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A chi dice “Primarie” diciamo con forza SMETTETELA!

A caldo, dopo l’esito del referendum e le successive conferenze stampa, ho pubblicato su Facebook una prima riflessione che qui riprendo e tento di sviluppare.

Premesso che ho votato NO sia nel merito del testo[i] che del contesto (chi, come e in quale situazione nazionale e internazionale ha prodotto il testo) non condividendo la trasformazione del Procuratore/Pubblico ministero[ii] in Pubblica accusa (funzione requirente; sistema accusatorio) ed essendo contrario a un “riequilibrio dei poteri” a favore dell’esecutivo tenendo conto che il potere legislativo è già di fatto in gran parte svuotato con la pratica di decreti legge e deleghe (contesto nazionale) e della realtà internazionale con le cosiddette “democrature” e autocrazie ove vige il totale assoggettamento della magistratura. Non è necessario aver studiato linguistica o semiologia per capire che il significato di un testo è dato sia dalla lettera del testo che dal contesto[iii].

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Tanti NO al quesito referendario e subito qualcuno vuole appropriarsene: “facciamo le primarie così votano me” e altri/e vanno a ruota. A momento sono in tre. Calma e gesso suggerisce il saggio Bersani che di primarie se ne intende.

L’aria del paese è cambiata certo, ma bisogna capire cosa dicono quei NO, che bisogni esprimono.

I fattori del NO

Non basta capire quali fattori abbiano inciso su un risultato doppiamente inatteso, come partecipazione e come esito. Questo lo fanno i giornalisti e un giorno lo faranno gli storici. Ne son stati indicati tanti: dal costo della benzina alla avversione per Trump che prevale nettamente in tutto il paese, alle ambiguità della presidente del consiglio non solo verso Trump e la sua guerra, ma per la vicinanza(sua e/o di altri esponenti del governo) a sistemi di potere come quello ungherese, russo, egiziano, ecc. ecc., che la magistratura hanno totalmente represso e sottomesso, alla reazione dei giovani fuori sede che sono stati impediti di votare, al ruolo attivo di gran parte della magistratura, oltre naturalmente alle palesi bugie di molti sostenitori del Sì, comprese quelle della Meloni e al suo, e non solo suo, tono arrogante. Potenti che ostentano la loro impunità, politici che esaltano il sistema clientelare. Al presentare la legge come “Separazione delle carriere” mentre, grazie anche all’esser stati obbligati, rispetto alla originaria formulazione, a riscrivere il quesito indicando gli articoli della costituzione sottoposti a modifica, si è capito che ben altro era in gioco.

 Altri se ne possono aggiungere: la mobilitazione di settori della società civile, della Chiesa in suoi larghi settori e del sindacato CGIL, l’unitarietà sull’obiettivo dei comitati per il NO composti da persone e storie differenti, le manifestazioni per Gaza e la politica filoisraeliana del governo. E naturalmente un affetto verso la nostra Costituzione scritta con la partecipazione di tutte le componenti democratiche e non imposta a forza da una maggioranza e di conseguenza un giusto principio di precauzione rispetto ad una sua significativa modifica.

Fatto questo, gioito per il risultato la politica deve fare altro, non guardare indietro ma in avanti. La somma anche ragionata dei fattori sopra ricordati non dà una programma. Giusto dire la Costituzione va prima applicata ma questo non ci dà un programma, semmai un orizzonte.

La distribuzione del voto

Come anticipavo la politica deve saper leggere i bisogni e dare una risposta di prospettiva. Allora la lettura della distribuzione del voto diventa essenziale. Qualche tabella ci può aiutare lasciando le analisi più raffinate a chi lo fa di mestiere.

Confronto con le scorse elezioni europee. Fonte Ixè

Il No ha prevalso grazie all’aver saputo recuperare dal non voto quasi un milione e ottocentomila voti in più del Sì. Che questi ex astenuti ritornino al voto alle prossime politiche non è affatto scontato.

Analizzando in percentuale il voto dei diversi bacini elettorali si nota che la compattezza sul No prevale nettamente per AVS (86%) e PD (75%) mentre è un po’ minore per M5S (67%) al contrario del centro destra dove la percentuale di quelli che han votato in modo contrario alle indicazioni del partito di appartenenza o si sono astenuti è decisamente maggiore.

La distribuzione del voto per classi di età è anche questa particolarmente significativa:

In tutte le fasce di età, tranne quella intermedia (45-54 anni) prevale il No, ma il dato maggiormente imprevisto è quello dei più giovani (18-29 anni) dove il No sfiora il 70%. Inascoltati, denigrati hanno fatto sentire con forza la loro voce, ma trovare la giusta risposta a questa domanda di cambiamento non è certo facile. Ad esempio come fare per fermare la loro fuga dal sud al nord e dal nord all’estero in cerca di un lavoro dignitoso?

A proposito di sud anche qui un dato imprevisto, sia pur all’interno di una tradizionale minore affluenza: nelle regioni meridionali il No prevale nettamente rovesciando in molti casi l’esito di recenti elezioni.


Ma forse l’esito più inatteso è l’andamento nei centri urbani, non solo perché ha prevalso il NO nelle principali città,

Fonte YouTrend per Sky TG24

ma, in modo rovesciato rispetto a precedenti elezioni, sono i quartieri alti a votare con il governo e quelli popolari, le periferie a votare NO. Questo ad esempio l’andamento del voto nei quartieri di Roma:

ove agli estremi opposti troviamo:

Fonte: Comune di Roma

Situazioni analoghe nelle altre grandi città. Emerge con forza una protesta ed una richiesta implicita da parte delle periferie che non vogliono più essere marginali e, certo, una richiesta di sicurezza che non può non passare attraverso prevenzione e riqualificazione.

Un programma concreto e una visione

Occorre costruire un programma ad un tempo concreto e visionario che tenga conto di bisogni articolati, di domande implicite diversificate per poter dar vita ad una coalizione solida; compito tutt’altro che facile. Occorre al contempo una chiara visione valoriale e prospettica che accolga e sostenga la volontà di cambiamento emersa in particolare dai più giovani e dalle aree sinora meno ascoltate. 

L’analisi del voto, da affinare nei territori, è importante per capire da dove e da chi emerge un bisogno, spesso radicale, di cambiamento. Ma leggere questi bisogni non può esser fatto in astratto, occorre una mobilitazione e un confronto con i soggetti reali.

Serve concretezza, ma concretezza è diverso dal “pragmatismo” spesso evocato dai cosiddetti centristi. Esser pragmatici significa accettare l’ordine generale delle cose che è oggi orientato a sempre più estesi conflitti, all’incremento delle diseguaglianze, alla privatizzazione dei beni comuni, alla dilapidazione delle risorse ambientali, alla esclusione delle minoranze. I correttivi entro questo quadro sono illusori.

Occorre una visione prospettica e valoriale nella direzione di una società alternativa di pace e cooperazione, di riqualificazione territoriale e urbana, di valorizzazione delle culture e dell’ambiente, di riappropriazione dal basso dei beni comuni (educazione, cultura, salute, ambiente e, aggiungo, della comunicazione digitale …) come risposta alternativa sia all’individualismo e alla privatizzazione generalizzata del neoliberismo imperante, che alla centralizzazione statalistica propugnata in passato dalla sinistra.

Concretezza significa allora proporre un programma articolato di cambiamenti condivisi e inversioni di direzione possibili entro l’arco di una legislatura. Non perdendo di vista valori ed orizzonti.

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Quel NO, anzi quei tanti e diversi NO, non chiedono “primarie” ma risposte.

E a chi dice “Primarie” diciamo con forza SMETTETELA! Il lavoro da fare, con la pazienza dell’analisi e del confronto è tanto. A livello nazionale e nei territori.


[i] Gli articoli che si volevano modificare e le modifiche proposte le ho trascritte > qui < e > qui <.

[ii] Il Pubblico ministero deve “altresì svolgere accertamenti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini” (art 358 cpp;) cfr. anche art. 408 cpp: il PM chiede la archiviazione quando non sono stati reperiti elementi tali da “formulare una ragionevole previsione di condanna”; lo stesso principio vale per il Giudice per le Indagini preliminari (GIP).

[iii] Avevo postato su Facebook un semplice esempio di “Linguistica & Semiologia spicciola” in implicita risposta ai tanti “ma non c’è scritto” dei propugnatori del Sì:

Lotte operaie e repressione negli articoli de il manifesto quotidiano (aprile-ottobre 1971)

Nel precedente articolo La nascita del Gruppo de il manifesto a Verbania ricordavo come le lotte operaie e in particolare quelle della Rhodiatoce si siano intrecciate ed abbiano influito nel profondo con la costituzione locale di questa formazione politica. Con la nascita del quotidiano ho svolto il ruolo di corrispondente per la nostra zona e naturalmente le vicende della Rhodia e della repressione con relativi processi vi hanno assunto un peso particolare.  A partire dal primo numero del quotidiano del 28 aprile con la vivace narrazione di Valentino Parlato sulla festa per la assoluzione nel processo di primo grado a Verbania sino alle due corrispondenze di Gianni Montani[i] da Torino per il processo di Appello (22 e 23 ottobre ‘71) una trentina le cronache ed articoli inviati – allora tramite telefono previo appuntamento con la redazione – frutto del lavoro collettivo dei compagni.

Tra quelli direttamente connessi alla Rhodia ho selezionato i più significativi e ne riproduco il testo visto che non sono altrimenti reperibili online[ii].


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RHODIATOCE

A Verbania i compagni assolti dal tribunale tornano alla lotta

di Valentino Parlato

Verbania, Novara 28.04.1971. Grande giorna­ta a Verbania quella del 24 aprile. Nella mattinata in tribunale, du­rante le sei ore di camera di con­siglio, la consuetudine delia milizia politica, non era riuscita a co­prire la tensione, fortissima in tut­ti: nei 48 compagni al banco degli imputati e in tutti gli altri che gre­mivano l’aula e si assiepavano in strada all’ingresso del tribunale. Il silenzio assoluto nel quale il giu­dice Simone aveva letto la sentenza di assoluzione era stato rotto da un applauso violento, da abbracci, la­grime di commozione, pugni alzati e dal canto dell’internazionale; da un abbraccio nero e oro di due to­ghe si alza un pugno chiuso. I ca­rabinieri fino ad allora imponenti e corposi quasi vengono dissolti dal movimento che comincia nell’aula si trasferisce nella strada e poi da­vanti al carcere, ad attendere la liberazione del compagno Bruno Ormella.

La sentenza è stata chiara e im­portante. L’assoluzione di tutti gli imputati ha fatto fallire il tentati­vo di divisione politica tra gli im­putati, tentata da qualche parte e, ancora di più, ha verificato la im­possibilità di costruire un cordone sanitario dì isolamento intorno a questa vicenda e al gruppo di «estremisti» del centro del mani­festo. Ma importanti sono anche le motivazioni della sentenza: non aver commesso il fatto per le im­putazioni minori; non sussisten­za di reato per l’assemblea del 6 ottobre dì fronte ai cancelli della fabbrica in risposta alla serrata padronale; non punibilità per i va­ri blocchi stradali (per i quali il pubblico ministero Gennaro Cala­brese De Feo aveva infestato Pallanza di denunzie e mandati di cattu­ra) perché quei blocchi furono fat­ti «nell’erronea supposizione di esercitare un diritto». Il livello particolarmente elevato raggiunto dalla lotta fa giustificare che negli operai nasca la supposizione — sia pure erronea per i giudici — che il bloc­co stradale sia un prolungamento o un’estensione del diritto costituzio­nale di scioperare. Il legame continuo con la lotta del­la Rhodia ha impedito — anche do­po una lunga congiura di silenzio di tutta la stampa — che un cor­done sanitario isolasse questo pro­cesso nei quale gran parte degli imputati si richiamano o militano nel centro dì iniziativa comunista del Manifesto. «A Verbania, che è uno dei paesi più civili d’Italia, sla­mo come i pesci nell’acqua» — mi dice un compagno quando, una mez­z’ora dopo la scarcerazione di Or­mella, siamo tutti alla trattoria del Nibbio a festeggiare l’assoluzione. Al Nibbio ci sono tutti, Alberganti e Tartaro, Ottolini, Rampazzo, Carretti, Buffoni e quasi tutti gli altri imputati. Insieme con quelli del Manifesto ci sono quelli del Pci e del Psi e di Lotta Continua, forse manca solo il segretario della Fede­razione del Pci, Motetta; poi arri­vano anche i compagni Janni e Fenghi, gli avvocati che sono stati la punta di diamante del collegio di difesa. Quale giudizio dare sulla sentenza? Quale il senso del contrasto tra un pubblico accusatore quasi medieva­le e dei giudici di tribunale innegabilmente democratici? Calabrese De Feo, In fondo, ha danneggiato la causa della borghesia con il suo uso ultrarepressivo della giustizia? E la lotta? Quali i rapporti tra la lotta, le provocazioni (compendiatesi in alcuni atti di sabotaggio e nell’in­cendio di uno del magazzini della Rhodia) e il processo? Come ripren­dere in fabbrica l’iniziativa sul pre­mio di produzione? Su questi inter­rogativi i compagni cominciano a conversare.

Processo a Verbania. Davanti G.Ottolini, F. Mosini(?), G.Buffoni; dietro S. Sivestri, R.Forte(?)

Non si può certo dire che vi sia sta­ta una discussione ordinata e tanto meno la tavola rotonda che i com­pagni di Verbania avevano prepara­to. Su alcuni punti i giudizi sono fer­mi. Il rapporto di forza è stato de­cisivo. Aver resistito alla violenta offensiva repressiva di Calabrese De Feo; aver tenuto anche nei lunghi mesi difficili cominciati nell’ottobre del 1970 quando la lotta di Verba­nia rimase sindacalmente isolata e oggetto di una vera e propria con­giura del silenzio; aver avuto il co­raggio di rendere politico il proces­so, anche attraverso il numero degli imputati, avere mantenuto l’unità con gli operai; non aver ceduto alla tentazione e ai suggerimenti di ripiegare sa una linea di difesa puramente giuridica, negando la parte­cipazione ai blocchi o giustificando­la con l’esigenza di «calmare gli animi». Questi fatti e queste scelte sono alla base della vittoria conqui­stata il 24 aprile nell’aula penale del tribunale di Verbania. Senza questi precedenti, senza la presenza di un nucleo di compagni che con tenacia e coraggio ha continuamen­te ricostruito l’unità dei lavoratori intorno a posizioni di lotta avanza­ta, la sentenza del 24 forse sarebbe stata egualmente di assoluzione, ma avrebbe assolto dei vinti e non del militanti che — come Tartaro e tutti gli altri — hanno detto: «fi­nalmente torniamo in fabbrica e riprendiamo la lotta sul premio di produzione».

Da una parte vi sono i militanti e i lavoratori di Verbania, un’area po­litico-sociale nella quale la conti­nuità storica non ha assunto il se­gno del cedimento o del trasformi­smo: è un fatto che qui a Verbania l’avanguardia ha saputo assorbire i contenuti di classe della resistenza e della migliore esperienza del sin­dacalismo e del Pci. Dall’altra parte vi sono i giudici, e anche qui è chia­ro che i venti anni che ci sono tra l’età del pubblico ministero e quella dei giudici non sono stati storica­mente vuoti. Anche tra alcuni magi­strati l’uscita dal medioevo nel qua­le vive ancora larga parte della no­stra magistratura fa maturare come in tanti altri intellettuali una crisi di valori e un ripensamento del pro­prio ruolo.

Ma questi discorsi frammentari e sovrapposti sono Interrotti a un certo punto da Carlo Albergan­ti: «stiamo attenti a non essere trionfalistici e a non fare l’errore di considerare, dopo questa giusta sentenza, Verbania come una zona franca dalla repressione. A Verbania la repressione c’è stata e durissima. L’offensiva repressiva non è costata soltanto agli imputati, Janni lo ha detto bene nella sua arringa». «Gli ordini di cattura — si dice nell’ar­ringa — ebbero gravi conseguenze non più rimediabili. Quando furo­no emanati, le trattative per la Rhodiatoce stavano per concludersi con la vittoria degli operai dopo un me­se di sciopero. Proprio in quel mo­mento la procura eliminò dalla vita sindacale sei rappresentanti quali­ficati e la Rhodiatoce si rimangiò immediatamente l’accordo, traendo dal procedimento penale il massimo utile che poteva ricavarne. La mae­stranza fu costretta a ricominciare tutto da capo». «Se è vero che la rappresentanza operaia esce raf­forzata da questa sentenza — dice Tartaro — in fabbrica e fuori della fabbrica c’è molto lavoro da fare».


Politica della Rhodia e sfruttamento sono all’origine della crisi e della disoccupazione [i]

Verbania 13.05.1971. 35.000 abitanti. Metà degli operai lavorano alla Rhodiatoce. La fabbrica ha controllato per anni la vita cittadina: urbanizzazione, commercio, scuola, consiglio comunale, ecc. In piccolo, come la Fiat a Torino. Intorno alla Rhodia molte fabbriche chiudono e licenziano. Dal ’61al ‘70 la popolazione è passata da 28.810 a 34.410 abitan­ti, i posti di lavoro, nelle aziende con più di dieci addetti, sono dimi­nuiti da 9.941 a 7.162. Chi trova un posto alla Rhodia è fortunato, non deve andare ogni mattina a lavorare a Gravellona, a Omegna o in Svizzera.

Ma ad un tratto l’inaspettato: men­tre fuori si cerca lavoro, nei re­parti della Rhodia parte la rivolta contro la organizzazione capitalisti­ca del lavoro (carichi, ambiente, orario, qualifiche). Fino a tre anni fa il nome di Verbania ricordava il turismo lacustre, oggi significa lotta operaia. Dagli scioperi sponta­nei del giugno ’68 alla occupazione e alla vittoria del marzo ’69. La lot­ta contro l’organizzazione del lavo­ro crea nuovi posti di lavoro: oltre 400 posti in più alla Rhodiatoce. La lotta continua nei reparti per un anno e mezzo, crea nuove avanguar­die, si estende ad altre fabbriche ed agii studenti.

Nel settembre-ottobre ’70 la battuta di arresto: gli arresti, la latitanza, l’isolamento e il cedimento delle centrali sindacali, il rientro in fab­brica, la deroga sull’orario.

La Rhodia non assume più. Nei sei mesi in cui le forze di classe lot­tano contro la repressione e si mo­bilitano per il processa alla Rho­dia ì posti di lavoro scendono da 4.300 circa a 3.996.

Il problema dell’occupazione passa all’ordine del giorno: Nyco, Edilceramica, Nestlé, Panizza, Siderocementi, fabbriche tessili. Chi chiude, chi diminuisce i posti di lavoro, chi lavora a orario ridotto. I padroni preferiscono investire altrove o, pri­ma dì investire, vogliono dare una mazzata agli operai per poterli poi sfruttare a piacere.

Sono i 130 operai della Nyco, con sessanta giorni di occupazione del­la fabbrica, a sollevare in modo drammatico il problema. Non a casa lo «stato» di nuovo interviene de­nunciandoli e buttandoli fuori della fabbrica. Le forze politiche tradizio­nali sono impotenti, anche se la giunta Pci – Psiup ha deciso ieri di requisire l’azienda.

Lo sviluppo dello scontro alla Rho­dia in questi mesi non ha permesso alle stesse forze politiche di classe di affrontare nel modo dovuto l’altra faccia della condizione proleta­ria, la disoccupazione.

Per oggi, i sindacati hanno procla­mato lo sciopero generale a Verba­nia. Giusto. Gli operai dicono: «Contro questa situazione bisogna mobilitare la rabbia di tutti gli stra­ti popolari». Giusto.

Ma non basta. In gran parte le for­ze sindacali vedono la lotta contro la disoccupazione come cosa sepa­rata dalla lotta in fabbrica contro l’organizzazione del lavoro. La lot­ta per l’occupazione si riduce ad una generica pressione sul potere politico che sfugge al controllo operaio

Lo sciopero generale deve diventa­re invece il momento di unifica­zione delle lotte in corso nelle va­rie fabbriche (Tubor, Unione mani­fatture, Rhodia, etc.) e del rilancio della lotta nelle altre. Rientrando da domani in fabbrica, bisogna im­pedire qualsiasi uso dello straordi­nario, tanto più che in molte fab­briche, come alla Cartiera prealpi­na l’uso esteso dello straordinario viene alternato a periodi dì cassa integrazione. Sì deve riprendere la lotta contro i carichi di lavoro, rit­mi, il cottimo, usando dove è pos­sibile, (come alla Tubor e alla Um) l’autolimitazione della produzione; rilanciare la riduzione dell’orario e l’azione contro la nocività. Alla Rhodia far partire finalmente la lotta per il premio di produzione, visto che da quasi un mese le as­semblee di Verbania, Villadossola e Novara si sono pronunciate con de­cisione. Il movimento deve essere esteso alle zone circostanti, dove vanno a lavorare molti operai di Verbania (a Gravellona, a Omegna, in Svizzera).

In alcune fabbriche di Omegna si è cominciata a discutere la possi­bilità di una lotta comune sul sa­lario garantito (208 ore pagate al mese, in ogni caso).

A Verbania, ci sono 7.400 studenti e per loro, man mano che usciran­no dalle scuole sarà sempre più difficile trovare un lavoro. Anche queste sono forze da mobilitare. Lo sciopero e la manifestazione di oggi sono soltanto il primo colpo. Il compito è continuare, indicando obiettivi concreti che facciano cre­scere il movimento e insieme crean­do nuovi strumenti di coordinamen­to politico (collettivi politici di fab­brica, comitati di quartiere, etc.) a livello cittadino e in tutta la zona.


[i] Articolo non firmato ma, per quanto ricordo e per lo stile del testo, è sicuramente attribuibile a Gino Vermicelli.

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Riparte la lotta nelle fabbriche Rhodiatoce. I limiti dell’esperienza passata e le prospettive

di Gian Maria Ottolini

Verbania 8.09.1971. Dopo la pausa estiva ri­prende la lotta alla Rhodiatoce. La settimana scorsa si sono riunite a Novara le rappresentanze sindacali delle fabbriche del gruppo (Pallanza, Casoria, Villadossola e Novara: ottomila lavoratori In tutto). Il co­municato conclusivo della riunione dice che: «È stata decisa la ripresa immediata della lotta con una azio­ne di sciopero di 48 ore che ogni fabbrica articolerà nel modi atti a realizzare il massimo di pressione». La lotta per il premio di produzione (10.000 lire per tutti sganciate dalla produttività), era già iniziata due mesi prima delle ferie. A Pallanza si era articolato In scioperi quotidiani di mezz’ora-un’ora, gestiti diretta­mente dai reparti che avevano ma­nifestato una forte combattività operaia: poco prima delle ferie, si erano avuti numerosi cortei Interni, che hanno cacciato dalla fabbrica i pochi impiegati crumiri. A Novara e a Villadossola la lotta aveva mante­nuto il carattere più tradizionale de­gli scioperi di otto ore. Gli operai di Casoria, invece, usciti da poco da una lotta finita male, e non infor­mati dal sindacato, sono rimasti estranei allo scontro.

Il padrone ha sempre mostrato la più ferrea intransigenza. La sua controfferta era di 3.000 lire per il premio di produzione. Il suo obiet­tivo, prima ancora di trattare, era quello di stancare gli operai, costrin­gendoli ad uno scontro, lungo e fati­coso nell’intento di provocare, al momento da lui ritenuto più oppor­tuno, uno scontro frontale.

Nella prima fase della lotta il diver­so modo di attuare lo sciopero nelle tre fabbriche e l’assenza di Casoria non hanno certo giocato a favore degli operai. Ora sembra che le fab­briche di Villadossola, e forse an­che quella di Novara, siano disposte ad attuare scioperi articolati. I sin­dacati nazionali si sono inoltre im­pegnati ad andare di persona a Casoria, per far scendere In lotta an­che gli operai di quella fabbrica. Ma la loro credibilità, dopo le sfac­ciate menzogne cui sono ricorsi nel tentativo di far rientrare gli operai in fabbrica, è oggi molto scarsa e dunque non c’è da attendersi gran che dalle loro promesse.

La lotta si presenta dunque parti­colarmente dura: perché sia effica­ce è indispensabile che si verifichino alcune condizioni precise: che tutte le fabbriche del gruppo partecipino attivamente allo scontro e non si creino nuovamente fratture fra sta­bilimenti più combattivi e meno combattivi; che l’articolazione de­gli scioperi sia la più intelligente possibile, in modo da scardinare la programmazione padronale della produzione, con il minor costo per gli operai che cosi potranno reggere anche un lungo scontro; che nel corso della lotta cresca l’organizza­zione autonoma degli operai, repar­to per reparto, fabbrica per fab­brica.

La posta in gioco è alta. Al di là de­gli aumenti salariali (che oggi, con il progressivo aumento del costo del­la vita e il conseguente taglio del salario reale, assume particolare valore), si gioca la continuità delle lotte future: in particolare, qualifi­che, mansioni, carichi. A Pallanza, inoltre, non solo per gli operai, ma anche per la «sinistra» sindacale, la posta è alta. O essa saprà far le­va su questa lotta per favorire al massimo la crescita e lo sviluppo dell’organizzazione operaia di base, sconfiggendo la controffensiva po­litica che le forze moderate si ap­prestano a lanciare, o, non solo ri­schia di compromettere la lotta ope­raia, ma la sua stessa sopravvivenza.

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14 carabinieri per arrestare il compagno Ormella. A Verbania riprende la repressione contro la lotta operaia

Verbania 3.10.1971. Venerdì sera, appena rien­trato in casa, è stato arrestato il compagno Bruno Ormella, membro del direttivo di fabbrica della Cgll e iscritto al Pci. Lo ha denunziato pochi giorni fa, un dirigente della Rhodia, tale Bertolino, per «vio­lenza privata» in occasione di un picchettaggio durante lo sciopero dei giornalieri per il premio di produzione. Quattordici carabinieri hanno circondato la casa e lo han­no assalito con aria di rivincita. «Questa volta non ci scappi» gli hanno detto.

Il compagno Ormella era già stato colpito da mandato di cattura nel settembre scorso per «blocco stra­dale» assieme ad altri due operai e tre sindacalisti, quando a Verbania scattò l’operazione di repres­sione contro lo sciopero degli ope­rai della Rhodia. Dopo sei mesi di latitanza era stato assolto, assie­me agli altri 47 imputati, dal tri­bunale di Verbania. Il processo di appello, subito richie­sto dall’accusa, si svolgerà il 21 ottobre a Torino.

L’arresto di venerdì ha un duplice scopo: intimidazione in vista del processo e ricatto per bloccare la lotta sul premio di produzione. L’indagine sulla imputazione del compagno Ormella è stata presa su­bito in mano dal procuratore della repubblica Calabrese De Feo, noto per la linea duramente repressiva nei confronti della lotta operaia. L’istruttoria fin dall’inizio è stata ca­ratterizzata da un atteggiamento minaccioso e intimidatorio verso al­cuni testimoni e, soprattutto, dallo arresto che l’imputazione rendeva facoltativo.

 Qui a Verbania e in tutta la pro­vincia di Novara dal settembre ’70 a oggi l’azione repressiva padrona­le e di stato continua ad essere durissima: da una parte il pesante intervento della magistratura, dall’altra una fortissima resistenza pa­dronale a ogni lotta operaia, carat­terizzata, soprattutto nel settore tessile, da serrate, licenziamenti, cassa integrazione. L’attacco investe oltre le libertà politiche e sindacali in fabbrica, anche la libertà di espressione e vi sono decine di de­nunce per «stampa clandestina» contro operai e studenti.

In questi giorni, con la solita scusa della «lotta alla criminalità» sono state Intensificate le operazioni di polizia, con blocchi stradali e per­quisizioni tra le quali quella nelle abitazioni di due compagni di Masera (uno è il segretario della locale sezione del Pci). Negli ultimi giorni, inoltre, sono stati denun­ciati 51 operai della Nyco (tra i quali due sindacalisti Cisl e Cgil) per l’occupazione della fabbrica chiusa dal padrone e in via di li­quidazione, per la quale si attende ancora oggi una soluzione. Altri 42 operai, del cappellificio Panizza sono minacciati di licenziamento per «esigenze di ristrutturazione». La azione repressiva, quindi, si confi­gura più che mai come il solido so­stegno dello stato all’attacco padro­nale, tendente alla riduzione della occupazione e alla ristrutturazione delle aziende.

Questo generalizzato attacco antioperaio impone una generale capa­cità di mobilitazione, che coinvolga gli organismi di base di tutte le fabbriche della zona e spinga il sin­dacato locale e provinciale a dare una risposta più decisa a chi oggi tenta piegare la classe operaia. In questa azione, assume particolare importanza la scadenza del processo di appello, il 21 ottobre. In occasione del processo ci si prepara a sviluppare quella mobilitazione che in aprile portò all’assoluzione dei compagni e alla riconquista di posi­zioni di forza in fabbrica.

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Sciopero totale alla Rhodia e 2000 in piazza nonostante i baschi neri antipicchetto

Verbania 16.10.1971. Duemila, fra operai e studenti, hanno partecipato ieri mattina alla manifestazione indetta dai sindacati in occasione dello sciopero generale di 4 ore contro la repressione (più di 100 denunce ed un arresto), le serrate e licen­ziamenti nelle varie fabbriche del­la zona.

Le provocazioni non sono manca­te; un compagno che distribuiva davanti alle scuole un volantino del «collettivo politico studenti medi» è stato portato in questura: è sta­to interrogato e gli sono stati se­questrati tutti i volantini.

 «Qui la legge la faccio io» ha ri­sposto il carabiniere alle proteste ed ha aggiunto che l’ordine di se­questro gli veniva dalla procura. I carabinieri saranno denunciati.

Frattanto alle 8, alla Rhodia, per la prima volta dopo tre anni, la polizia si è permessa di schierarsi davanti ai cancelli per impedire picchettaggio: hanno fatto una ma­gra figura perché nonostante la «garanzia» dei loro fucili non è entrato proprio nessuno.

Circa 100 fra baschi neri e poli­ziotti con il fucile imbracciato si sono appostati sotto il tribunale per difendere la «legge». Anche la polizia ha capito che qualche magi­strato a Verbania è assolutamente impopolare.

Tutti i compagni ritengono molto positivi lo sciopero e la manifesta­zione di oggi, sono però anche as­solutamente convinti che è necessario portare la mobilitazione in fabbrica creando piattaforme e for­me di lotta che offrono la garanzia di non cedere di fronte all’attacco padronale. Pochi giorni fa il pre­tore di Omegna ha emesso una sentenza che dichiara illegittimo lo sciopero articolato alla «Nuova fi­latura Toce». Oggi gli operai della cartiera sono stati minacciali di sospensioni per aver partecipato al­lo sciopero generale. La minaccia è arrivata mentre i lavoratori si ap­prestano a organizzare la lotta per il contrattoaziendale.

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La vendetta della giustizia contro le avanguardie. Domani comincia a Torino il processo d’appello contro i 47 compagni assolti il 24 aprile

Verbania 20.10.1971. Domani giovedì 21 otto­bre, alle ore 9 presso la Corte di Appello di Torino, seconda sezione inizierà li processo contro gli ope­rai della Rhodiatoce. L’accusa è di «blocco stradale, ferroviario e lacustre» e di manifestazione non autorizzata, dal 18 settembre al 6 ottobre 1970. Gli imputati sono 47 (contro uno solo il p.m. non ha appellato).

Il 24 aprile scorso, nonostante le pesanti pene richieste (oltre 50 an­ni) dal P.M. Gennaro Calabrese De Feo, il Tribunale di Verbania as­solveva tutti gli imputati, parte «per non aver commesso il fat­to», parte «perché il fatto non co­stituisce reato» (assembramento davanti alla fabbrica del 6 otto­bre) e gli altri «perché il fatto non costituisce reato In quanto commesso nell’erronea supposizione di esercitare un diritto».

Subito il P.M. appellava, sostenuto dalla stampa fascista e reazionaria e a lui si affiancava il procuratore generale di Torino Colli, che appel­lava a sua volta. In tempo di re­cord viene istruito il processo d’ap­pello. Solo per un disguido buro­cratico non è avvenuto il 14 luglio scorso, come inizialmente era stato notificato.

Al padroni non è bastato aver scon­fitto una lotta con 6 mandati di cattura e con oltre cento denunce, costringendo gli operai, grazie an­che al pesante intervento del sin­dacati nazionali, a rientrare In fab­brica dopo un mese di sciopero ad oltranza. Non è bastato perché, do­po due o tre mesi di disorienta­mento, nel reparti gli operai avevano ricominciato a rialzare la te­sta con scioperi spontanei ed oggi, da più di quattro mesi, per il pre­mio di produzione e di mansione, ogni giorno gli operai si fermano mezz’ora-un’ora, articolando lo scio­pero nel reparti.

Nell’ultimo incontro della settima­na scorsa con i sindacati, la dire­zione Rhodia, oltre a rifiutarsi di entrare nel merito della richieste, ha lamentato il «disordine produt­tivo» e «che i tecnici sono impos­sibilitati a fare il loro lavoro». Chiaramente, al di là della volon­tà personale di qualche magistrato che ha sentito la sentenza di asso­luzione come una offesa e una que­stione personale, esiste la volontà precisa del padronato che vuole con questo processo, «punire» e ferma­re la classe operaia della Rhodia. Per garantirsi questo risultato, 20 giorni prima del processo, la Dire­zione Rhodia, tramite un suo diri­gente e due «guardioni» ha crea­to una colossale montatura, contro uno degli imputati, il compagno Omelia, accusandolo di fatti mai avvenuti, in modo che Calabrese De Feo avesse le mani libere per farlo arrestare.

Il processo del 21 ottobre è molto importante.

Importante perché avviene a Tori­no, dove In maniera pesantissima i padroni conducono un’offensiva au­toritaria che ha al suo centro, pa­rallelamente alla intransigenza pa­dronale, la fascistizzazione degli organi dello Stato. Negli stessi giorni a Torino abbiamo altri pro­cessi polizieschi: quello contro i 42 compagni di Lotta Continua e di Potere Operalo per «reati d’opinio­ne» e quello contro i 3 membri di C.i. della Fiat Lingotto.

In secondo luogo si tratta di un processo di massa. Sul banco degli imputati siedono operai di base, operai del Pci, dello Psiup, del Psi, del Manifesto, rappresentanti e di­rigenti sindacali, il segretario del­la Federazione del Pci, studenti di Lotta Continua e del Manifesto. Tut­to il vasto arco della sinistra, tra­dizionale e non, di Verbania è rap­presentato. Chi inveiva contro gli estremisti «che non hanno niente a che fare con la classe operala», si trova oggi colpito dalla repres­sione assieme a loro.

Non è il caso che l’Unità abbia re­legato la notizia dell’arresto di Or­nella in fondo alla sesta pagina ignorando il fatto che si trattava di un militante del Pci.

La campagna contro gli «opposti estremismi» mostra in questo pro­cesso la sua vera faccia: la re­pressione vuole fermare le lotte operale.

Mentre i riformisti tacciono, sono le forze di classe che, facendo per­no sulle lotte operale, possono fer­mare la repressione garantendo gli spasi politici conquistati in questi anni.

La risposta data con la manifesta­zione di sabato a Torino è stato un primo momento fondamentale. Oggi gli operai della Rhodiatoce si incontreranno con il consiglio di fabbrica della Mirafiori.

schede

La legge sui blocchi stradali

La legge n. 66 del 22-1-1048 è stata appunto presentata nel ’48 (mini­stro degli interni Scelba) formal­mente per salvaguardare le vie di comunicazione dai briganti. In real­tà per reprimere le lotte contadine che nell’autunno ’47 erano state particolarmente dure.

Data l’enorme estensione delle vie di comunicazione e la scomparsa oggi dei briganti che assaltano i passeggeri bloccando le strade, ta­le legge potrebbe non aver più nes­sun senso.

In effetti è una legge repressiva di eccezionale pesantezza, diretta a colpire le manifestazioni operaie e popolari: ossa permette di inflig­gere a chiunque faccia una mani­festazione da 1 a 6 anni di reclu­sione e «se il fatto è commesso da più persone» da 2 a 12 anni. Nell’Istruttoria contro gli operai della Rhodia si legge: «l’elemento materiato del delitto di blocco è dato dalla ostruzione o anche sol­tanto dall’ingombro dell’area della strada, mentre il dolo si esauri­sce e si concreta nel porre in es­sere tale attività al fino di impe­dire, od anche soltanto di creare difficoltà od Impaccio alla libera circolazione della sede stradale; che rientra nella previsione legi­slativa ogni forma di ostacolo an­che se attuato con assembramento di più persone, che con i loro cor­pi offrono ostacolo sensibile alla circolazione».

Proprio per il suo carattere ecce­zionalmente repressivo, di tale leg­ge non si è mal voluto discutere in parlamento, facendola ratifica­re di nascosto nel ’55 in un pac­chetto di numerose norme che sono passate al vaglio delle camere co­me Inerenti al Ministero del Tra­sporti e alla regolamentazione dei traffico stradale ferroviario e la­custre. Dal che si desume che i partiti «dell’opposizione di sini­stra» che impostano la loro stra­tegia sul parlamento, non sono nemmeno capaci di fare il loro me­stiere.

Sono stati condannati due dei compagni accusati di “stampa clandestina”

Verbania. Ieri mattina alla pretura di Verbania i compagni Gian Ma­ria Ottolini (Manifesto) e Doriano Roveri (Lotta Continua) sono stati condannati per «stampa clandesti­na» rispettivamente a 25 mila lire e 20 mila lire di multa con la so­spensione condizionale della pena. Gli altri compagni accusati di stam­pa clandestina e manifestazione non autorizzata sono stati assolti. Fra i testi di accusa, ancora una volta, si è messo in mostra il capi­tano dei carabinieri Puoti che, co­me già nel processo contro gli ope­rai della Rhodiatoce ha affermato — In contrasto con i rapporti messi agli atti del processo — di essere stato presente ai presunti reati e di aver identificato di persona i compagni accusati. Tale onnipre­senza, «rivelata» anche questa vol­ta a molti mesi dal fatti, risulta per lo meno sospetta.

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Al processo dei 47 della Rhodia l’accusa sostiene il crumiraggio e la serrata

di Gianni Montani

Torino 22.10.1971. Nell’aula della corte di ap­pello di Torino è cominciato Ieri mattina il processo contro i 47 com­pagni della Rhodia di Verbania, ac­cusati di blocco stradale nel corso della lotta dell’autunno ’69, quando la direzione ha serrato la fabbrica per un mese nel tentativo, non riuscito, di stroncare la lotta.

Sul banco degli imputati si tro­vano assieme operai, sindacalisti, dirigenti di partito. Basta­no questi dati a dare il senso del processo repressivo in atto. Dopo i processi agli estremisti si è ormai passati esplicitamente a reprimere giudiziariamente tutti coloro che in fabbrica lottano o hanno lottato.

Dopo le formule di rito e la relazio­ne del precedente processo (in cui gli imputati vennero assolti «per erronea supposizione di esercitare un diritto collegato al diritto di scio­pero»), e stato il turno dell’accusa. Nell’aula dove si celebra il processo, una Ispide ricorda che nello stesso luogo, nel 1944, il tribunale speciale fascista condannò a morte il primo comitato militare del Cnl piemonte­se. A sentire oggi in quest’aula la requisitoria del procuratore genera­le Cordero di Vonzo, sembrava di essere tornati indietro nel tempo. Bene ha fatto la difesa a registrare questo discorso che dimostra chi siano oggi gli uomini che dirigono la procura generale della Repubbli­ca. Cordero di Vonzo ha Iniziato la sua requisitoria affermando che quello della Corte di Verbania è un ‘diritto strano, fatto di interpreta­zioni erronee. «Interpretazioni — ha detto — che noi non crediamo qualcuno si senta il coraggio di so­stenere ancora».

Continuando la sua requisitoria il pubblico ministero ha affermato che il diritto di sciopero è un qualsiasi diritto privalo, e in questo senso, avendo durante lo sciopero ingom­brato la libera circolazione per sen­sibilizzare l’opinione pubblica, gli imputati sono da giudicare come responsabili del blocco stradale. Reati comuni e non politici — ha sostenuto il pubblico ministero — in quanto lo sciopero politico è proibito. Sempre sul diritto di sciopero, di Vonzo ha continuato citando la giurisprudenza più reazionaria oggi esistente, affermando il diritto alla serrata padronale come forma legittima di pressione del padroni sugli operai, il diritto di crumiraggio, la Incriminazione dei lavoratori per occupazione di fabbrica. Per sostenere questa sua tesi ha fatto esplicito riferimento a quelli che si opposero all’assunzione del diritto dl sciopero nella costituzione. Sui fatti specifici di blocco stradale, il pubblico ministero ha sostenuto che è un reato comune, opponendosi fin d’ora alla richiesta di atte­nuanti per particolare valore so­ciale. Ha detto che il fatto stesso di voler sensibilizzare l’opinione pub­blica è una affermazione di volontà di blocco stradale in quanto si vuole fermare la gente per parlare; e ha riconosciuto come blocco strada­le tutte le situazioni in cui non si può circolare liberamente (qualcuno il pubblico ha espresso il timore Incontrare Cordero di Vonzo in qualche ingorgo nel centro di To­rino).

La chiusura della requisitoria ha avuto il pregio di chiarire, al di là del cavilli giuridici, quale sia la vo­lontà del pubblico ministero.

Rivolto alla corte questi, con fare minaccioso, ha detto: «di queste questioni hanno parlato i giornali le riviste, ecc. con parole infuocate». Il pubblico ministero, cioè, è particolarmente sensibile al giudi­zio del Tempo che ha scritto ai mo­mento dell’assoluzione: «comporta­mento criminoso dei giudici di Verbania». È poi cominciato l’elenco delie richieste della pena. Complessivamente quaranta anni circa.

Dopo una breve sospensione sono cominciate le arringhe delia difesa. L’avvocato Fenghi ha sostenuto la giustizia giuridica della sentenza del tribunale di Verbania, dimo­strando che il concetto di «erro­nea supposizione di esercitare un diritto» non è una eccezione del tri­bunale di Verbania ma una tenden­za affermata e consolidata della giurisprudenza. Il difensore ha dimostrato l’assurdità della interpre­tazione di blocco stradale da parte del pubblico ministero (ingorgo o rallento del traffico) in quanto se questa fosse l’interpretazione, si potrebbero incriminare gli operai quando escono dalle fabbriche, gli studenti dalle scuole ecc. Inoltre se fosse giusta questa interpretazione, gli operai e i contadini non avreb­bero nessun diritto di propagandare le motivazioni delle proprie lotte, In quanto i mezzi di comunicazione di massa sono in mano ai padroni. L’assurdità della interpretazione è stata dimostrata paragonando le pene di cui sono passibili i respon­sabili dell’ingorgo (da due a dodici anni) con le pene per attentato ferroviario con disastro (da tre a dieci anni) o alla violenza privata (mas­simo quattro anni). «Cioè a dire ha detto Fenghi che se gli operai della Rhodiatoce avessero rotto tut­to, rischierebbero meno di quello che rischiano per aver provocato un rallentamento del traffico». Fenghi ha determinato chiedendo la assoluzione per non aver commesso il fatto e dicendo che non la dife­sa chiede una sentenza politica, ma l’accusa. Una sentenza contro la classe operala.

Le difese sono continuate dimo­strando la mancanza di prove da parte dell’accusa. Alcuni sono impu­tati solo perché la loro macchina era parcheggiata a 500 metri dal luogo del presunto blocco. Circa gli altri presunti blocchi i carabinieri, giunti sul posto dopo quindici minu­ti, non hanno visto niente di anor­male. Il processo è continuato ieri sera.

Torino, in attesa della sentenza. Davanti G.Ottolini, D.Caretti, A.Goffredi, Dietro S.Rampazzo(?), R.Del Mastro

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Il tribunale di appello si è preso la sua vendetta e nega il valore sociale della lotta alla Rhodia

di Gianni Montani

Torino 23.10.1971. Si è concluso con 23 con­danne e 24 assoluzioni il processo d’appello contro gli operai della Rhodia. Quello che non è riuscito a fare il tribunale di Verbania sol­lecitato dal famigerato Calabrese De Feo, lo ha fatto il tribunale «speciale» di Torino. Sono stati condannati i compagni: Carlo Alberganti (6 mesi), Antonio Lo Nigro (7 mesi), Bruno Ormella (6 mesi e 20 giorni), Giancarlo Tartaro (5 mesi e 10 giorni), Ric­cardo Forte (9 mesi), Ruggero Del Mastro (5 mesi e 10 giorni), Lucio Ferrara (5 mesi e 10 giorni), Adria­no (Diego) Caretti (5 mesi e 10 giorni), Sergio Silvestri  (6 mesi), Amelia Martini (6 mesi), Giuseppe Buffo­ni (6 mesi e 20 giorni), Sebastiano Russo (5 mesi e 10 giorni), Gianni Fasolo (5 mesi e 10 giorni), Orazio Burgoni (6 mesi), Giovanna Alber­ganti (5 mesi e 10 giorni), Antonio Fellini (6 mesi e 10 giorni), Gian Maria Ottolini (6 mesi e 10 giorni), Giacomo Buffoni (6 mesi e 10 gior­ni), Danilo Ghedini (5 mesi e 10 giorni), Attillo Conterno (5 mesi e 10 giorni), Silvano Silvani (5 mesi e 10 giorni), Attilio Alioli (5 mesi e 10 giorni). Settimo Rampazzo (5 mesi e 10 giorni).

Nell’aula del palazzo di giustizia di Torino, sul cui portone esisto­no tuttora ì fasci littori, erano continuate nel tardo pomeriggio di giovedì e nella mattinata di vener­dì le arringhe dei difensori dei 47 compagni della Rhodiatoce di Verbania.

La linea della difesa si è artico­lata, oltre che sulla difesa del di­ritto di sciopero con tutte le impli­cazioni che questo significa, e sula assurdità delle Interpretazioni date dal pubblico ministero Cordero di Vonzo del reato di blocco stradale, sulle contraddizioni e la mancan­za assoluta di prove d’accusa. In sostanza la difesa ha chiesto ai giudici di giudicare secondo le pro­ve e non secondo quello che un avvocato ha definito «un gioco di magia» per cui molti imputati so­no stati accusati non perché qual­cuno li ha visti, ma perché la loro macchina è stata vista a 500 me­tri dal luogo del presunto blocco. Altri sono stati accusati per pre­sunti blocchi avvenuti In giorni in cui non erano a Verbania. Il caso più clamoroso è quello di Giancar­lo Tartaro, accusato di aver partecipato al secondo blocco della fer­rovia mentre quel giorno era al ministero del Lavoro a Roma per condurre lo trattative con la dire­zione Rhodia.

Dalle arringhe del difensori e emer­sa la figura del capitano del cara­binieri Puoti che sistematicamente, noi giorni dei presunti blocchi ha stilato rapporti In cui affermava di non aver riconosciuto nessuno dei partecipanti perché gli era Im­possibile, e in un secondo rapporto elencava i nomi del riconosciuti senza spiegare li cambiamento di posizione. Sul particolare del blocco ferroviario un’altra figura di rilie­vo è quella del brigadiere Bufano che In aula, a Verbania, ha affer­mato di aver visto gli imputati du­rante li blocco, mentre il capitano ha affermato, sia nel rapporto sia nella deposizione, di essere entrato da solo nella stazione. Altro per­sonaggio attendibile è il vice que­store di Verbania che affermava di aver riconosciuto gli Imputati ed elencava come ulteriori testimo­ni tre poliziotti, due del quali af­fermano di non aver visto nulla.

A dare il senso del grottesco delle richieste di pena, è il caso di una imputata per cui è stato richiesto un anno di reclusione: le uniche prove a suo carico sono date dalla testimonianza di un poliziotto che ha affermato di averla vista du­rante un presunto blocco sul mar­ciapiede della via.

Su queste prove il tribunale deve decidere. Su queste prove il pub­blico ministero ha chiesto oltre 40 anni di galera.

C’è poi la questione delle atte­nuanti per particolare valore so­ciale, che i difensori hanno chie­sto In via subordinata qualora il tribunale, nonostante la mancanza di prove, decreti la colpevolezza dei compagni. Su questa questione il pubblico ministero ha dichia­rato, già al momento della sua re­quisitoria, la sua totale opposizione. Per sostenere la applicabilità delle attenuanti del «particolare valore sociale» sono state ricordate le ca­ratteristiche della lotta alla Rho­dia. Una lotta che aveva come pri­mo obiettivo il rifiuto della smobi­litazione parziale della fabbrica che la direzione aveva annunciata. Una lotta che portò all’assunzione alla Rhodia di altri 300 operai dando un grosso contributo all’economia eli tutta la zona, allora come oggi minacciata dalla disoccupazione. Una lotta per la parità normativa operai-impiegati, che affrontava un problema di giustizia sociale. Una lotta infine non diretta da pochi dirigenti sindacali «da dietro il loro tavolino» ma dalle assemblee ope­raie.

Ma questa è proprio l’accusa che si fa ai compagni di Verbania. Lo dimostra l’Incriminazione per bloc­co stradale perché gli operai delle Rhodia e di altre fabbriche che avevano portato allora i soldi rac­colti nelle loro fabbriche per so­stenere la lotta, uscendo dall’as­semblea — erano circa 400 — han­no rallentato il traffico per pochi minuti. Come dimostra il rapporto dei carabinieri che giunti sul posto dopo 15 minuti non hanno trovato niente di anormale.

Proprio contro le attenuanti per particolare valore sociale si è sca­gliato il pubblico ministero nella sua replica, in cui ha sostenuto, con un livore anti-operaio che dif­ficilmente si è precedentemente vi­sto in un tribunale, che la lotta della Rhodia non aveva niente di sociale, che gli operai lottavano so­lo per problemi propri. Che le lotte sono solo lotte egoistiche che gli operai fanno per migliorare solo le proprie condizioni, «gli operai chiedevano le 40 ore di lavoro set­timanale, non lottavano per i di­soccupati, ma solo per lavorare di meno».


[i] In questo articolo di Luciana Castellina un ricordo di Gianni Montani: Viaggio nella Torino che ha inghiottito il suo passato.

[ii] Gli originali che ho potuto consultare sono depositati presso la Biblioteca Aldo Aniasi della Casa della Resistenza in connessione col fondo “Alberganti Albertini” del Centro di Documentazione.

Due poesie tardo adolescenziali

Non mi ricordo chi l’abbia detto (o scritto), forse Franco Fortini.

«Tutti gli adolescenti scrivono poesie, ma pochissimi diventano poeti»

Le prime di cui ho ritrovato traccia scritta nei miei quaderni risalgono ai miei sedici anni. Lontane non solo nel tempo.

Quelle che sotto trascrivo sono invece le mie due penultime scritte quando ormai ne avevo quaranta di anni e, tutto sommato, mi ci ritrovo, mi riconosco anche oggi che sono alla soglia degli ottanta.

Due penultime, dicevo, perché pochi anni dopo avevo scritto un piccolo poema che ho fatto leggere alla mia collega ed amica Patrizia. È stata drastica: “Non è proprio il tuo genere!”. Ho seguito il suo implicito consiglio e da allora di poesie non ne ho scritte più.


 
La prima delle due era evidentemente influenzata dalla mia frequentazione della narrativa fantascientifica; ne avevo anche fatto copia sulla carta argentata della piccola stampante dello Sinclair Spectrum +, il mio primo PC. La seconda da due fatti di cronaca.


L’astronauta

Cari amici*

                vi scrivo

da un altro pianeta

vorrei

                potervi vedere

ancora una volta

vorrei

                potervi dire

che tutto quanto

abbiamo fatto insieme

non sempre è riuscito

ma che comunque

ogni volta ancora

lo rifarei se potessi

rifarlo insieme a voi.

Cari amici

                vi dico

che lontano dal mondo

dove tutto è diverso

tutto sembra uguale

o forse tutto è uguale

anche se sembra

un mondo diverso.

Cari amici

                non importa …

la distanza del tempo

pesa più dello spazio

qualcosa abbiamo fatto

se non si vede il segno

è perché la vista

ormai ci fa difetto

ma dentro noi

ciò che nessuno vede

si sente

                eccome!

                                29.XII.86

* Amici del ‘68


¿Quien sabe? **

Dio è morto.

                Rimane il peccato

                resta la colpa

                l’innocenza è scomparsa

                lucciole addio.

Dio è morto

                la violenza non trova “Causa”

                non ricerca bandiere

                non si giustifica più.

                Si esercita.

                Talvolta cruda

                talvolta asettica

                cruda e senza senso

                asettica e rispettabile.

                Cruda nei poveri

                cruda per rabbia

                cruda per impotenza.

                Asettica e ricca

                asettica e benemerita

                asettica per “fama” e denaro.

                La prima scandalizza, sconvolge

                si butta in prima pagina.

                L’altra si nasconde e trasfigura:

                quante buone intenzioni!

                quanti buoni affari!

                A Palermo una lapide di bimba.

                A Montevideo un piccolo desaparecido.

** A Palermo due sottoproletari hanno seviziato e ammazzato la loro piccola “perché piangeva troppo”. Da Montevideo le prime notizie di traffici di bambini per farne “organi” da trapianto.


PS. Le illustrazioni sono tratte dagli album de L’Incal di Moebius in collaborazione con Jodorowsky.


Di seguito la riproduzione dei testi originari.

Prima bozza della versione a stampa


Zenone ovvero dell’arte culinaria

Scartabellando fra i miei vecchi quaderni ho trovato questa nota diaristica su una lezione di filosofia del 7 marzo 1994.

 Non la ricordavo.

Mi è sembrata carina e non del tutto inattuale.

La ripropongo di seguito


7.3.94

Classe III SUS [Scienze Umane e Sociali]

Zenone ovvero dell’arte culinaria

Studente. Ma perché Zenone deve complicare le cose in questo modo?

Insegnante. È vero, la filosofia, il ragionamento complicano la vita.

S. Se ne potrebbe fare a meno, sarebbe tutto più semplice.

I. Certo, si potrebbe vivere tranquillamente senza pensare.

Molti lo fanno.

È come cucinare senza sale e senza aromi, si può benissimo vivere (o “sopravvivere”) mangiando sciapo.

Chi preferisce vivere “sciapo” è meglio non si imbarchi nello studio della filosofia.



Tredici anni di “Fractalia spei”

Il 4 febbraio 2013 inauguravo questo blog con l’editoriale Frammenti similari di speranza e successivamente con articoli legati in particolare ai temi della memoria, della violenza di genere, della condizione giovanile oltre a letture di testi direttamente o indirettamente connessi a queste tematiche. Non ho solo voluto, come ricordato nell’editoriale d’apertura, superare i limiti dei social allora più in uso, ma anche sfruttare le potenzialità mediatiche: immagini e soprattutto testi che più esattamente costituiscono degli ipertesti con link interni e tag che permettono di approfondire e allargare il temi affrontati.

Con gli anni gli argomenti si sono ampliati e sono stati “accolti” alcuni importanti contributi di amici che hanno voluto contribuire arricchendo e approfondendo le tematiche.

Con il presente siamo a 167 articoli, circa 13 all’anno.

Lo scopo era quello di raggiungere un pubblico più vasto sia locale sia più ampio. Con 36 abbonati (ovviamente gratuiti) e soprattutto con le 84.450 visualizzazioni dall’esordio ad oggi (con una media di 6.500 all’anno) posso affermare che da questo punto di vista l’obiettivo è stato raggiunto. L’altro obiettivo, in particolare su alcuni argomenti, era quello di offrire uno spazio al confronto e al dibattito: il numero di commenti è stato decisamente basso, in media uno ogni due articoli (86 su 166) il più delle volte limitati a poche parole di gradimento senza entrare nel merito.

I dieci articoli più visualizzati dal 2013:


Alcune riflessioni sul femminicidio e sulla violenza di Andrea Bocchiola e Sonia de Cristofaro: 7 febbraio 2013


Il testo unico fascista (1929 – 1943): 14 luglio 2016


Trarego 25 febbraio 1945:14 febbraio 2014


Le SS-Polizei in Ossola e nel Verbano (1943 – 1945):12 settembre 2018


Il male può essere banale? Attualità di Hannah Arendt:6 marzo 2015


L’Ossola libera e le “Repubbliche” partigiane: 23 ottobre 2014


Peer & Media education: 23 settembre 2015


La “Festa della Liberazione” a Stresa, 75 anni fa:17 aprile 2020


Ermanno, la Colonia Motta, la guerra:7 Maggio 2018


Adulti feriti e amati bambini di Nives Cerutti: 17 ottobre 2013


I cinque articoli più visualizzati nel 2025:


Hedy Lamarr diva dimenticata scienziata ignorata


La strage del Lago Maggiore. Una lenta emersione


Il testo unico fascista (1929 – 1943)


Provincia Lepontina


Cleonice. Il lungo cammino della memoria



Buona lettura.

Commenti e proposte di collaborazione sono ovviamente benvenuti.


Un percorso didattico: il criticismo kantiano

Nei vecchi file del PC sono riuscito a recuperare l’unità didattica di filosofia su Immanuel Kant e il criticismo. Quella scansionata è la sua ultima versione che risale al 2001. Fare i conti con Kant e leggerne passi significativi lo consideravo non solo momento centrale della storia del pensiero, ma soprattutto una sorta di porta di ingresso per accedere alla filosofia contemporanea.

La sollecitazione iniziale, atta a superare una concezione ingenua della visione (e implicitamente di tutta la sensazione), era attivata con un breve filmato in cui Oliver Sacks ricordava la reazione di un suo paziente, cieco dalla nascita, dopo un trapianto oculare. Quando gli vennero tolte le bende alla domanda di cosa vedesse rispose: “Un turbinio di luci da cui esce la sua voce” riferendosi al viso di Sacks. Il paziente non recuperò la vista delle forme, il suo cervello adulto non era più in grado di organizzare gli stimoli visivi e nello stesso tempo la sua precedente organizzazione dello spazio (svolgeva attività in campo meccanico) ne risultava compromessa. Quello che avrebbe dovuto costituire il “dono della vista” diventò per lui una maledizione.   

La lettura e il commento dell’icastico passo di Borges che apre la dispensa fa poi risaltare l’ingenuità di una rappresentazione della conoscenza quale copia della realtà. Discorso approfondito con il concetto di gnoseologia nel suo significato generale e nel suo sviluppo.

A seguire l’articolazione del pensiero kantiano nei suoi riferimenti e nelle sue fasi precritiche e critiche con un cenno finale alla filosofia del diritto e della storia.


La dispensa, concepita ovviamente quale supporto a esposizione e discussione orali, è scaricabile > QUI <

La nascita del Gruppo de il manifesto a Verbania

L’iniziativa del 31 ottobre 2025 dedicata al ricordo di Carlo Alberganti e Giovanna Albertini (Carlo e Giovanna memorie di una vita per la collettività) mi ha stimolato a mettere un po’ di ordine ai ricordi di quasi sei decenni fa. Come immagino capiti a molti la mia memoria è nitida su singoli episodi ma faccio fatica a inserirli in una successione precisa. Mi sono così costruito una cronologia di quegli anni e, soprattutto, sono riuscito reperire alcuni documenti allora elaborati e, in particolare, un mio quaderno di appunti, verbali e considerazioni stesi tra il maggio 1969 e il gennaio 1971 [i].

La rilettura ordinata di questa documentazione permette così non solo di ricostruire quando e con chi è nato il Gruppo de il manifesto a Verbania, ma soprattutto a capire le motivazioni, la logica di fondo che, all’interno di un contesto storico importante per la comunità locale, ha portato quel gruppo di compagni a dar vita a un’esperienza politica significativa che ha lasciato il segno anche nei decenni successivi.

Il Comitato Operai Studenti

Sulla base di rapporti instaurati nel 1967 in occasione di iniziative per il Vietnam [ii], all’inizio del 1968 con studenti universitari, sinistra del PCI, operai di diverse fabbriche (Unione Manifatture, Cartiera di Possaccio, Rhodiatoce) si è dato vita al Comitato Operai Studenti. La sede era in un sottotetto non lontano da piazza San Vittore a Intra, sopra il Ristorante Isolino. Ci si riuniva intorno a un grande tavolato – rapidamente trasformato un poliedrico graffito di disegni e scritti rivoluzionari – per discutere iniziative, volantini a sostegno delle lotte operaie, non mancando discussioni e confronti sulla politica nazionale e internazionale.

Gino Vermicelli fotografato da Mario Dondero

La presenza più significativa, cuore e spesso regolatore della discussione era quella di Gino Vermicelli; commissario politico garibaldino in Ossola, dirigente politico comunista a livello nazionale nell’immediato dopoguerra, successivamente Segretario della federazione del PCI di Novara. Non condividendo lotte di potere correntizie all’interno della federazione novarese si dimise da segretario e da quel momento fu messo (e si pose) ai margini della vita del partito. Nel 1963 si era trasferito a Verbania in qualità di Dirigente della locale Federazione delle Cooperative.

«Questo fatto di lavorare non più dentro il Partito, ma in un altro posto e fare politica nel tempo libero, mi portava inevitabilmente a pensare in modo autonomo.

Emergevano grossi problemi e nuove realtà: crisi delle società dell’est, le contraddizioni della nostra società, la smobilitazione delle fabbriche, una modificazione del ruolo della classe operaia dovuta in parte al suo ricambio generazionale, all’immigrazione, alla diminuzione della sua importanza numerica, eccetera. Tutti problemi non risolti o, meglio, non affrontati, oggetto di discussioni marginali. Il Partito comunista seguiva la sua strada[iii]

Nel breve saggio “Che cosa vuol essere il Comitato Operai e Studenti e che funzioni ha[iv] ho tentato di chiarirne la funzione e la strategia; di seguito alcuni passaggi.

«È necessario stimolare lotte autogestite con chiari temi politici evitando e combattendo ogni tematica di tipo cogestionale: il popolo deve gestire solo la sua lotta fin quando non ha il potere. Il C.O.S. deve avere la funzione di organizzare i Comitati di Lotta in tutte le situazioni (fabbriche, grandi magazzini, scuole, quartieri, ecc. Nei Comitati di Lotta partecipano elementi interni ed esterni (op. e studenti). L’unione fra gli sfruttati che i Comitati di Lotta favoriscono deve esser basata sui fatti e non sulla ideologia … Per evitare il corporativismo e la settorializzazione il C.O.S. ha la funzione di collegare insieme i vari Comitati di Lotta. …

Non abbiamo una linea precostituita né siamo un partito (non chiediamo una fetta di potere né la delega a nessuno). Il nostro lavoro procede se cogliamo le esigenze reali delle masse. (Dalle masse alle masse). Il nostro lavoro è al di fuori di ogni istituzione esistente.»

Una linea volutamente al di qua dell’idea e della prospettiva partitica, volta a stimolare, sostenere e collegare le lotte. Le rivendicazioni e i primi scioperi degli operai della Rhodiatoce di Pallanza, culminati nella occupazione della fabbrica, sono stati il più significativo banco di prova di questa prospettiva.

Il primo ciclo di lotte alla Rhodiatoce sino all’occupazione della fabbrica (1967 – 1969)

La caratteristica di fondo delle lotte degli operai della Rhodiatoce è di essere incentrate sulle condizioni di lavoro (carichi, tempi e pause, ambiente di lavoro e riduzione della sua nocività) rifiutando la logica perseguita dalla azienda (e in precedenza accettata dai sindacati) di monetizzare aumentando i tempi di intervento. Le prime rivendicazioni operaie per ricalibrare tempi di intervento e pause, nel dicembre 1967, partono dal reparto Filatura Nylon, cuore della fabbrica; rivendicazioni che progressivamente si estendono agli altri reparti.

I primi scioperi sono dell’inizio febbraio 1969 e di fronte alla netta chiusura dell’azienda il 5 marzo si arriva alla decisione della Commissione interna di fabbrica (CIF) in accordo coi tre direttivi sindacali, alla occupazione dello stabilimento. Anna Goffredi (CISL) che ha redatto un bellissimo Diario degli undici giorni dell’Occupazione così ricorda e commenta:

«5 MARZO 1969. Oggi, dopo una settimana e quattro giorni, durante i quali si sono incontrate le organizzazioni sindacali con i rappresentanti dell’azienda, abbiamo deciso l’occupazione della fabbrica. […]

È da sottolineare il comportamento ambiguo della Direzione, che – soddisfando richieste puramente economiche, come tali valide solo parzialmente – ha cercato di superare i problemi relativi ai carichi di lavoro, i quali da soli sono in grado di qualificare tutta la trattativa in atto; essa ha cercato così di isolare i lavoratori della Filatura, creando incertezze fra tutti gli altri lavoratori, ai quali spetta il merito di avere precedentemente e in varie occasioni dimostrato di saper opporsi validamente alle imposizioni della Direzione.

Interrotte le trattative alle ore 13:30 di oggi, la CIF e alcuni membri del direttivo delle 3 OO.SS. hanno occupato la fabbrica. L’occupazione è avvenuta contemporaneamente all’assemblea convocata presso il Cinema Impero di Intra; la notizia coglieva di sorpresa i lavoratori presenti, ma – soprattutto – le forze dell’ordine, alle quali veniva così impedita la possibilità di fare un picchettaggio che ostruisse le entrate della fabbrica. È giusto premettere che già ieri l’assemblea dei lavoratori aveva votato alla unanimità per l’occupazione di fabbrica in caso di mancato accordo; solo 3 su circa 1300 presenti in sala erano contrari; oggi un’altra votazione ha confermato la volontà precisa dei lavoratori (meno i soliti 3)[v]


L’occupazione procede per undici giorni con una forte partecipazione sia interna che esterna con picchetti che controllano tutte le possibili entrate. La solidarietà nei confronti degli occupanti si allarga rapidamente sia nelle altre fabbriche, non solo quelle del gruppo, sia in strati importanti della popolazione (commercianti, sacerdoti, studenti medi, Federazione delle Cooperative, persino Istituti bancari ecc.) con atti concreti di sostegno anche economico per le famiglie operaie rimaste senza reddito.  Le numerose e imponenti manifestazioni e i temporanei assembramenti hanno trovato solidarietà anche perché la loro precisa organizzazione ha evitato il benché minimo momento di scontro e tutto si è svolto in modo ordinato.


La direzione, probabilmente pressata dalla clientela le cui commesse sono bloccate e ha necessità di riavviare gli impianti, alla fine cede. Nell’incontro del 15 marzo presso la Prefettura di Novara tra Rhodiatoce e i tre sindacati CGIL, CISL e UIL, come di può verificare dal relativo Verbale [vi], praticamente tutte le rivendicazioni operaie trovano soddisfazione.

La notizia arriva immediatamente a Pallanza dove davanti ai cancelli si è ammassata una gran folla di operai e non solo. La sirena si mette a suonare accompagnata del suono delle campane della Chiesa di Madonna di Campagna; al posto del fuoco dei copertoni con il suo fumo nero, viene bruciato un covone di paglia con la sua fumata bianca. L’entusiasmo è alle stelle, la sera uno spettacolo gratuito offerto da Dario Fo e il giorno dopo l’imponente corteo che, dietro allo striscione “Uniti abbiamo vinto”, dalla Rhodia raggiunge Piazza Ranzoni a Intra.

Il Comitato di Lotta

Il Comitato Operai Studenti ha da subito affiancato gli scioperi di febbraio con volantini a sostegno delle richieste qualificanti. Con la Occupazione dello Stabilimento si costituisce il Comitato di Lotta della Rhodia che trova sede in una saletta collegata alla Chiesa di Madonna di Campagna. Operai e impiegati della Rhodia, ex partigiani, studenti universitari e qualcuno delle medie, altri cittadini vi stazionano praticamente in permanenza e il ciclostile produce volantini e documenti a ciclo quasi continuo.

Fascia del Comitato di Lotta con le firme dopo la “vittoria” del 15 marzo 1969

Rapidamente si coordina con il Comitato di occupazione e la sua azione si svolge essenzialmente in due direzioni: da un lato estendere la solidarietà nella città dall’altro partecipare alla organizzazione (cartelli striscioni, gestione ordinata ecc.) delle numerose manifestazioni che hanno accompagnato l’Occupazione della fabbrica.

La sua attività, riduttivamente semplificata come azione di “studenti estremisti”, è ovviamente vista come il fumo negli occhi dalla direzione della fabbrica [vii]. È in particolare il quotidiano torinese Gazzetta del Popolo che nelle pagine locali, oltre a sostenere ad oltranza le posizioni della direzione dello stabilimento, si fa portavoce dell’astio anti-studentesco.

«C’è stato qui un corrispondente de La Gazzetta del Popolo, a me personalmente molto antipatico (non è l’Aurora); pretendeva di trovarci d’accordo con lui nel ritenere la presenza degli studenti dannosa e superflua. Ha pubblicato una dichiarazione attribuita a Bacchetta, il quale smentisce categoricamente. Dovremo smentirle per lettera; del resto il contributo degli studenti all’esterno della fabbrica è, come Comitato di lotta, veramente prezioso!» [viii]

Fermo immagine dal documentario “Cronaca della lotta operaia alla Rhodiatoce”

Tra le iniziative del Comitato di Lotta va ricordata la realizzazione, grazie ad un gruppo militante di cineasti torinesi [ix], del documentario Cronaca della lotta operaia alla Rhodiatoce (18’47’’) in cui vengono spiegate con commento e interviste le motivazioni della occupazione della fabbrica e riportate le immagini di gran parte delle manifestazioni. Il documentario, originariamente in pellicola, oggi è visionabile su YouTube a cura dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico.

Il Comitato di Lotta [x] della Rhodiatoce continuerà ad operare nella sua sede di Madonna di Campagna sino al 1972.

Il successivo ciclo di lotte alla Rhodiatoce e la repressione (1969 – 1970)

Subito dopo il rientro in fabbrica si capisce che la direzione della Rhodiatoce non ha nessuna intenzione di applicare gli accordi accampando scuse tecniche in particolare per quanto riguardo i carichi di lavoro e il risanamento ambientale. Situazioni analoghe si verificano in altre fabbriche del gruppo come Villadossola e Casoria.

Nel luglio 1969 in più reparti della fabbrica vengono effettuati scioperi per il rispetto degli accordi. La prima avvisaglia di un clima che sta cambiando è segnalato dalla pressoché costante presenza della Polizia in portineria. La direzione il 25 agosto cerca di stroncare la lotta mettendo in cassa integrazione oltre mille operai de settore Nylon con scuse tecniche evidentemente senza fondamento. La risposta operaia è immediata e massiccia: gli operai “in integrazione” entrano egualmente in fabbrica e la produzione procede regolarmente obbligando la direzione ad una retromarcia. Sulla spinta di questa vittoria operaia altri reparti “minori” (taglio cops, torcitura) riescono a imporre alcune delle loro rivendicazioni.

In questo clima di conflittualità la Commissione Interna procede ad una verifica reparto per reparto delle problematiche irrisolte e, in accordo con i sindacati locali e provinciali, elabora una articolata Piattaforma sindacale che viene presentata il luglio 1970 alla direzione Rhodia.

Momento conviviale di pausa. Area retrostante a Madonna di Campagna

Di fronte ad una risposta di netta chiusura dal 9 settembre iniziano gli scioperi proclamati dal sindacato. Di fronte alla serrata del settore Nylon cui viene tolta dalla direzione l’elettricità, si dichiara sciopero ad oltranza e numerose manifestazioni e iniziative di massa, ancor più partecipate di quelle del marzo 1969, caratterizzano l’intero mese di settembre snodandosi non solo in città ma spingendosi ad esempio sino a Stresa, a Villadossola, alla Stazione di Fondotoce. Il tutto avviene in modo ben organizzato e non si verifica alcun tafferuglio o danno alle cose.

Il momento di tensione più alto è il 30 settembre 1970 in concomitanza con l’inizio delle trattative a Roma: dopo 20 giorni di lotta Pallanza è praticamente messa in stato di Assedio. Reparti della celere si ammassano sul Viale Azari a una cinquantina di metri prima dei cancelli mentre la massa di operai, sindacalisti e membri del Comitato di lotta sono concentrati tra Madonna di Campagna e la fabbrica. Lo scontro sembra inevitabile ma due tempestivi interventi riescono ad evitarlo. Il sindaco Ammenti con la fascia tricolore si piazza davanti ai reparti della celere come a far da scudo. Dall’altro lato, verso il Plush alcune operaie (Nives, Rampazzo ed altre) si accorgono che un gruppetto di persone è intenta a divellere con un piede di porco il marciapiede accumulando pietre. Accorriamo sul posto, seguiti da alcuni operai. Non sono operai e tantomeno studenti (anche per l’età leggermente più attempata); forse fascisti o più probabilmente poliziotti in borghese. Al vederci arrivare si dileguano. Evidentemente la provocazione era pronta: il lancio di pietre verso la Celere avrebbe giustificato e dato via al Caos.

Il giorno successivo (1° ottobre) corteo interno alla fabbrica e successiva assemblea in cui si decide (con solo una decina di contrari) la continuazione ad oltranza dello sciopero. Da sottolineare la solidarietà nei confronti delle lotte non solo da altre fabbriche, da singoli cittadini e istituzioni civili e religiose ma anche dalla Associazione dei commercianti (chiusura di due ore durante la manifestazione del 15 settembre) e degli studenti medi.

A questo punto, oltre alla solita Gazzetta del Popolo, alle provocazioni non riuscite, si aggiunge la magistratura nella figura del Pubblico Ministero Gennaro Calabrese De Feo che, come da lui stesso affermato ad una delegazione di esponenti politici, è venuto a Verbania per almeno due anni per mettere le cose a posto. Nei primi giorni di ottobre incominciano ad arrivare le sue denunce a operai, sindacalisti e studenti per “blocco stradale” dove si considera tale qualsiasi corteo, assembramento o incontro di delegazioni: 12 “blocchi” tra il 18 settembre e il 6 ottobre. Alla fine i denunciati sono 48.

Carlo Alberganti, Giancarlo Tartaro

Il 7 ottobre a Roma presso il Ministero del Lavoro si conclude in linea di massima la trattativa (incontri successivi a Milano dovranno perfezionarne i dettagli).  Lo stesso giorno il Procuratore Gennaro Calabrese De Feo spicca sei mandati di cattura: Carlo Alberganti (Segretario della Camera Lavoro), Antonio Lo Nigro (Commissione interna Rhodia, CGIL), Riccardo Forte (operaio CISL), Bruno Ormella (Direttivo CGIL di fabbrica), Giancarlo Tartaro (Direttivo nazionale FILCEA-CGIL), Ruggero Del Mastro (operaio ditta esterna) per “blocco” davanti fabbrica il 6 ottobre. Alberganti, Tartaro, Del Mastro e Ormella sfuggono all’arresto e sono latitanti. Del Mastro sarà arrestato il 5 novembre.

Il 9 ottobre i sindacati nazionali del settore convocano al Cinema Impero di Intra l’Assemblea degli operai della Rhodiatoce con un intento preciso: far accettare l’accordo di massima ottenuto a Roma e convincere gli operai a sospendere lo sciopero e a rientrare in fabbrica. Vengono anche paventati altri settanta mandati di cattura. Nonostante molti interventi contrari alla fine l’Assemblea accetta l’indicazione sindacale.

Come già avvenuto, al rientro in fabbrica la società Rhodiatoce si rimangia gli impegni presi a Roma.

La Classe operaia della Rhodiatoce, tra ripresa del controllo padronale in fabbrica e repressione esterna è ormai ridotta alla difensiva.

Oltre a quelle per le manifestazioni della Rhodia parallelamente e nei mesi successivi si moltiplicano nel Verbano e nell’Ossola denunce a sindacalisti, esponenti del PCI, studenti universitari per stampa clandestina, manifestazione non autorizzata, oltraggio all’ordine giudiziario ecc. [xi]

La trasformazione del Comitato di Lotta e i rapporti con il manifesto.

Il Comitato di lotta, sempre nella affollata saletta di Madonna di Campagna, segue e partecipa attivamente al nuovo ciclo di lotte e alle numerose manifestazioni cambiando di fatto nome: dal 10 settembre ’70 viene diffuso un volantino intestato La Classe Operaia deve dirigere tutto, che nei giorni successivi si trasforma in un bollettino periodico ciclostilato a più pagine e più articoli arricchiti da vignette.

La dizione non convince tutti, in particolare Gino Vermicelli che “storce il naso”, ma sarà soprattutto saggezza e ironia operaia che rapidamente re-intitolano il ciclostilato “La Classe Operaia deve digerire tutto” a por fine all’originaria dizione.

Nell’aprile 1971 esce infatti la nuova versione più semplicemente titolata “La classe operaia” che continuerà ad uscire in forma ciclostilata sino al 1979 dopodiché assumerà un nuovo formato a stampa diffuso anche per posta.

Il 23 giugno del 1969 era nel frattempo uscito il primo numero della rivista il manifesto e gran parte dei membri del Comitato Operai Studenti vi trova ispirazione politica nella critica al PCI di non esser riuscito a far proprie le spinte delle lotte studentesche e operaie e nella critica dell’Unione Sovietica nel suo ruolo repressivo delle spinte innovative nei cosiddetti paesi satelliti. In molti diffondono la rivista, anche all’interno della fabbrica in particolare per mano di Nino Chiovini.

Come è noto, per intervento diretto di Brežnev, la direzione nazionale del PCI delibera radiazione di Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Aldo Natoli, e successivamente Massimo Caprara, con l’accusa di “frazionismo”; seguiranno l’allontanamento obbligato dal partito di Lucio Magri, Valentino Parlato e Luciana Castellina. A Verbania la radiazione colpirà i coniugi Carlo Alberganti e Giovanna Albertini e lo studente Giuseppe Buffoni. Vermicelli presenta una lettera di dimissioni che viene accettata.

Nel clima della repressione in atto, con il “processo Rhodia” che incombe e i compagni arrestati, latitanti e denunciati, si fa largo la consapevolezza che di fronte alla repressione esterna, che nel caso della Rhodiatoce è stata particolarmente feroce, le lotte e le spinte operaie non trovano autonomamente sbocco.

Anche per lo stimolo del numero 9 della rivista titolata “Per il comunismo. Piattaforma di discussione” che invita alla aggregazione delle forze per costituire una formazione politica, spinge la maggioranza dei compagni alla decisione di costituire anche localmente una formazione politica che da un lato raccolga, non disperda, l’esperienza delle lotte e dall’altro faccia fronte, anche politicamente e non solo sul piano giuridico, alla repressione.

I rapporti, anche personali con i compagni de il manifesto si infittiscono e si vede la loro presenza sia durante le lotte operaie che durante il successivo processo. Per fare alcuni esempi saranno presenti in più occasioni a Verbania Lucio Magri, Massimo Serafini, Eliseo Milani e Valentino Parlato.

Lucio Magri, Rossana Rossanda, Eliseo Milani, Luciana Castellina

Costituzione del Gruppo Verbanese de il manifesto (28 ottobre 1970)

È in una affollata saletta al primo piano di Madonna Campagna che il gruppo politico de il manifesto di Verbania prende vita [xii].

«… Sono state invitate forze che non aderiscono subito al manifesto ma che hanno fatto una scelta: Anticapitalista e anti imperialista; Anti riformista; A fianco della Cina Popolare; Non settaria.

Con questi non vogliamo avere nessun mistero, perché con loro pensiamo di avere un confronto continuo sul terreno della lotta[xiii]

«… Perché a Verbania?

Caratteri lotta Rhodia – suo isolamento. Nessuna risposta alla repressione. Può profilarsi una sconfitta totale (Niente accordo – Compagni in galera – Processo – Via le dirigenze sindacali CGIL – Caretti [xiv] in minoranza –Dimissioni dal sindacato – Repressione in fabbrica)

Non è colpa operai della Rhodia se non hanno vinto. La sconfitta può non passare se rimane coscienza di classe, consapevolezza politica, organizzazioni, collegamenti. Ma è necessaria una forza politica pubblica e collegata a livello nazionale[xv]

Gino Vermicelli. Anni ’60

Intervengono in successione: Vermicelli (Scissionisti? Gli scissionisti sono gli altri che si separano dalla lotta di classe in Italia e nel mondo), Fuhrmann, Piero Bertinotti (Necessità di coordinamento a carattere provinciale … Propongo di stendere l’intervento di Vermicelli come lettera aperta ai militanti del PCI e dello PSIUP), Chiovini (saluto ai compagni in galera e latitanti), Saccani, Ramunno, Perozzi, Vermicelli, Carnevali, Passerini.

Chiude Vermicelli con una proposta su come organizzare il “Centro”.

 Alla riunione non è presente Giovanna Albertini perché a Bologna ove Carlo Alberganti e Giancarlo Tartaro “latitano” con la tutela della Camera del Lavoro. Sarà presente nella riunione successiva.

Convegno del 16 gennaio 1971

Tra le iniziative realizzate dal neonato “Centro di iniziativa comunista Il Manifesto” la più importante è stata senz’altro l’organizzazione del “Convegno provinciale operaio. Per un rilancio delle lotte operaie” del 16 gennaio 1971 presso la Società Artigiana di Pallanza con la relazione introduttiva di Sergio Saccani.

I numerosi interventi e il dibattito hanno costituito poi il supporto per la successiva partecipazione al Convegno Nazionale Operaio organizzato da Il Manifesto e da Potere Operaio il 30 e il 31 gennaio 1971 a Milano presso il Circo Medini [xvi].

Sergio Saccani al Convegno del 16 gennaio 1971

La relazione introduttiva del convegno [xvii] è stata presentata da Massimo Serafini che ha seguito direttamente molte lotte, a partire da quella della Rodiatoce. Per in manifesto di Verbania sarà ancora Sergio Saccani a portare il nostro contributo.

Tra i documenti elaborati va ricordato Il Processo dei Padroni contro gli operai della Rhodiaelaborato e diffuso nei giorni precedenti al Processo Rhodia che si è tenuto dal 20 al 24 aprile 1971 presso il tribunale di Verbania.

La sentenza, per certi versi inaspettata, sarà di Assoluzione per La Convinzione di aver esercitato un diritto.

Il Verbano, 30 aprile 1971 p. 4

Grande l’entusiasmo e i festeggiamenti che dimostrano come la direzione dello stabilimento, nonostante l’esser riuscita ad imporre un rientro senza rispettare gli accordi, sia culturalmente e socialmente isolata a livello cittadino.

Il Procuratore Gennaro Calabrese De Feo comunque non demorde e nel giro di due giorni presenta il ricorso alla Corte di Appello di Torino. 47 gli imputati (uno stralciato); di questi 23 saranno condannati tra i 5 e i 9 mesi e, con la attenuante di aver agito per motivi di particolare valore sociale, tutti hanno ottenuto la sospensione condizionale della pena e la non menzione. Il PM della Corte di Assise non ricorre in Cassazione.

In sostanza non il rigetto delle accuse del Procuratore De Feo, ma comunque un loro significativo ridimensionamento.


Il Verbano, 29 Ottobre 1971 p. 4

Cenni sul percorso successivo del “Centro di iniziativa comunista” di Verbania

Verbania Intra. Manifestazione del 1° maggio 1976

Il 28 aprile 1971 esce del primo numero de il manifesto quotidiano a cui partecipiamo già dal numero zero e poi con gli articoli sulle lotte della Rhodia e il relativo processo. La sua diffusione sia davanti alle fabbriche che nelle manifestazioni accentua inizialmente il contrasto con il PCI, ma rapidamente viene accettata la sua regolare presenza.

Il Centro di Iniziativa Comunista, dopo aver lasciato la saletta di Madonna di Campagna si trasferisce nella spaziosa sede di Via Magenta a Intra, con tanto di sottoscala dedicata, oltreché a magazzino, all’immancabile ciclostile; nella nuova sede ha traslocato anche il tavolato della vecchia sede del Comitato Operai Studenti: non più tavolo ma storico graffito appeso ad una parete.

Congresso PDUP x il comunismo di Verbania. Fiorenzo Gilardi, Giovanni Margaroli, Andrea Fuhrmann

Nel luglio del 1974 si costituisce a livello nazionale e di conseguenza anche a Verbania il Partito di Unità Proletaria per il Comunismo grazie alla fusione fra il manifesto e il Partito di Unità Proletaria (PDUP) che localmente, sotto la guida del compagno Fiorenzo Gilardi, aveva assorbito lo PSIUP.

Alle elezioni amministrative del 15 e 16 luglio 1975 la nuova formazione a Verbania ottiene il 3,91% (895 voti) e viene eletto consigliere comunale Andrea Fuhrmann.


Congresso PDUP x il comunismo. Verbania Palazzo Flaim, 18 gennaio 1976

Il primo congresso a Verbania, in preparazione del Congresso Nazionale (29 gennaio – 1° febbraio 1976) si svolge nella affollata sala consigliare di palazzo Flaim il 18 gennaio di quell’anno.

Negli anni successi il gruppo locale segue le vicende politiche ed elettorali del Partito nazionale sino al 1984 quando il PDUP per il comunismo confluisce nel PCI di Natta. A Verbania nessuno condivide questa scelta e molti si impegnano nel Comitato per la Pace e il disarmo che si collegherà con la Associazione Nazionale per la Pace guidata da Luisa Morgantini.

Nel 1991 Vermicelli, Alberganti e Albertini aderiscono a Rifondazione Comunista costituitasi contro lo scioglimento del PCI e la sua trasformazione in PDS.

Marina di Fuscaldo, agosto 1971. In alto: Carlo, Giovanni, Giovanna, Vanda, Mario, Rino. Seduti Andrea, Stefano, Madel, Gianmaria, Emilia

Non mi dilungo sulle successive vicissitudini della diaspora della sinistra (nazionale e locale) che hanno visto i compagni talora separarsi e talora riunirsi, mantenendo comunque un senso di comunità dove politica e amicizia che si è espressa anche in momenti conviviali (ad esempio alla “Rusa” degli Alberganti), in viaggi in comune e soprattutto nel condiviso senso di gratitudine per Gino Vermicelli, guida politica e “maestro di vita” per tutti noi.


Ricordo di Gino Vermicelli. Casa della Resistenza. Verbania 12 novembre 2016

Documenti allegati

Di seguito l’elenco linkabile dei documenti citati nel testo e/o in nota. In parte fanno parte del mio archivio personale e in parte mi sono stati messi a disposizione dall’Archivio Sindacale di Verbania Documenti (VB Doc).


[i] Il quaderno consta di 250 pagine numerate e di altre 50 non numerate.

[ii] Il quattro novembre 1967 a Milano, dopo un anno di manifestazioni in tutta Italia, vi è stato il Corteo Nazionale per il Vietnam.

[iii] Gino Vermicelli, Babeuf, Togliatti e gli altri. Racconto di una vita, Tararà, Verbania 2000, p. 183. Un estratto più ampio della sua autobiografia relativa alla presenza verbanese sino alle sue dimissioni dal PCI è consultabile > qui < (p. 181-190).

[iv] Quaderno citato p. 6-15.

[v] Diario dell’Occupazione della Rhodiatoce di Pallanza di Anna Goffredi, p. 1. L’originale completo del diario è visionabile > qui <. Il testo del diario è stato anche pubblicato su Nuova resistenza Unita (n. 2, 3, 4/2018) introdotto e commentato da Bruno Lo Duca.

[vi] Il documento allegato è preceduto da una nota della FILCEA-CGIL in cui si sottolinea il ruolo di avanguardia degli operai della Filatura Nylon e di come l’ottenimento della riduzione de carichi di lavoro comporti anche l’aumento dell’organico.

[vii] Già due giorni prima della occupazione viene mandata, evidentemente dalla direzione, una lettera anonimamente firmata “Un gruppo di impiegate della Rhodia”, in cui si invita mio padre a mettere in riga, “magari con il bastone”, il figlio (e magari anche la figlia). Presumo che lettere analoghe siano state inviate anche ad altri genitori.

[viii] Diario cit. di Anna Goffredi pag. 6 (9 marzo).

[ix] Il contatto era avvenuto grazie ad Andrea Fuhrmann, studente membro del Comitato di Lotta.

[x] Sia pur cambiando nome; cfr. sotto.

[xi] Un elenco dettagliato è consultabile su Il processo dei padroni contro gli operai della Rhodia, p. 5 e 6.

[xii] Cfr. Riunione Costitutiva Manifesto che contiene in forma schematica la relazione introduttiva (elaborata collettivamente e presentata dal sottoscritto) e una sintesi degli interventi cui segue l’elenco della successiva riunione (13 novembre). Quaderno citato p. 235-241.

[xiii] Ivi

[xiv] Diego Caretti, dirigente della CISL che ha sostenuto attivamente la lotta.

[xv] Riunione costitutiva cit.

[xvi] Ero stato mandato a Milano ove con Oreste Scalzone e un compagno de Il manifesto di Milano (di cui non ricordo il nome) dovevamo reperire la location per il Convegno. Abbiamo trovato tutte le porte sbarrate da teatri e sale congressuali. Il compagno di Milano ha avuto l’intuizione del Circo. In fondo la collocazione è stata in qualche modo profetica di una prospettiva di unificazione (sostenuta in particolare da Lucio Magri) rivelatasi non molto seria e rapidamente abortita.

[xvii] Poi pubblicata sul Manifesto rivista, anno III, n.1–2, gennaio-febbraio 1971, p. 23-35.

Il lavoro in equipe e la gestione del gruppo classe

Quali autori di “Sperimentare la Scuola” siamo stati invitati dal Centro Studi Clotilde e Maurizio Pontecorvo a parlare della Maxi-sperimentazione all’Istituto Cobianchi di Verbania. L’iniziativa si è svolta presso la sede di Roma del Centro Studi il 20 novembre scorso. Differentemente da Guido Boschini e Patrizia Favati, presenti in loco, vi ho partecipato da remoto. Il tema concordato del mio contributo è stato quello del rapporto fra l’Equipe del Consiglio di Classe e il corrispondente gruppo classe. Allego la locandina dell’iniziativa.


Di seguito il testo predisposto quale traccia per il mio intervento: una sorta di promemoria sull’esperienza vissuta e condivisa coi colleghi nei miei ventisette anni ai Corsi Sperimentali dell’Istituto Cobianchi centrata da un lato sul lavoro d’equipe dei docenti e dall’altro, in relazione reciproca, sulle dinamiche del gruppo di studenti. La premessa, che avevo affrontato in “Sperimentare la scuola” è nella concezione della professionalità docente quale professionalità che si esercita collettivamente in equipe, in lavoro di squadra (dal Consiglio di Classe, all’indirizzo, al Collegio docenti).

Per affrontare la tematica delle equipe riavvolgerei il nastro temporale a ritroso partendo dalla presentazione della nostra pubblicazione nell’Aula magna della scuola (10 marzo 2023) riportando alcuni passaggi dell’intervento di ex studenti.

Io sono rimasta sempre stupita perché i docenti erano un gruppo molto affiatato. Io non ricordo né un leader che emergesse sugli altri né particolari tensioni …Significa che sapevano lavorare benissimo insieme e condividevano una prospettiva comune nel rapporto coi ragazzi… Potrei fare molti esempi di questa esperienza che vedeva nel confronto tra alunni e docenti un continuo apprendimento reciproco” (Silvia, Sindaco)

Dopo la scuola non ho seguito l’ambito dell’indirizzo linguistico, ho fatto tutt’altro, lavoro nel settore della meccanica ma l’apertura mentale che l’insegnante di inglese esprimeva con «Think outside the box», ti devi mettere fuori e guardare dentro, mi ha accompagnato nell’esperienza lavorativa” (Barbara, Imprenditrice)

“Vi erano adulti capaci di applicare in maniera collettiva un pensiero pedagogico. Crescevamo guardandoci negli specchi che ci restituivano la versione migliore di noi stessi. Nelle esperienze di tirocinio ma anche nella gestione del gruppo classe siamo stati sollecitati a trovare risposte che non fossero scontate o preconfezionate, ma originali, inusuali, efficaci.” (Erika, Pedagogista)

“A me, invece, la consapevolezza che fosse un luogo dove, dietro tutto quello che ci veniva proposto, ci fosse un pensiero pedagogico ben chiaro è arrivata dopo, da adulta.” (Raffaella, Pedagogista)

Potrei fermarmi qui perché, pur se per cenni, vi sono gran parte degli aspetti su cui intendo soffermarmi: la professionalità docente quale professionalità che si esercita collettivamente nelle equipe, gruppi di lavoro che richiedono tempo per consolidarsi e continua capacità di aggiornamento, ricerca e innovazione; rapporto simmetrico e dialettico fra equipe dei docenti e gruppi classe (loro gestione e “manutenzione”); equipe aperte e flessibili in grado di mantenere visione e finalità di fondo a fronte di modificazioni della composizione sia per uscite (pensionamenti o altro) che per nuove entrate e in grado di innovarsi per rispondere ai cambiamenti sia normativi ed istituzionali che sociali, in particolare a fronte delle modificazioni spesso rapide delle nuove generazioni di studenti.  Ma proseguo nel percorso a ritroso.

7 dicembre 2013. La sperimentazione è finita da quattro anni a seguito della riforma Gelmini e l’esperienza e l’equipe dell’indirizzo di Scienze Umane e Sociali è confluita nel Liceo delle Scienze Umane. Partecipo da ex docente al tradizionale incontro tra studenti del corso ed ex allievi che costituisce un momento efficace di orientamento per gli studenti delle ultime classi valorizzando le esperienze universitarie, lavorative e professionali degli ex allievi. Anticipato rispetto agli altri anni per la ventilata chiusura del Corso (poi effettuata e presentata come semplice trasferimento ad altra scuola). Questo il mio commento di allora:

«Sui giornali e i siti web della nostra zona si parla da giorni dello “spostamento” o del “trasferimento” del Liceo di Scienze Umane del Cobianchi ad altra scuola (il Liceo Cavalieri).

Vengo subito al punto: non si tratterebbe né di uno spostamento né di un trasferimento ma di una chiusura. Spiego brevemente il perché: un corso di studi non è una scatola vuota che si possa spostare altrove. È un insieme di risorse umane, di insegnanti e studenti e di pratiche (soprattutto buone pratiche) professionali ed educative. Il cosiddetto trasferimento sarebbe in realtà la chiusura di una esperienza quarantennale e l’apertura in un’altra scuola di un corso con lo stesso nome e la stessa griglia oraria, ma non con lo stesso corpo docenti visto che Scienze Umane ha un corpo docenti consolidato di ruolo al Cobianchi e il nuovo corso al Liceo dovrebbe naturalmente attingere a quest’ultimo corpo docenti e ad eventuali insegnanti (probabilmente precari) di nuova nomina. (…)



 Quest’anno l’incontro, proprio come risposta alla ventilata chiusura, è diventata l’occasione anche per presentare a famiglie, giornalisti, ex docenti, ex allievi alcune delle esperienze in atto nell’attuale Liceo delle Scienze Umane del Cobianchi. Il clima non era quello di un funerale ma quello di una dirompente vitalità. Solo una assenza, questa sì inquietante, si notava, quella dell’attuale dirigente scolastico.

Non sto a commentare i diversi progetti, sia del biennio che del triennio: da “Psicologia e cinema”, al corso di Animazione, alla partecipazione a convegni e pubblicazioni, a “Dire, fare, studiare” percorso educativo e mediale di integrazione linguistica per studenti di origine straniera, a “Cobipad e media education” progetto per cui nell’attuale classe IV A i libri di testo sono stati sostituiti con il tablet: tutte esperienze che, come è stato di volta in volta esemplificato e ribadito, non solo introducono “novità” di contenuti e di strumenti ma necessariamente una ristrutturazione della didattica e dei rapporti fra gli studenti e fra insegnanti e studenti. Progetti che da un lato valorizzano il gruppo classe come soggetto collettivo in cui si progetta e sperimenta e dall’altro, come hanno ripetuto di continuo sia studenti attuali che ex allievi, si rapportano a ciascuno con le sue specificità e capacità. Un ex allievo ha detto “Io venivo da un’altra scuola e quando sono arrivato qui mi sono subito accorto che questo era un altro mondo: non ero un semplice studente, un numero; qui ero una persona.”

Non era difficile capire quel giorno come questo tipo di scuola non possa essere trasferita altrove. Senza un corpo docenti che non solo ha mantenuto memoria di una tradizione quarantennale, ma ha saputo man mano innovare rispondendo ai nuovi bisogni educativi e professionali. Senza un contesto come quello del Cobianchi dove i diversi indirizzi tecnici e scientifici interagiscono arricchendosi con le reciproche risorse umane, professionali e tecnologiche.[1]

10 febbraio 1997, lunedì ore 8:10 circa. Il traghetto Sempione compie la corsa Laveno–Intra in 20 minuti. Dalla sponda lombarda del Lago Maggiore arrivano studenti per le scuole superiori di Verbania (Ferrini e soprattutto Cobianchi); il pontile superiore è il luogo privilegiato del tradizionale “palio”. I “primini” fanno i cavalli (più piccoli sono, più saranno caricati) e i ragazzi più grandi, di quinta in particolare, fanno i fantini: pronti via! e il palio incomincia. Gli altri intorno ridono e intralciano con spintoni e sgambetti. La “tradizione” va avanti da moltissimi anni; gli adulti, personale della Navigazione compreso, sorridono o fanno finta di non vedere. Quel giorno un ragazzo di prima, costretto a portarsi in groppa correndo un “quintino”, inciampa e cade malamente: prende un brutto colpo alla schiena e poi alla faccia spezzandosi due denti. I genitori fanno denuncia e la scuola viene investita del ‘caso’.

Nel Collegio dei docenti, nonostante molti propendessero per una sanzione immediata a tutte le quinte (sospensione della gita scolastica), prevale la scelta di dar vita a una indagine psico-sociale per conoscere e prevenire il fenomeno. Negli anni scolastici successivi si si sono così poste le basi per un progetto biennale di ricerca sull’intera scuola (oltre 1300 allievi) che coinvolse una classe dell’indirizzo di Scienze umane e sociali (1999-2000: indagine preliminare, costruzione e somministrazione di un questionario) e una dell’indirizzo Scientifico tecnologico (2000/01: lettura ed elaborazione dei dati del questionario).

Così abbiamo commentato in estrema sintesi i risultati, in larga parte imprevisti, della ricerca:

­I fenomeni rituali e tradizionali di nonnismo (forme ricorrenti di “iniziazione forzata” da parte di un gruppo di anziani, in genere studenti di 5a contro i “primini”) sembrano in diminuzione; sono più frequenti in certi periodi (come quello di inizio scuola, o festività quali S. Firmino, ecc.) e localizzati soprattutto all’esterno della scuola, in particolare, sui mezzi di trasporto;

il numero minore di episodi aumenta il peso “psicologico” dell’esser designato quale vittima, an­che per il crescente rilievo dell’aspetto fisico e del carattere timido nella designazione delle vittime rispetto all’età (all’essere “primino”);

non ha trovato conferma l’ipotesi di un “desiderio di iniziazione” da parte degli studenti delle classi iniziali;

risulta minore la tolleranza di questi episodi da parte degli studenti e delle loro famiglie;

la prevalenza del bullismo come fenomeno di gruppo: anche quando ad agire è il singolo bullo si tratta di un soggetto ben inserito nel gruppo e da questo sostenuto;

la crescente importanza del “gruppo” e dell’esservi accettato/considerato per gli adolescenti;

la crescente presenza di ragazze “bulle”, che utilizzano in prevalenza forme di aggressività ver­bale;

la crescita di fenomeni di bullismo fra classi prossimali (es. seconda vs prima) e soprattutto all’interno della stessa classe con caratteristiche non tanto di iniziazione, sia pur forzata, ma di emarginazione ed ostracismo che tende a prolungarsi nel tempo.

Una tendenza complessiva che, almeno all’interno della scuola, assomiglia di più ad una emarginazione dei sog­getti deboli all’interno dei piccoli gruppi che al tradizionale rituale della “caccia al primino” da parte dei “nonni” delle quinte classi.

Il gruppo classe è insomma vissuto come un luogo forte di coinvolgimento emotivo, sia in positivo (le amicizie, le fedeltà, le esperienze forti) che in negativo (rifiuto, sofferenza, solitudine). Inoltre fra il gruppo classe “formale” (l’elenco del registro) e quello informale (quello delle amicizie e degli af­fetti) può esserci una forte discrepanza; quest’ultimo può assumere il carattere del gruppo classe “segreto” che accetta ed include ma, in alcuni casi, rifiuta ed ostracizza (compagni di classe e tal­volta insegnanti) e che può muoversi secondo prospettive del tutto incongrue con le finalità previste dal percorso scolastico. La vita della classe può diventare allora un vero e proprio inferno con con­flitti più o meno latenti, incomprensioni reciproche fra insegnanti ed allievi, estenuanti contratta­zioni, ecc. Il luogo meno adatto insomma ad una positiva crescita culturale, professionale, sociale e civile.[2]

Sono così nati una serie di progetti negli anni successivi allargati all’intera provincia ponendo il focus sul gruppo classe e alle sue dinamiche raccogliendo inoltre una serie di testimonianze facendoci capire che il bullismo più diffuso è un fenomeno di gruppo che ha a che vedere con l’identità collettiva e con l’eventuale conflitto per la sua leadership mentre la vittima è designata in quanto percepita in contrasto con questa identità.  Le caratteristiche che la fanno designare variano infatti da gruppo a gruppo (il “secchione” oppure lo studente con difficoltà scolastiche; la ragazza che veste elegante come quella in jeans, quella “troppo” grassa come quella “troppo” magra, il ragazzo schernito come femminuccia come quello bollato quale rozzo troglodita, ecc.) a secondo delle dinamiche e delle rappresentazioni identitarie. Dinamiche che gli insegnanti spesso non colgono e che talora inconsapevolmente incoraggiano e che solo una equipe consapevole ed attenta può far emergere.

E soprattutto si è progressivamente compresa l’estrema sofferenza delle vittime che provano umiliazione e profonda vergogna e nascondono a tutti, insegnanti e familiari compresi, il loro tormento, la loro crisi di identità.[3]

Riporto una situazione che mi è sembrata particolarmente illuminante sulla sofferenza e “reticenza” delle vittime. Il fatto in questione può sembrare banale, e in effetti lo era perché limitato nel danno e nella sua durata, ma a colpirmi è stata la discrasia, la sproporzione fra l’episodio in sé e quanto questo abbia pesato nel vissuto della vittima.

Classe terza prevalentemente femminile. Le ragazze e i ragazzi di quinta che da due anni intervengono nelle classi come peer sul bullismo sono al secondo intervento finalizzato a “passare il testimone” alla classe che prenderà il loro posto. Dopo il primo incontro con l’utilizzo di brainstorming e analisi delle tipologie di bullismo e dei ruoli coinvolti (bullo, vittima, supporter del bullo, osservatori, adulti ecc.) stiamo oggi passando in rassegna alcuni episodi e testimonianze. Sia i ragazzi di quinta che quelli di terza raccontano, in modo più o meno coinvolto, situazioni e storie di cui hanno “sentito dire” o che hanno osservato direttamente sia nella loro storia scolastica precedente che, in particolare, sui mezzi di trasporto. Io sono in fondo alla classe in situazione defilata per far pesare il meno possibile la mia presenza di adulto. Nella fila di fianco alla mia, un banco più avanti, c’è una ragazza che sinora non è intervenuta ma che visibilmente segue in modo coinvolto. Carina, leggermente in carne, la vedo in crescente agitazione. Ad un certo punto, approfittando di un momento di pausa nei racconti e nelle discussioni, con voce quasi concitata racconta la sua storia. Apparentemente niente di particolare se non fosse per l’ansia liberatoria che accompagna il racconto: qualche anno prima, ai primi tempi in cui iniziava ad andare in discoteca era stata presa di mira da due ragazze appena un po’ più grandi che con minacce e strattoni le avevano intimato di non frequentare più quella determinata discoteca, cosa che dopo il ripetersi più volte degli stessi episodi, si sentì costretta a fare.

“Questa storia non l’avevo mai raccontata a nessuno, né ai miei genitori né alle mie amiche ….”

Mi rendo conto di aver assistito ad un outing; non a quello di un bullo che ammette di aver partecipato a qualche episodio, come mi era capitato qualche volta dove ad una certa reticenza si accompagnava una sorta di duplice orgoglio: quello di esser stato “tra i forti” e quello di esser poi ancor più forte perché in grado di “cambiar strada”. No, questo che avevo osservato per la prima volta era l’outing della vittima, veniva dal profondo, a lungo covato e proprio per questo fortemente liberatorio.

Quando la persecuzione avviene invece all’interno di un gruppo strutturato come quello di una classe e perdura nel tempo (magari più anni) la vittima non vede vie d’uscita e le conseguenze possono essere estremamente gravi. Quando la situazione si protrae nel tempo può alla fine sfociare in atti estremi e violenti: contro di sé sino al suicidio o talvolta, magari a scoppio ritardato, contro la scuola e i coetanei (school shooting) fenomeno che da tempo ha varcato l’oceano approdando anche in Europa[4].

Concludo questo tema con due osservazioni: ancor oggi molte scuole negano la loro responsabilità e tendono a nascondere gli episodi che eventualmente emergono: la scusante è la tutela del buon nome della scuola. A parte il fatto che anche legalmente vi è una responsabilità di scuola e insegnanti[5] ma soprattutto, proprio perché se non in tutte le classi, certamente in tutte le scuole esistono fenomeni di bullismo/ostracismo e vittimazione, il buon nome di un Istituto scolastico si tutela invece con la capacità di prevenire e intervenire di fronte al fenomeno.

Oggi più che di bullismo si parla di cyberbullismo. Personalmente sono molto perplesso alla tendenza prevalente a un’analisi esclusivamente classificatoria delle sue forme (la sua fenomenologia) e ad interventi sanzionatori rivolti ai singoli senza far emergere (e possibilmente modificare) la dinamica di gruppo sottostante che, seppur in gruppi talvolta più flessibili ed estesi di quello della classe, dà origine alla designazione della vittima.

Giovedì 17 marzo 1994, ore 15.45.

Consiglio di Classe della 4^ Scienze Umane. Riporto quanto scritto a suo tempo su Sensate esperienze[6].

Guido, il collega di matematica, presenta l’elaborazione del questionario di autovalutazione. Pienamente positiva la valutazione degli studenti sul proprio livello di apprendimento (71.5 su 100), ancora migliore quella sul metodo di studio (85.7). Positivo l’interesse per gli argomenti affrontati, specialmente nelle discipline caratterizzanti l’indirizzo (76.25). Lusinghiero il giudizio sulla “Organizzazione e conduzione delle attività didattiche”: contenuti congruenti fra loro (82.25) e variati (70.25). La comunicazione con i docenti è considerata agevole (70.25), il clima didattico decisamente buono (91 .2).

Tutto come previsto, anzi meglio. Una buona classe, vivace, motivata all’apprendimento, consapevole delle proprie capacità. Solo un giudizio negativo sulla distribuzione dei “carichi di lavoro” (28.5), da considerarsi, ci diciamo, “lamentela di ruolo”: nessuno studente è tanto “masochista” da affermare che i “carichi” sono accettabili e ben distribuiti nel tempo.

Sezione quarta del questionario: Valutazione del gruppo classe.

Quesito n. 41. “Percepisco i miei compagni interessati al lavoro in classe”: 58.25 su 100. Un po’ basso, comunque tutto sembra procedere come previsto … ma di colpo:

n. 42. Valorizzazione risorse individuali: 37

n. 47. Fiducia e franchezza reciproca: 31

n. 49. Distribuzione flessibile della leadership: 19

n. 52. Coesione emotiva del gruppo: 25.

E, dulcis in fundo, (quesiti 53-55) il gruppo afferma che la competizione per il voto rende difficile il rapporto reciproco, che è frammentato in tanti piccoli sottogruppi e sostanzialmente insoddisfatto per il clima interno. Al quesito aperto su quale sia “il problema più rilevante presente nel gruppo classe” 16 studenti su 21 indicano la “competizione per il voto”; altri aggiungono una “leadership troppo legata alle capacità scolastiche”, “l’arroganza di alcuni”, “l’invidia” ed infine “la presenza di alcuni studenti che hanno confidato di voler abbandonare gli studi”.

Ci guardiamo in faccia in silenzio. Evidentemente non avevamo capito niente. I risultati al di sopra della media delle altre classi ci appagavano e probabilmente noi stessi avevamo spinto l’acceleratore dell’apprendimento. I segnali del disagio non erano certo mancati, ma … “la classe andava bene”.

Claudio (biologia) ricorda un episodio, mai accadutogli in altre classi: la richiesta di consegnare i test corretti senza far sapere alla classe le valutazioni individuali.

Gemma (lettere) e Marina (psicologia) ricordano l’ostracismo subito da F., studente lavoratore, per il fatto di porre domande “sciocche” e poi di ottenere buone valutazioni nelle verifiche: che le domande potessero essere domande “vere”, tese alla comprensione e non al “far bella figura con l’insegnante”, metteva a disagio il gruppo, veniva recepito come la rottura di una regola tacita ed indiscussa.

[Altri esempi, altri segnali vengono ricordati] Tutti scopriamo che “sapevamo”, ma abbiamo preferito non vedere.

Non ripercorro qui l’intero percorso che ne è seguito con la realizzazione collettiva di un testo teatrale sulle filosofie ellenistiche (Lontano dal potere) rappresentato nell’Aula Magna della scuola e con cui abbiamo poi partecipato (29-30 aprile) al Convegno sulla creatività di Reggio Emilia[7].

In sintesi cosa abbiamo imparato da quella esperienza:

Il singolo insegnante e spesso anche l’intero Consiglio di classe non sono in grado di “leggere” la dinamica sotterranea del gruppo; occorrono specifici strumenti di analisi.

Fra Consiglio di classe e gruppo di classe esiste una dinamica parallela: solo rimettendosi in gioco e rimescolando i reciproci ruoli si può uscire da situazioni di paralisi.

Nel caso specifico si è conferita fiducia al gruppo proponendo un obiettivo collettivo alto (una sfida) con tempi stretti e predefiniti.

Personalmente questa logica di fondo l’ho ritrovata nella esperienza della peer education: ai futuri peer da un lato bisogna conferir loro piena fiducia e dall’altro porli davanti a delle sfide (gestire un gruppo classe, condurre dei focus group, realizzare un video, ecc.); la parola d’ordine che spesso come adulti ci ripetevamo era: “alziamo l’asticella”.



Concludo con quanto ha scritto nel test finale di filosofia lo studente E. “anti leader” che ad un certo punto sembrava volesse abbandonare gli studi:

“Quando in seguito al test di autovalutazione si è deciso (a nostra insaputa) di affrontare gli argomenti riguardanti la filosofia ellenistica tramite drammatizzazione, le reazioni della classe sono state un po’ di perplessità. Questo significava una quantità di lavoro relativamente grande, da svolgere in tempi ristretti. Come sappiamo però l’esito si è rivelato un successo per noi [(4 nomination!)] sia dal punto di vista didattico che dal punto di vista umano. Siamo riusciti ad integrare diversi strumenti di studio (testi scolastici, enciclopedia, computer) e a ottenere un prodotto finito originale e completo. Le successive rappresentazioni e mostre (nella nostra scuola e Stage a Reggio Emilia) hanno fatto in modo che noi acquisissimo un’esperienza ed autonomia in grado di garantirci un migliore approccio al mondo lavorativo”.


[1] Il commento completo sul mio blog: Scienze Umane fra mission educativa e necrofilia amministrativa.

[2] Pratiche di formazione e manutenzione del gruppo classe in C. Pontecorvo e L. Marchetti (a cura), I nuovi saperi per la scuola, Marsilio, Venezia 2007, p. 163-164.

[3] Per un approfondimento sul tema rimando al fascicolo: Il bullismo dalla fotografia al video e a Bullismo e Cyberbullismo letti con categorie dinamiche.

[4] Cfr. La strage di Belgrado del maggio 2023 e un più recente articolo di Internazionale sulle Stragi nelle scuole.

[5] Cfr. P. Biavaschi, Cyberbullismo e scuola: alcune note sulla responsabilità civile di genitori, docenti e dirigenti scolastici, in M. Croce e F. Paracchini (a cura), La patente per lo smartphone, Angeli, Milano 2025, p. 149-160.

[6] Da Sensate Esperienze. Rivista trimestrale della scuola secondaria, n. 24, ottobre 1994, pp. 21 – 28.

[7] Il testo completo della drammatizzazione e un’analisi complessiva di quella esperienza sul mio blog: Lontano dal potere.

La brigata Partigiana “Cesare Battisti”

In seguito alla realizzazione e inaugurazione della Mostra fotografica dell’Ossario di Scareno mi è stata chiesta da parte dell’ANPI di Verbania una relazione sulla Storia della Cesare Battisti. L’occasione dell’incontro era il ricordo della nascita della sezione 80 anni fa, per l’esattezza il 30 giugno 1945.

Prima di entrare nel merito ho sottolineato come la Resistenza più propriamente verbanese, ovvero quella della Cesare Battisti, come quella della Giovine Italia e successivamente della Divisione Mario Flaim, è immersa in una sorta di cono d’ombra negli studi e nella sua conoscenza oltre i confini del nostro territorio. Posso fare alcuni esempi e riflettere sul perché, sulle responsabilità esterne, ma anche quelle interne al Verbano.

A proposito di Mario Flaim il cui percorso, che lo ha portato sino al sacrificio sulla Marona, è strettamente legato ad un cattolicesimo intransigenze e, con spirito unitario, al desiderio di mettersi al servizio della lotta partigiana rinunciando ai suoi gradi di ufficiali[1]. Proprio per questo a suo nome è stata titolata la Divisione che ha unito le formazioni del Verbano negli ultimi mesi di guerra, al di là dei colori del loro fazzoletto. Eppure in un recente libro molto dettagliato sui Partigiani cristiani in tutta Italia[2] compaiono Filippo Maria Beltrami e i fratelli Di Dio, ma di Flaim nessuna traccia.

Quando si celebra la Liberazione dell’Ossola e della Cosiddetta Repubblica si ricordano giustamente Attilio Moneta e Alfredo Di Dio però erroneamente indicati come i primi caduti il 12 ottobre, nella controffensiva nazifascista contro la zona liberata, iniziata nel settore della Cannobina mentre nelle celebrazioni e negli studi vengono ignorati Aldo Cingano e Arnaldo Ceccherini “Tenente Pascoli” caduti il 10 Ottobre schierati a difesa del versante opposto della valle. O, ancora, quanto avvenuto all’Alpe Colle il 23 luglio ’44 con quattro caduti e altrettanti feriti il cui ricordo è segnato massicciamente sulla pietra del monumento e da una croce ma non è entrato nei libri di storia sulla resistenza locale[3].

Ci sono ovviamente responsabilità nostre, di noi verbanesi, più concentrati su Fondotoce, il suo eccidio e l’area monumentale che allarga lo sguardo alla resistenza dell’allora provincia novarese; la dispersione di buona parte della documentazione e non ultima la scellerata scelta del Sistema Bibliotecario del VCO e della Biblioteca capofila, la Ceretti di Verbania, di essersi posta al di fuori dell’accesso online del catalogo (OPAC) del sistema nazionale (SBN) per cui molti testi locali non compaiono a livello nazionale ai fini di ricerche e studi.

9 novembre 2025. Inaugurazione della mostra all’Ossario di Scareno

Vengo alla presentazione sulla Brigata Alpina Cesare Battisti di cui allego le slide; non è una storia della guerra partigiana condotta dalla Brigata che si sarebbe gioco forza intrecciata con l’attività delle altre formazioni presenti sul territorio; il tempo a disposizione per presentare il mio contributo non l’avrebbe consentito e tanto meno i pochi giorni a disposizione per la sua preparazione. Mi sono concentrato sulle tappe di costituzione della iniziale banda e sulle sue trasformazioni e dislocazioni, sui personaggi significativi e sul rapporto col territorio, in particolare quello di Scareno. Ho utilizzato parte del materiale consultato e reperito per la mostra dell’Ossario, ma non solo. La foto finale[4] è dedicata al Partigiano Arialdo Catenazzi, memoria viva della Brigata che ha voluto partecipare, nonostante età e acciacchi, alla iniziativa della sezione.

Le slide della presentazione sono visionabili > qui <


[1] Cfr. Nino Chiovini, Piccola storia partigiana della banda di Pian Cavallone, Tararà, Verbania 2014. Don Giuseppe Cacciami, Mario Flaim: sulle montagne del Verbano un testimone della fede e della libertà, “Il Verbano” 9.06.1984.

[2] Alberto Leoni – Stefano R. Contini, Partigiani cristiani nella Resistenza. La storia ritrovata (1943-1945), Ares, Milano 1922.

[3] Ad esempio nel pregevole ed ancor oggi il più completo lavoro sulla Resistenza dell’allora provincia di Novara – Comprendente il Verbano Cusio Ossola – di Enrico Massara (Antologia dell’antifascismo e della resistenza novarese. Uomini ed episodi della lotta di liberazione, Novara 1984, pp. 860).

[4] Arialdo Catenazzi e Aldo Scatolini rifugiati a Cilavegna (Pavia) dopo la fuga dalle Scuole elementari femminili di Intra trasformate in carcere dai tedeschi – giugno 1944.

Mostra fotografica dell’Ossario di Scareno dedicata alla “Cesare Battisti”

“Scareno culla della Brigata Alpina Cesare Battisti – Ignoti eroi immolatisi per la Libertà 1944-1945”. Così recita la lapide posta sulla sommità dell’Ossario di Scareno.

Costruito nell’immediato dopoguerra per iniziativa del parroco di Scareno don Antonio Bottacchi e di Paolo Zucchi (Palin), oste e figura di spicco della comunità locale, con la collaborazione di gran parte del paese, raccoglie i resti di otto caduti rimasti ignoti della “Cesare Battisti” recuperati nell’area sovrastante il paese, probabilmente colpiti dai bombardamenti durante il rastrellamento del giugno 1944.

Paolo Zucchi Palin
(a sinistra)

I partigiani della formazione dopo la Liberazione, in ringraziamento per la attiva collaborazione nei mesi della Resistenza, avevano donato al paese di Scareno un autofurgone, a loro non più necessario con la fine della guerra, e un altro ad Aurano.

Quest’ultimo sembra sia stato rubato e Aurano avanzò pretese su quello di Scareno. Don Bottacchi per evitare il conflitto si affrettò a venderlo ottenendone una cifra utile a sostenere in parte le spese per il materiale necessario per la costruzione dell’Ossario.

Don Antonio Bottacchi alpinista

La parte restante del finanziamento venne dal CNL di Busto Arsizio che durante la guerra aiutava la Formazione partigiana con l’invio di viveri e con il sostegno finan­ziario, anche per il fatto che molti resistenti provenivano dalla provincia di Varese.

Per la Battisti Mario Manzoni Marmelada, con il suo stile “silenzioso”, ne ha seguito la realizzazione. L’Ossario venne inaugurato il 16 giugno 1946.

Due decenni fa il Comune di Aurano (di cui Scareno è frazione) aveva allestito una bacheca lignea che riportava informazioni essenziali sull’Ossario e il suo significato storico, bacheca che recentemente si è deteriorata. Per iniziativa della Proloco di Aurano e dello stesso Comune è stato chiesto all’ANPI di Verbania e alla Casa della Resistenza materiale fotografico e testi per 10 pannelli permanenti (40x80cm) da collocare nell’area antistante all’Ossario.

La “Cesare Battisti” all’Alpe Steppio (Sciangai). Disteso Mosca, sopra Arca cuce le calze, alla sua destra Marco

I contenuti concordati riguardano la storia della Cesare Battisti, il ruolo del paese durante la resistenza, nascita e significato di un’area monumentale che lega in modo profondo una formazione partigiana con quella comunità montana, la figura del partigiano Mario Manzoni le cui ceneri, dopo la morte nel 1982, per sua volontà sono state collocate a fianco dei partigiani ignoti della formazione.

Scareno anni ’50. Marmelada (con la camicia a quadri)

Le foto sono state reperite dal Centro di documentazione della Casa della Resistenza e da Flavio Maglio dell’ANPI di Verbania anche con la collaborazione della famiglia Manzoni.

Ho curato i testi seguendo quale criterio la riduzione all’essenziale dell’aspetto informativo, dando massimo spazio alla selezione di testi narrativi: in tal modo ogni pannello, in prospettiva di visite anche scolastiche, è accessibile a fruitori di ogni età, costituisce un’unità tematica autosufficiente, mentre la articolazione complessiva della mostra intende costituire per temi una narrazione completa.

La mostra è stata inaugurata domenica 9 novembre in occasione della tradizionale castagnata che raccoglie la popolazione del luogo e non solo. Sono intervenuti due figli di Marmelada e Paola ha portato con voce commossa il ringraziamento della famiglia.

Inaugurazione della mostra. Paola Manzoni interviene a nome della famiglia

La realizzazione dei pannelli permanenti è stata finanziata dalla Proloco mentre la messa in posa nello spazio antistante all’Ossario è stata realizzata dal Comune di Aurano

Allestimento della mostra > qui <

I testi completi dei pannelli sono leggibili > qui <