia per meriti individuali che per l’ampliamento territoriale sino alla Constitutio Antoniniana emanata da Caracalla nel 212 d.C. che la attribuì a tutti i cittadini dell’Impero; da sottolineare che il Plenum ius conviveva con l’essere sudditi dell’Imperatore.

Porta Sonsa (Viterbo)
Restauro e traduzione a cura del Lions Club di Viterbo (2012)

Die Stadtluft macht frei, «l’aria della città rende liberi»: lo sviluppo urbano nel medioevo in Germania e in Italia concedeva, solitamente dopo un anno e un giorno, la libertà dalle servitù feudali agli abitanti delle campagne rifugiatisi entro le mura cittadine. Considerato da vari autori (Marx e Weber ad es.) come un passaggio verso le libertà moderne; Carlo Cattaneo nella sua opera: “La città considerata come principio ideale delle istorie italiane” afferma «Se le nostre città sono belle, è perché sorsero per la vita civile, come uno spazio entro il quale lo scambio di esperienze, di culture e di emozioni avviene grazie al luogo e non grazie al prezzo».

Il sociologo statunitense Robert Putnam ha studiato la tradizione civica dei Comuni Italiani[1] basata sulla partecipazione crescente di strati popolari e sulle connesse “virtù civili” (repubblicanesimo civile) dando vita a “comunità civiche” che, a secoli di distanza, spiegano le diverse modalità di partecipazione alla vita pubblica nelle diverse regioni del nostro paese.

Citoyen. Se la cittadinanza si è storicamente connessa con diritti e libertà, nella Francia rivoluzionaria (1789-1804) si connette anche a eguaglianza: non esistono più i privilegi nobiliari e tutti i cittadini devono sottostare alle leggi che si sono dati: come spiega Rousseau, i cittadini non sono più sudditi ma “sovrani” in quanto “ubbidiscono unicamente a se stessi.

Il fascismo farà prevalere la nazionalità alla cittadinanza.

Esemplare quanto avvenuto a Verbania subito dopo la costituzione in nuovo Comune (4.04.1939) retto da Commissario prefettizio.

Il Direttore dell’Ufficio di Igiene, Carlo Alberto Luzzatti, in quanto cittadino “di razza ebraica” viene esautorato e sulla base del regolamento interno per i dipendenti comunali si procede a nuova assunzione. Regolamento che, in sintonia con la normativa allora vigente, richiede la cittadinanza italiana e di “non appartenere alla razza ebraica”. Si precisa inoltre che “Sono parificati ai cittadini dello Stato gli italiani non regnicoli[2] ovvero italiani con cittadinanza di altro Stato. Il criterio di razza e nazionalità prevale sulla cittadinanza.

I rappresentanti della Resistenza nelle Valli Alpine riuniti a Chivasso (19.12.1943,) denunciate l’oppressione politica, la rovina economica e la distruzione delle differenze culturali locali da parte del fascismo, dentro la prospettiva di una nuova cittadinanza all’interno di uno Stato Repubblicano e Federale, al primo punto affermano “la libertà di lingua, come quella di culto, è condizione essenziale per la salvaguardia della personalità umana.”


[1] R. Putnam, La tradizione civica nelle regioni italiane, Mondadori, Milano 1993.

[2] Deliberazione del 29.07.1939: “Regolamento organico”, art. 8.